GENOVA PER NOI

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GENOVA PER NOI

Dieci anni fa, fiduciose nel valore della partecipazione, centinaia di migliaia di persone e tanti giovani si preparavano a contestare pacificamente i potenti del mondo durante il G8 di Genova, ignari di dover incontrare una delle più grandi violazioni dei diritti umani avvenuta in un paese occidentale nel dopoguerra. Non immaginavano che per anni avrebbero dovuto chiedere verità e giustizia, giunte parzialmente dalle sedi giudiziarie e mai dall’ambito politico e istituzionale.

Quelle donne e quegli uomini, come quelli che l’anno dopo sono confluiti a Firenze, per il primo Forum Sociale Europeo, sapevano che la democrazia non prevede un governo del mondo sequestrato dai più ricchi. Intuivano che il mercato senza regole, mirato solo al massimo profitto era una minaccia per i diritti, per il lavoro, per la pace, la convivenza e per il pianeta – come già dimostravano tanti laboratori del sud del mondo dove le istituzioni finanziarie internazionali avevano imposto una modernità ricolma di barbarie.

Del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre si riprendeva l’appello a riconoscersi nelle diversità e a fare rete. Nelle manifestazioni, negli eventi nazionali e internazionali, nelle grandi campagne contro le guerre prendeva corpo una diffusa scuola di autoformazione e di educazione popolare orientata all’azione, l’interscambio fra molteplici identità, collocazioni geografiche, sociali e culturali, saperi ed esperienze.

Dieci anni dopo il G8 di Genova, la critica a questo modello si è estesa e allargata, anche fra i suoi fautori. Le resistenze e le buone pratiche delineano in tutto il mondo non solo la necessità, ma la possibilità reale di una alternativa credibile, necessaria ovunque e tanto più in Europa, dove la distruzione del modello sociale e la crisi democratica, unite ai mutati equilibri globali, rischiano di far fallire con esiti drammatici lo stesso progetto di integrazione europea, e allontanano sempre più i lavoratori e le giovani generazioni dalla partecipazione politica.

Il mondo è investito da una crisi globale di gravità inaudita su cui si agita lo spettro della catastrofe climatica. Questo modello di sviluppo non è in grado di garantire stabilità e neppure la sua stessa sostenibilità. La crisi finanziaria globale ha fatto deflagrare le contraddizioni di una crescita basata sulla disuguaglianza, sul profitto senza regole, sullo sfruttamento insostenibile di donne e uomini, delle risorse naturali, delle prospettive delle future generazioni. Mentre si è chiesto agli stati di tornare ad intervenire nell’economia e nuovi Paesi sono stati associati al tavolo dei potenti, cancellando di fatto G8, non si intravede, nei ricorrenti summit internazionali, un’uscita dalla crisi che salvaguardi ed allarghi i diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani, dei migranti, né costruisca istituzioni internazionali realmente democratiche e capaci di riflettere i diritti e la voce dei popoli.

La storia ha dato ragione a quanti – da Seattle a Porto Alegre, da Genova a Firenze – dicevano che un “mondo diverso  è possibile”, ciò che allora pareva eresia.

La promessa dei cantori della globalizzazione neoliberista di allargamento del benessere si è dimostrata una illusione. L’assalto del mercato alla politica, alla democrazia, alla socialità, all’ambiente, ai beni comuni ha aumentato ovunque le ingiustizie sociali e le diseguaglianze. Ha distrutto diritti e garanzie sociali acquisiti in secoli di storia, in primo luogo la dignità del lavoro e dei lavoratori. Ha creato concorrenza spietata fra individui, società e nazioni generando conflitti orizzontali, guerre fra poveri, razzismo, degenerazioni ideologiche, impoverimento culturale, precarietà del lavoro e delle esistenze.

Chi a Genova 2001 c’era e chi in modi o in tempi diversi ha intrecciato la propria storie a quel percorso, abbiamo tutti acquisito nuovi strumenti per capire il mondo e la società. Li abbiamo usati e ancora li usiamo, per rispondere alla crisi di civilizzazione che attanaglia il nostro paese e per tenere aperta una speranza di futuro.

Questo è Genova per noi. Con l’intenzione di proseguire, innovare e allargare sempre più quel percorso ci prepariamo a costruire a luglio, in occasione del decennale, una presenza importante delle nostre organizzazioni. Invitiamo la società civile democratica a fare altrettanto, collocandosi all’interno dello spazio comune offerto dall’appello unitario “La crisi e la speranza”.

E’ possibile salvare insieme il lavoro, i diritti, l’ambiente, con un grande piano di riconversione ecologica dell’economia, finanziato da una potente redistribuzione della ricchezza. E’ possibile uscire dalla logica della massificazione consumista ridando valore ai saperi, alle produzioni, al lavoro, alle culture locali. E’ possibile uscire dalla falsa dicotomia fra privatizzazione e statalismo, con una nuova cultura della gestione pubblica dei beni comuni naturali e sociali che rinnovi democrazia e politica attraverso una forte iniezione di partecipazione. E’ possibile un vero investimento sul futuro dell’umanità e della Terra, ponendo fino a tutte le guerre, costruendo relazioni pacifiche tra popoli e nazioni e utilizzando le ingenti risorse tolte agli armamenti per un grande piano per la formazione, la ricerca, l’innovazione tecnologica e culturale  necessaria a immaginare e realizzare un mondo diverso.

Mentre non rinunciamo alla difesa dei diritti e la dignità di tutte e tutti, sentiamo la responsabilità di dare il nostro contributo ad  un progetto nuovo, a una inedita visione di futuro. Bisogna farlo con rigore, affrontando le contraddizioni e i punti critici. Bisogna farlo insieme e continuando a camminare, perché solo dalla contaminazione fra i diversi punti di vista e dalle esperienze concrete possono venire gli elementi di un pensiero credibile e universale, nella convinzione che non ci siano risposte chiuse nei confini nazionali e che solo un grande movimento globale possa trovare le risposte adeguate.

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