Prendere posizione

Una delle cose che in questi ultimi anni mi hanno fatto, e a ragion di più ancor oggi mi fanno imbestialire è la mancanza di presa di posizione. La tendenza è quella di non appartenenza. Né destra né sinistra. Né carne né pesce. Ma tutta questa gente che non si sente né di destra né di sinistra che filosofia di vita ha?

Perché è dall’ideale che dobbiamo partire. Allora che cosa siete se non vi ritenete né di destra né di sinistra? Mi viene in mente la frase dello scrittore francese Serge Quadruppani che ho letto in qualche articolo proprio riguardante questo argomento: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra».

Possiamo quindi affermare che il sentirsi “né di destra né di sinistra” di Grillo sia più confacente a una certa mentalità di sinistra mentre quello di Le Pen sia invece orientato decisamente ad un pubblico di destra.

Questa destrutturazione dell’appartenenza politica inizia in Italia con l’ascesa al potere di Berlusconi, che non resta un caso isolato nel panorama europeo, ma si nutre dell’esempio di quella che chiamiamo democrazia statunitense. Per salvare il proprio orticello, i propri interessi, in pratica il posto di lavoro e tutto quanto ne consegue, l’italiano medio e soprattutto quelli più vicini alla sinistra iniziarono a rinnegare la loro appartenenza politica trincerandosi dietro la banale frase che “intanto destra e sinistra sono uguali”. Anni e anni di demonizzazione compiuta dagli appartenenti della destra, primo fra tutti lo stesso Berlusconi, verso i comunisti hanno innescato un meccanismo di ripugnanza non verso lo stesso Berlusconi, come era logico fosse, ma verso la propria ideologia politica. Ricordate le frasi del tipo “lei come si chiama?” pronunciate a suon di monito nei confronti di quei giornalisti che si permettevano di porre domande scomode agli esponenti di destra?

Ecco, questi atteggiamenti hanno attivato la paura; la paura di perdere un benessere acquisito tant’è che oggi il non prendere una posizione politica precisa è diventato un modus operandi, un correttamente politico, una nullità di azione aggiungo io, che imperversa in ogni dove. Dai giornali, alla televisione, dai siti internet alla conversazione tra amici, dalle chiacchiere da bar alle assemblee comunali. Si parla di tutto e allo stesso tempo di niente. Questo disfacimento degli ideali ha generato squilibrio nell’uomo moderno.

Io guardo al passato non certo con nostalgia ma come scuola per la costruzione di un nuovo futuro. Ma se non saremo capaci di riconquistare la nostra appartenenza, la fede, per usare un termine religioso, verso gli ideali che ci stanno più a cuore finiremo nel caos, e saremo facile preda per coloro che già stanno affilando i coltelli.

Per questo sono felice di scrivere in un blog che non lascia spazio ad equivoci: A SINISTRA mi colloco. Lo sono sempre stata e non per un’ostinata presa di posizione. Ma perché gli ideali che vertono verso tal direzione sono radicati nel mio dna e non potrei mai estirparli se non facendo violenza su me stessa. Però è bene precisare che il mio sentirmi di sinistra non ha nulla a che vedere con la sinistra parlamentare odierna. Quindi meglio dire che io mi sento comunista. Ma è necessario specificare che il mio sentirmi comunista oggi non guarda con rimpianto il vecchio partito comunista italiano (che per altro, nonostante oggi mi appaia come un partito di gran rispetto, non ho mai votato) o l’Unione Sovietica del secolo scorso. Non volgo lo sguardo verso quei lidi con rimpianto ma nemmeno con disgusto. Ritengo la storia del comunismo del ‘900 ancora non adeguatamente elaborata. Piuttosto essa è stata abbandonata e rinnegata. Provate a passare in una libreria e guardate nel reparto storia. Troverete scaffali pieni di libri sulla storia del fascismo, su Mussolini, il nazismo, Hitler, ma sull’URSS e il comunismo poco o niente. Perché non si studia e approfondisce la ricerca di questo passato? Io lo ritengo necessario e fondamentale per crescere come comunista. Ma sì, forse è proprio per questo che si snobba questa esperienza del secolo scorso. Non c’è sistema più accreditato di quello del silenzio per gettare, nel bene e nel male, nel dimenticatoio ogni cosa.

Essere comunista per me è il rifiuto dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza, del razzismo, dell’intolleranza. Una filosofia non tanto diversa da quella professata da tutte le religioni del mondo. Io non sono un’economista e non so parlare in tal senso. Ma è evidente che si debba operare trasformando la società alla radice, sia culturalmente che economicamente, concetto che invece la religione non abbraccia. E questa trasformazione vorrei poterla vedere avvenire in modo pacifico naturalmente, perché detesto la violenza. Ma più ci penso e più ciò mi sembra improbabile.

E a tutti quelli che mi dicono che il comunismo è una dittatura, che non lascia libertà io testardamente rispondo; ma di quale libertà noi oggi godiamo? Parliamo forse della libertà di essere ogni giorno sempre di più sfruttati? O di quella di poter decidere del nostro futuro senza per altro averne uno? E certo che anch’io sono per la libertà. Ma è ovvio che si debba tutti rinunciare a qualcosa per permettere un livellamento sociale di benessere. Che ce ne facciamo di tanta merce esposta se poi la maggior parte delle persone non può permettersele? Non ha la libertà di poterne usufruire?

Insomma, è ora di prendere una posizione. Imparare dagli sbagli del passato e ritornare a crescere.

Paola Mangano

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4 responses to “Prendere posizione”

  1. atsinistra says :

    Paola,complessivamente condivido quello che hai scritto, pertanto provo solo a portare altri elementi per il ragionamento.
    Credo che nella politica “ideologizzata” del secolo scorso la definizione “ne di destra ne di sinistra” si identificava sostanzialmente con una antipolitica tipicamente di destra, in quanto, la Sinistra, e in particolare il Partito Comunista Italiano, pur nelle sue contraddizioni era portatore di valori etici inoppugnabili, per cui, chi anticomunista per vocazione preferiva l’appatumamento generalizzato che confrontarsi con la realtà etica e morale della politica.
    “la questione morale” di Berlinguer è un manifesto all’etica della politica che avrebbe dovuto essere trasversale a tutto lo schieramento.
    Con il liberismo selvaggio della coppia Regan e Thatcher la sinistra istituzionale italiana fa la scelta della modernizzazione ripudiando di fatto il concetto del “materialismo storico” che attraverso la lettura delle modificazioni sociali cercava attraverso il “partito” la rappresentanza dei nuovi blocchi sociali.
    La lotta di classe di fatto viene annacquata, diluita, frazionata e ii moderno proletariato non trova adeguate rappresentanze.
    Solo attraverso un recupero culturale del nostro essere Sinistra con quel concetto di partito che fu il PCI, si potrà contrastare la deriva populista al fianco delle categorie più deboli del paese.

    • Paola says :

      Non credo possa essere una spiegazione sufficiente la deriva a destra della classe operaia. Certo non si sentono più supportati e protetti dal partito che dovrebbe tutelarli ma vi è qualcosa di più. Qualcosa che si lega alla sfera emozionale privata, se così posso chiamarla. All’operaio non interessa modificare il proprio status e condividerlo con i suoi simili. L’operaio vuol diventare il Padrone e, sulla scia berlusconiana del “mi sono fatto da solo” è convinto di poter anche lui un giorno essere come Berlusconi. E se questa specie di essere umano è un modello di vita per molti di loro credo sia impossibile riuscire a riavere il consenso solo con un nuovo recupero culturale politico. Intanto bisogna dire a tutti quelli che si sentono ex comunisti di uscire allo scoperto e dichiararsi tali e non abbassare la testa e sentirsi un perdente. Perché a quella figura lì di fallito e sconfitto non vuole assomigliare nessuno, nemmeno il più disgraziato sulla terra.

      • atsinistra says :

        Penso ricorderai cosa diceva Pasolini sul consumismo e l’induzione ai bisogni. Il processo è stato lungo ma il capitalismo, nelle sue trasformazioni ha messo in campo tutti gli strumenti necessari.
        Dopo il “miracolo economico” e una ridistribuzione che ha distribuito un po’ di benessere e diritti si è passati alla società del “bisogno indotto” filtrata da tutti quelli che sono media di distrazione di massa e persuasori neanche più troppo occulti.
        Una ristrutturazione che passa attraverso quel liberismo selvaggio di cui scrivevo prima e la destruturazione del sistema “lavoro” e la finanziarizzazione dell’economia sono i protagonisti di quelle trasformazioni sociali già riconosciute da Marx “La storia è il risultato dell’azione delle condizioni sociali sull’uomo e dell’azione dell’uomo sulle condizioni sociali”.
        La rivolta del 2011 in Gran Bretagna fu l’immagine che non si assalivano i magazzini del pane, ma quelli dell’hi-fi o di tele fonia e pc.
        L’induzione al bisogno, senza le risorse per soddisfarlo, diventa una miscela esplosiva di tipo nichilista in assenza di una “gestione del conflitto” attraverso quella forma organizzata che è il “partito”.
        Loris

  2. Paola says :

    giusto…..
    tu sai parlare egregiamente di politica e di interazioni sociali di essa e con essa e io ti ammiro per questo e credo ce ne sia un gran bisogno. Sai che il mio è un approccio verso la realtà che ci circonda e la storia passata un po’ più terra a terra. Sicuramente una visione più legata alla sfera boh……filosofica?…..ma sì, chiamiamola filosofica anche se mi sembra troppo pretenziosa. Una visione di chi come me politica non ne fa e non ne vuole nemmeno sentir parlare, quasi, ma sente la necessità di un cambiamento. E questo può essere significativo anche della grande spaccatura che si sta sempre di più creando tra la politica e il popolo. La politica parla una lingua che la gente non capisce e lasciami dire che la sinistra storica risulta oltremodo ostica con tutta la sua intellettuale pretesa di essere superiore, il che è pur vero…ahahahah…..e io ne vado pure orgogliosa, ma alla fine non raggiunge chi di dovere. E allora? Vorrei tanto avere delle risposte certe. Quella che tu definisci la forma organizzata del partito mi trova più che in accordo. Ma quale forma di partito? E questo partito a quale filosofia si appoggia? E’ evidente che possiamo attingere ancora a grandi mani sia da Marx che da Lenin, ma è pur vero che le loro filosofie debbano essere integrate da una nuova forza che tenga conto delle esigenze dell’uomo moderno, dei giovani, conducendoli su una strada di certezze e non solo di retorica politica. In pratica, e detto terra a terra come so fare io, ci vorrebbe un nuovo messia o almeno un nuovo profeta, possibilmente molto comunista a mio avviso. Nel frattempo mi pare che le interazioni delle mie idee con le tue, che tutto sommato non si discostano molto, riescono a produrre già una conversazione molto fuori dalle righe, dal mio punto di vista molto interessante.

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