30 giugno 1960 – le giornate di Genova – Pagine di Storia

Ricordare il 30 giugno e le giornate del luglio 1960 può risultare un esercizio retorico di memoria di un clima politico, etico e morale che oggi non trova riscontri. Credo pur tuttavia che guardare a distanza di 52 anni a quegli avvenimenti risulti un necessario monito a tutti coloro che in modo, spesso spregiudicato, si affacciano alla politica confidando nei buoni auspici della comunicazione mediatica e degli effetti speciali.
I moti Genovesi, i morti di Reggio Emilia e in Sicilia del giugno-luglio 60 sono il tributo di un movimento che rifacendosi ai valori della Resistenza ci ha consegnato un paese da ricostruire materialmente e culturalmente dopo il disastro del Fascismo.
Se oggi siamo nelle condizioni di dover nuovamente ricostruire materialmente e culturalmente il nostro paese soggiogati da poteri economici nazionali e sovranazionali è perchè troppo spesso siamo un popolo senza memoria.
Loris

(tratto da “Le Giornate di Genova” di Anton Gaetano Parodi – Editori Riuniti)

…Ai piedi delle lapidi del Sacrario dei Caduti montagne di garofani rossi. Dall’alba la “giornata dell’antifascismo” si è annunciata con i fiori, che da tutti i punti della città, anche dalla lontana periferia, affluiscono, nell’ininterrotto pellegrinaggio di uomini e di donne, al Sacrario. 
La città si è destata sotto un cielo chiaro e terso. Ma è sembrata riluttante ad iniziare la solita operosa vita quotidiana. 
Scarsi gli automezzi che circolano per le vie del centro. 
Nel corso della notte sono giunti rombando lungo la camionale Genova-Serravalle colonne di gipponi carichi di agenti. 
Altri rinforzi sono giunti dall’Aurelia. I fascisti hanno fatto correre la voce di avere tremila uomini armati pronti a dar battaglia e altri settemila che in meno di un’ ora possono accorrere in città. Di certo si sa soltanto che i delegati fascisti hanno cominciato a giungere e sono alloggiati nei principali alberghi cittadini. Qualcuno tra essi con la prima colazione ha ricevuto un messaggio che non è affatto augurale: “Carogna, vattene da Genova”. Altri nel riporre i loro abiti hanno trovato incollato dietro le ante degli armadi biglietti sui quali è scritto: “A Genova non c’è posto per i massacratori fascisti”. Nella città e nelle delegazioni operaie non un sintomo di nervosismo. 
Neanche quando arriva la notizia di concentramenti di bocche da fuoco sulla piazza di Granarolo. Non è la prima volta che la città vive sospesa al filo di una tale minaccia. 
Il prefetto Garroni, nel 1900, aveva fatto puntare i cannoni sul porto, su Sampierdarena e su Sestri; nel 1945 il Comando nazista pretendeva di poter lasciare incolume con le sue truppe la città minacciando, in caso di un attacco partigiano, la distruzione di Genova ad opera delle batterie piazzate su Monte Moro e sulle altre alture. 
La mattina del 30 giugno trascorse in una atmosfera tesa, ma senza una incrinatura. 
Alle 14 si iniziò lo sciopero generale proclamato dalla C.C.d.L.: un momento intensissimo quello in cui, aperti i cancelli delle fabbriche, il numero crescente di lavoratori che si riversano per le strade testimonia che la classe operaia genovese ha accolto come un sol uomo l’appello alla lotta dell’organizzazione sindacale unitaria appoggiato da una dichiarazione comune dei cinque partiti democratici. 
I servizi tranviari sono stati protratti fino alle 15 per consentire ai lavoratori di raggiungere il centro della città. Vetture tranviarie, autobus e “celeri” dalle 14 in poi sembrano viaggiare stracarichi di passeggeri a senso unico dalle delegazioni a Principe. 
Il concentramento è stato fissato in piazza Dell’Annunziata. Da li si muoverà un corteo che raggiungerà il Sacrario dei Caduti, dove montano per primi la guardia d’onore i membri del CLN Liguria e i comandanti partigiani con i gonfaloni di Torino e di Genova. 
Il corteo lascia piazza dell’Annunziata alle 15,30. Lo guidano i capi della Resistenza genovese e italiana, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, la vedova del gen. Perotti, il prof. Tubino, presidente dell’Associazione dei familiari dei caduti di Torino, dirigenti sindacali e politici, deputati e senatori e avanti tutti i gonfaloni di Novara, La Spezia, Reggio Emilia, Sestri Levante e il medagliere partigiano della città di Cuneo. Uno spettacolo di forza impressionante; indescrivibile, il corteo si ingrossa via via, diventa un fiume, un mare di uomini, di donne, di giovani, una colonna lunga oltre due chilometri: centomila genovesi, centomila voci che intonano l’inno di Mameli, un coro possente. I partigiani con il bracciale tricolore si danno la mano formando una catena interminabile lungo i margini della marea avanzante. La parola d’ordine è quella di evitare qualsiasi provocazione e di non fornire alcun pretesto alle forze di polizia presenti. 
Una lunga colonna di camionette, completata da due idranti, occupa il lato di piazza De Ferrari, prospiciente la società Italia; qualcuno riconosce il funzionario che la comanda, il 
dottor Curti, che l’on. Adamoli denunciò alla Camera per violenze anti-operaie e non può non avvertire una vaga inquietudine. 
Agenti di polizia sono dislocati attorno ai cantieri delle imprese che stanno costruendo i sottopassi di piazza De Ferrari, altri tra le macerie di Piccapietra, l’antica Portoria, dove sorgerà un nuovo quartiere, persino sui muri già demoliti a metà o appena eretti, dal basso sembrano soldati nazisti tra le macerie di una città conquistata, altri ancora distesi a cordone sul terrazzo della Chiesa di S. Stefano che guarda dall’alto via XX Settembre, numerosi reparti con automezzi stazionano sul Ponte Monumentale. La presenza di così ingenti forze di polizia mentre sta manifestando a Genova e in Italia l’antifascismo non ha soltanto il sapore di una provocazione ordita ad arte, ma di una scelta fatta dai responsabili della vita nazionale, dai dirigenti, ministri e non ministri, del partito della Democrazia Cristiana. 
Imperioso sorge il ricordo di quanto avvenne nel 1922 con l’acquiescenza, dapprima, e la collaborazione, poi, dei “popolari” al primo gabinetto Mussolini e poi la fine delle libertà per tutti, anche per i “popolari”. L’on. Tambroni non è forse un “popolare” che rinnegò la propria fede politica e in una ormai famigerata e nota lettera a Mussolini si prosternò al duce del fascismo? La minaccia fascista è ormai nelle cose, negli uomini, nei fatti. La minaccia fascista è lo stesso governo DC-MSI che fa circondare da un esercito di poliziotti una manifestazione chi: si richiama alla Resistenza e chiede il rispetto della Costituzione. 
Il corteo prosegue ordinato, dilaga per via XX Settembre, arresta dinanzi al Sacrario dei Caduti, vi depone il proprio omaggio e prosegue per piazza Della Vittoria. Il segretario della C.C.d.L. Pigna pronuncia un discorso in cui afferma che la classe operaia genovese non permetterà ai relitti della sanguinosa avventura mussoliniana di rimettere piede nella città che li ha scacciati il 25 aprile. Alle 19, annuncia Pigna, è convocato l’Attivo sindacale della Provincia per decidere le ulteriori manifestazioni di lotta. 
Centomila persone cominciano a disperdersi, migliaia risalgono via :xx Settembre per portarsi in piazza De Ferrari e di lì a Caricamento, ai capolinea tramviari.

Piazza De Ferrari è di nuovo gremita. Sono le 17 quando, come scrissero l’indomani i giornali, all’improvviso si scatena l’inferno. Le camionette della “celere” aggrediscono i manifestanti con violenza mentre gli idranti cominciano a vomitare acqua. I comandanti partigiani presenti cercano inutilmente di evitare ciò che sta accadendo. Gli aggrediti sono giovani già provati il 25 giugno, e uomini di tutte le età e di tutte le professioni; la reazione comune è analoga, immediata. Una prima camionetta viene rovesciata e incendiata dinanzi alla sede della Società Italia, una seconda nel centro di Piazza De Ferrari, una terza all’imbocco di via Roma. Nove automobili private colpite dalla bombe lacrimogene vengono avvolte dalle fiamme. Le vie laterali a piazza De Ferrari e i vicoli di porta Soprana sono disselciati. I dimostranti rispondono con la violenza alla violenza, ma rivelano di saper distinguere, anche quando l’ira divampa più alta, tra i mandatari e gli esecutori degli ordini: numerosi agenti feriti sono soccorsi e caricati sulle ambulanze dagli stessi antifascisti, un ufficiale colpito cade nella vasca piena di acqua che è al centro di piazza De Ferrari e viene tratto in salvo da alcuni giovani. Altri giovani scortano oltre il luogo dove infuria la mischia un Capitano dei Carabinieri trovatosi isolato e lontano dai propri uomini. 
Sono queste, assieme a tante altre, le cose che né l’on. Tambroni, né l’on. Spataro hanno potuto dire in Parlamento. 

Essi non hanno potuto dire, perché le alte gerarchie ecclesiastiche e gli americani che ne hanno appoggiato il governo lo impedivano, che la battaglia antifascista di Genova ha avuto il suo centro di irradiazione sul Sacrario dei Caduti Partigiani, che da questo Sacrario, queste lapidi sono state per giorni e giorni la meta dei democratici genovesi, liguri, italiani, che ad esso si sono diretti tutti i cortei, ogni giorno, come al luogo dove il patto della Resistenza rivive nel non retorico sacrificio dei morti. Tambronì e Spataro non hanno potuto e voluto dire quanti fiori mani di donne di tutte le età, vi hanno deposto, ad ogni ora, in ogni minuto delle giornate di giugno, quante madri, quante sorelle e quante spose hanno attinto a queste lapidi la certezza della giusta lotta dei loro mariti, padri, fratelli. 
Questi rappresentanti di un mondo che crolla, ovunque ancora impone il suo sistema, che dalla Corea , alla Turchia, al Giappone, all’Africa è chiamato alla resa dei conti dalla nuova dignità umana dell’Era del Socialismo e degli Sputnik, hanno dovuto nascondere le proprie vergogne e le proprie colpe dietro il consunto paravento dell’anticomunismo. 
Dieci morti per le strade d’Italia rivestono di tragico le menzogne della “rivoluzione comunista” fallita, degli “attentati comunisti” alle istituzioni democratiche dette da uomini che, al fianco dei fascisti, si sono messi fuori e contro le norme costituzionali. 
Si legga l’elenco degli arrestati delle “giornate genovesi”, essi rappresentano tutte le professioni e tutti i mestieri. E si rileggano le dichiarazioni governative rese ai due rami del Parlamento e appariranno, crudele ormai, il paradosso di una “rivoluzione” disarmata, ed eroica la realtà degli antifascisti, comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, senza partito, inermi contro i bastoni e i mitra della polizia. 
Alle 19 la battaglia sta assumendo proporzioni allarmanti. Un parlamentare comunista, l’on. 
Adamoli, tenta di mettersi in comunicazione con la prefettura e la Questura. Un funzionario gli risponde che è “necessario dare una lezione”. Alle 20,30, mentre su tutto il centro cittadino grava una pesante nube di gas lacrimogeni e alte colonne di fumo si levano dagli automezzi incendiati, gli appelli al buon senso hanno finalmente buon esito. 
Il presidente dell’ANPI, l’ex partigiano “Gregori” Giorgio Gimelli, a bordo di un’auto sulla quale viaggia anche un funzionario di polizia, raggiunge la zona degli scontri. Dall’alto della stessa automobile “Gregori” parla ai dimostranti. E’ sufficiente la sua voce, la voce di un comandante partigiano, l’impegno che le forze di polizia saranno ritirate, per avviare a normalità la situazione. Nulla sarebbe accaduto se la polizia non avesse aggredito gli antifascisti. Ma forse più che di una aggressione si è trattato di un collaudo della propria efficienza in vista delle prossime 48 ore. Un collaudo costato caro: centosessantadue tra funzionari, ufficiali e agenti della “Celere” feriti o contusi, una quarantina di dimostranti feriti, di cui nove ricoverati, un centinaio di fermi che durante la notte si dimezzano. 
Nel centro della città l’aria è ancora irrespirabile per i gas lacrimogeni e piazza De Ferrari ingombra di carcasse annerite di camionette e automobili, di sassi, di putrelle di ferro e di travi, è la scena non ancora deserta della battaglia non ancora conclusa, quando nel salone della Società di Cultura, in via G. D’Annunzio, dinanzi ad un pubblico foltissimo, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, documenta, sulla base della XII disposizione, l’anticostituzionalità del MSI. Dalla Società di Cultura, che nei giorni precedenti è stato un attivo centro antifascista, parte la notte stessa, diretto all’ono Gronchi, un telegramma che chiede la messa al bando del partito esaltatore dei carnefici nazifascisti. 
Anche a Torino, la stessa sera, la polizia carica i partecipanti ad una manifestazione antifascista. 
I fatti di Genova hanno una immediata eco alla Camera. La seduta, nonostante l’ora tarda è ancora in corso, quando l’on. Natta, informa dell’accaduto i deputati presenti. I parlamentari si levano in piedi e gridano: 
“Viva Genova!”



testimonianza di Giordano Bruschi
















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