La vita in prima linea di un uomo della Repubblica

di MINO RONZITTI

Non è retorico affermare che con Raimondo Ricci è veramente scomparso uno dei protagonisti della vita democratica italiana del dopoguerra, uno dei più lucidi e tenaci testimoni degli orrori del sistema concentrazionario nazista, una delle voci più autorevoli della cultura giuridica progressista: in altre parole un uomo della Repubblica nata dalla Resistenza, come forse egli avrebbe preferito autodefinirsi. Fino a quando le forze lo hanno sostenuto questi sono stati, infatti, i fili di quella tela che lui chiamava memoria e coscienza storica, senso dello Stato ed etica della responsabilità.

Per lui non era banale o astrattamente celebrativo richiamare il nesso inscindibile tra la lotta di Resistenza, la nascita della Repubblica e la promulgazione della Costituzione.

Solo chi è privo di memoria storica può negare che esse siano parte di quel grande processo che sia Raimondo Ricci sia Carlo Azeglio Ciampi, usciti entrambi dalla fucina antifascista della Normale di Pisa, amavano chiamare “Secondo Risorgimento Nazionale”, nel quale i principi liberali si coniugarono con quelli del cattolicesimo sociale e della sinistra democratica.

Il vedere sfilacciarsi questa coscienza divenne, negli ultimi anni, il suo assillo, poiché avvertiva con crescente preoccupazione il rischio di un progressivo indebolimento di quei valori che sono alla base del nostro sistema democratico. Senza negare la necessità di riforme anche di natura costituzionale, Raimondo Ricci metteva in guardia dal procedere senza curarsi di salvaguardare il rapporto di coerenza tra i “principi e l’ordinamento”, ovvero tra la prima e la seconda parte della nostra Carta fondamentale. E a tale riguardo ribadiva con fermezza come la chiave di volta stesse nella tutela assoluta dell’equilibrio e dell’autonomia fra i poteri dello Stato, oggi particolarmente insidiati da una destra populista: anche per questo non mancava mai di incoraggiare

tutti ad un nuovo patriottismo repubblicano, purtroppo mai divenuto patrimonio comune nell’Italia del Dopoguerra.

A questo orizzonte ideale e politico Raimondo Ricci ha dedicato tutte le sue energie e

qualità di insigne giurista e brillante avvocato, messe in evidenza nella difesa degli operai processati per i fatti del 30 giugno 1960, quando Genova si ribellò alla provocatoria adunata missina, e in un’attività parlamentare tesa a fornire un contributo decisivo all’elaborazione

delle riforme del codice di procedura penale e del sistema penitenziario. In quella stessa veste, di deputato prima e di senatore poi, Ricci ricoprì un importante ruolo nella Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2, al fianco di Tina Anselmi, e si occupò di temi cruciali inerenti la riforma degli apparati dello Stato.

Fermissimo e lucido nel condannare il terrorismo, sia quello nero che quello rosso, la sua lotta in tal senso fu sempre connotata da un netto rigore giuridico, scevro da pulsioni emergenziali e cedimenti giustizialisti: il terrorismo, amava ricordare, era stato isolato e sconfitto senza mai forzare le norme del diritto, saldando l’impegno civile delle masse con gli organi dello Stato.

Ma fu soprattutto negli ultimi anni che Raimondo si dedicò, con tutte le residue energie,

a testimoniare la tragedia della deportazione nei lager nazisti, promuovendo studi, riflessioni e ricerche tese a comprendere in che modo “le radici del male” avessero potuto attecchire in Europa. Lo fece da testimone, sopravvissuto miracolosamente al lager di Mauthausen, dove giurò a se stesso di doversi salvare per poter raccontare “quel mondo rovesciato… che aveva l’odore acre dei forni crematori”. Questa fu la sua ultima missione di combattente della libertà, portata avanti anche per coloro che non ebbero la sorte di vedersi la “vita restituita”, come ha lasciato scritto nel suo libro autobiografico “Io, Raimondo Ricci. Memorie da un altro pianeta”, la sua ultima fatica.

E Raimondo Ricci ebbe davvero la “vita restituita” più volte, fin da quando giovane ufficiale di marina scelse la via dei monti, per unirsi ai primi partigiani, subito dopo l’8 settembre. La morte lo sfiorò in occasione della rappresaglia nazista del Turchino del 19 maggio 1944, quando avrebbe dovuto far parte del gruppo dei 59 prigionieri politici, prelevati dal

carcere di Marassi, destinati alla fucilazione: al secondo appello il suo numero di matricola non venne chiamato e così fu salvo. Disegno del fato, inspiegabile miracolo? Quasi certamente risultò decisivo l’intervento di Angelo Cugurra, magistrato amico di famiglia e padre di Paolo, giovane partigiano. Sentendo di avere un debito verso i compagni caduti, anche per questo non esitò, nel 1999 e in età già avanzata, a recarsi ad Amburgo per deporre nel processo a carico di Siegfried Engel, l’ufficiale SS responsabile della strage del Turchino.

Nonostante il progressivo affievolirsi delle forze e una crescente inquietudine, anche negli ultimi anniRaimondo Ricci ha continuato la sua battaglia culturale e opera di testimonianza, sia come Presidente nazionale dell’Anpi, sia come Presidente dell’Ilsrec, alla cui testa è stato per due decenni.

Raimondo Ricci ha lasciato scritto con la sua storia e il suo esempio ciò che la sua voce, così persuasiva e affascinante, non potrà più dirci. Spetta ora a noi il compito di non disperdere questo grande lascito.

>>fonte>>La vita in prima linea di un uomo della Repubblica – Genova – Repubblica.it.

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