Sciopero generale, quegli storici cinque giorni al porto – di Paolo Arvati

Succede a volte di iniziare una ricerca e di imbattersi  in pezzi scritti da persone conosciute o eventi di cui si è a conoscenza.
Aprire questa pagina di Repubblica del 2000 è stato casuale, ma consente di ricordare un amico e compagno come Paolo Arvati e ricordare una pagina di storia del movimento politico e sindacale genovese.

Loris

arvati

Paolo Arvati

Nasce da un ordine del prefetto di Genova, Camillo Garroni, il primo sciopero generale in Italia. Nasce per un decreto che impone la chiusura della Camera del lavoro. Un covo di sovversivi, pensano le autorità, mentre il Governo nazionale lascia fare. Non gli operai, non i sindacalisti o i deputati socialisti, repubblicani e radicali. Così si decide per la protesta. Ecco che cosa accadde. Martedì 18 dicembre 1900. Il Prefetto ordina la chiusura della Camera del Lavoro. Il giorno dopo, 19 dicembre, viene notificato il decreto ai due segretari, nella sede di via delle Grazie. I mobili, i registri e tutti i documenti sono sequestrati e i locali vengono chiusi. Nella stessa giornata, vengono sciolte altre sedi sindcali e popolari a Sampierdarena e Sestri ponente. La vicenda assume subito un rilievo nazionale. Si tratta dell’ultimo colpo di coda di un lungo periodo di direzione politica, iniziata nel dicembre 1893 con il ritorno al governo di Francesco Crispi, l’uomo «forte» voluto dagli agrari e da una parte della borghesia. A Crispi, caduto sotto il peso dei fallimenti coloniali, seguono Antonio Di Rudinì e poi il generale Luigi Pelloux, l’uomo delle cannonate di Bava Beccaris a Milano. Tra il 1898 e il 1900 prende corpo in Parlamento e nel Paese una strategia reazionaria, che trova il suo tragico epilogo nella vendetta anarchica di Gaetano Bresci: la vittima è re Umberto I. Il colpo di mano di Genova rappresenta, dunque, 1′ ultimo atto di una lunga strategia «muro contro muro». Esistono anche ragioni locali, prima di tutte la situazione del porto. L’importanza dello scalo ligure per 1′ economia nazionale non può essere condizionata dalle nascenti organizzazioni operaie che hanno il torto di voler difendere i salari e soprattutto di voler sottrarre la forza lavoro portuale al controllo dei «confidenti». Torniamo agli avvenimenti di quella storica settimana. La sera del 19 dicembre i dirigenti della Camera del Lavoro e delle Leghe si riuniscono in un’osteria detta del «Manentaccio», presso piazza Tommaseo, allora alla periferia della città. Sono centotrentanove i partecipanti. La discussione è lunga e animata. A un certo punto Ludovico Calda, giovane tipografo e promettente organizzatore, chiude la porta della sala, si mette in tasca la chiave e dichiara che nessuno uscirà prima che venga presa una decisione. Alla fine viene proclamato all’unanimità lo sciopero generale. Giovedì 20 dicembre: è totale l’astensione dal lavoro dei portuali, degli operai dei bacini di carenaggio e di quelli degli stabilimenti metallurgici situati nell’ambito del porto. Nel pomeriggio, lo sciopero si estende agli operai di Sampierdarena e di Sestri. E’ la prima volta che lo sciopero generale viene attuato in una città italiana. La notizia si diffonde in un baleno in tutto il paese e anche all’estero. La mattina stessa dei 20, Pietro Chiesa, primo deputato operaio della Liguria, telegrafa al capo del Governo: «Urge provvedere per ripresa lavoro, per pacificazione animi». Risponde Saracco: «Ricevo suo telegramma. Sono disposto a concessioni». Nel pomeriggio del 20 sulla spianata di Castelletto si riunisce un’assemblea di ottocento operai: si decide di proseguire la lotta. Venerdì 21 dicembre entrano in sciopero decine di fabbriche. Quasi completa è l’astensione dal lavoro negli stabilimenti di Sampierdarena, Cornigliano e Sestri Ponente. Per mezza giornata scioperano anche i tranvieri. Vengono poste le principali condizioni per la sospensione dell’agitazione: 1) restituzione dei documenti sequestrati 2) elezione di una commissione per una nuova Camera del Lavoro. La mattina del 21 dicembre avviene l’incontro con il Prefetto che prima resiste, poi concede l’elezione di un nuovo comitato esecutivo della Camera del Lavoro. L’ipotesi di accordo viene portata in una assemblea di quindicimila lavoratori che affollano via Milano e le terrazze dei Magazzini Generali. La sera alle 23, la commissione operaia si reca nuovamente dal Prefetto per comunicargli la convocazione delle elezioni per il comitato, come da accordo. Nuovo colpo di scena: il Prefetto non permette la rielezione degli otto membri appartenenti al Comitato della disciolta Camera del Lavoro «perchè deferiti all’autorità giudiziaria». Lo sciopero continua. Ancora una volta l’astensione è pressochè totale. Intanto a partire da mezzogiorno di sabato 22 dicembre, nell’ex oratorio di San Filippo, iniziano le votazioni per la Commissione Esecutiva. Sfilano fino a sera quasi diecimila lavoratori: i voti validi sono 9200. Tutti i candidati presentati dalle Leghe vengono eletti, compresi i segretari messi all’indice dal Prefetto. La dimostrazione di forza e di straordinaria compostezza è impressionante. Il Governo cede, lo sciopero è finito. Domenica 23 dicembre al Carlo Felice avviene la solenne proclamazione degli eletti. Roma, 24 gennaio 1901: inizia il dibattito sui fatti di Genova. Il governo Saracco è messo sotto accusa da destra e da sinistra. Nello schieramento liberale giganteggia Giovanni Giolitti che nel suo discorso alla Camera il 4 febbraio 1901 afferma: «Purtroppo persiste ancora nel Governo, la tendenza a considerare come pericolose tutte le associazioni dei lavoratori. Rivela che ancora non si è compreso che l’organizzazione degli operai cammina di pari passo col progresso della civiltà. La tendenza, della quale ora ho parlato, produce il deplorevole effetto di rendere nemiche dello Stato le classi lavoratrici». A conclusione del dibattito, il governo cade. Grazie al primo sciopero generale di Genova, si apre una diversa stagione politica nazionale

Paolo Arvati – Repubblica Genova – 10 Novembre 2000

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