“Leone” Breve storia di un Partigiano Comunista Sestrese

Una quindicina di anni fa feci una ricerca in rete sulla “Divisione Mingo” che operò durante la Resistenza nell’immediato entroterra genovese.
Trovai una tesi di laurea che in modo meticoloso ricostruì la storia di quella divisione e soprattutto l’elenco dei nomi di chi in quella divisione operò, chi perì in combattimento e chi perì nelle feroci rappresaglie nazifasciste che furono messe in atto in quel periodo.
Tra i nomi in elenco c’era quello di Luigi Mercuri che io conobbi e frequentai negli anni di militanza nel PCI con il quale mantenni ,comunque anche negli anni in cui il PCI non c’era più, un rapporto di amicizia.
Feci omaggio al Mercuri di una stampa di quella tesi, che parlava della lotta partigiana alla quale Lui aveva attivamente partecipato insieme a tanti altri compagni sestresi.
Dopo un po di tempo da parte di Mercuri si manifestò la volontà di raccontare la sua storia personale, ed io, mi offrii di impostargli un libricino al quale lui aveva gia precedentemente lavorato, molto artigianale nel quale nella semplicità più assoluta, senza nessuna pretesa letteraria, raccontando la Sua storia , in realtà raccontava una porzione importante della Storia d’Italia.
La vigilia di Natale del 2004 il compagno Mercuri ci ha lasciato definitivamente.Attraverso questa sua testimonianza, penso, ci si impone una riflessione su quali Valori si è fondata la nascita di questa nostra Repubblica. In un momento di buio come quello attuale questo semplice scritto aiuta a ritrovare un po’ di luce, o quanto meno, a farci comprendere che dipende da noi ritrovare le corrette strade del confronto politico a difesa delle Istituzioni Democratiche.
Loris 

 

Nota – Mi scuso della lunghezza ma non avrebbe avuto senso pubblicarlo in più riprese. In coda pubblico quello che nel libricino originale fu la prefazione redatta dal compagno e amico Benito Benati che troverete citato nei ricordi di Mercuri


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Le mie memorie
(di Luigi Mercuri)
Nato a Marina di Nicotera (CZ) il 29.1.1925 da famiglia artigiana con laboratorio di falegnameria, frequentai le scuole elementari. Mio padre voleva che continuassi, ma io non ero d’accordo e lui per potermi piegare mi mandò a lavorare da un suo amico muratore.
Non riuscendo nel suo intento con questo lavoro, nel periodo estivo mi mandò a lavorare da un fabbro presso il quale lavorai sino all’età di 14 anni.
Nel frattempo conobbi una ragazza che creò dei problemi fra me, mio padre e la famiglia di lei, tanto che si stava creando una situazione molto seria. Mio padre, per evitare guai peggiori, prese contatto con il padrone di una ditta commerciale di Genova, il quale aveva un fratello ingegnere all’Ansaldo allestimento navi.
Nel 1939, arrivai a Genova con mio padre, che era militare a Sestri in una batteria antiaerea sistemata a Sant’Alberto, qui vissi con lui per qualche mese, facendo amicizia con i ragazzi delle famiglie della zona: questo mi aiutò ad inserirmi nel modo di vivere dei Genovesi.
Nel 1940, dopo una lunga battaglia sostenuta da mio padre e me , ottenni il nulla osta per lavorare all’allestimento navi dell’Ansaldo, sottostando però al pagamento della tessera di “balilla”. Nell’officina aggiustatori lavorai come aiutante di un gruppo di operai di Sestri (Gazzano, Pianelli, Castello, Chiappori Romolo).
Subito dopo l’occupazione all’Ansaldo, non potendo stare più con mio padre, sia per motivi militari che per motivi di lontananza dal luogo di lavoro, visto che nel frattempo mi avevano spostato a Sampierdarena, dovetti trovare una sistemazione presso una famiglia. Dopo vari tentativi ebbi la fortuna di trovare una brava persona, operaio all’Ansaldo pure lui, di nome Silvio Negro e fui accolto nella sua famiglia insieme a suo padre ed a sua moglie Giulia.
Nel 1941, venni convocato all’ufficio personale per il rinnovo della tessera del fascio, ma rifiutai, sostenendo a scusante che lo stipendio era appena sufficiente a pagare l’affitto, la colazione e la cena. Il pranzo di mezzogiorno veniva consumato in fabbrica mangiando, nella gavetta come i militari, una semplice minestra e trovando sistemazione per terra.
Nel 1942, avendo raggiunto l’età del premilitare, dovetti frequentare la scuola apprendisti di Calcinara, dove veniva insegnato l’uso delle armi.
Il primo sabato, mi misi in fila con gli altri ed il comandante iniziò l’appello. Arrivato in fondo il mio nome non venne chiamato; allora mi presentai.
Il secondo sabato avvenne la stessa cosa, così, dietro consiglio dei miei maestri di lavoro, i quali avevano capito che questo avveniva perché non avevo pagato la tessera fascista e di conseguenza non risultavo negli elenchi, non mi presentai più; visto che la mezza giornata veniva pagata comunque, me ne andavo in giro o al cinema.
Questa mia situazione ormai di dichiarato antifascista, convinse i compagni ad avere fiducia nei miei confronti e così, quando parlavano di questioni antifasciste, mi facevano partecipare, cosa che aiutò a far crescere in me una coscienza di classe.
Partecipando sempre più a queste riunioni clandestine, un giorno il compagno Romolo mi fece aderire al P.C.I. . Ora ero veramente uno di loro, un compagno!
Il 25 luglio 1943 partecipai alla lotta contro i fascisti. L’otto settembre anche mio padre disertò e si trasferì a Vittorio Veneto presso una famiglia di Nicotera.
Per tutta la durata della guerra, mio padre ed io, non abbiamo più avuto alcun contatto.
Settembre 1943, primo sciopero per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita per tutti i lavoratori.
Nei mesi successivi le parti più attive nello sciopero ricevettero la cartolina di trasferimento in Germania e in Austria, io ero destinato a Graz in Austria, per cui a questo punto i compagni mi consigliarono di allontanarmi dallo stabilimento.
Allora il compagno Romolo mi accompagnò dal compagno Caviglia (Nando) che, a sua volta stabilì dei contatti con i responsabili delle G.A.P. (Gruppi Azioni Partigiane) e fissò con loro un appuntamento sotto l’orologio dell’orefice Torriani. Qui fui presentato al compagno Petazzoni Massimo (Ballin) ed a Zurnetti Sergio (Caramella). Il compagno Petazzoni mi portò in casa sua e lì vi trovai il gappista Pantaleone Augusto (Cina).
Era il mese di novembre 1943.
Fui assegnato alla squadra G.A.P. (Leggeroni) ed il gruppo con cui lavoravo era così composto:
Panciroli G. (Gildo) – Traverso S. – Galliani E. – Calcagno (Pantera) – Bianchi N. – Benati B.
Nel luglio 1944 ero ricercato dai tedeschi, dalle brigate nere, dalla polizia, dai carabinieri e dai bersaglieri.
Il comando G.A.P. decise di farmi lasciare la zona di Sestri per andare in montagna, ma io non volevo lasciare i compagni e così Panciroli mi fece scortare da un gruppo di S.A.P. – di cui ricordo Benso B. e Boccardo A. – sino a Voltri, dove mi aspettava il compagno Mingo di Crevari. Pernottammo in casa sua e la mattina seguente ci avviammo verso una cascina sotto il passo del Faiallo. Qui trovammo il compagno ruta e con lui rimasi circa 10 – 15 giorni e questi furono giorni di riposo.
Agosto 1944, arrivò dal fondo valle la staffetta (Giorgio), quindi, salutato e ringraziato Truta per sua ospitalità, prendemmo il sentiero per una nuova destinazione.
Strada facendo, il partigiano Giorgio mi guardò le scarpe e, vedendole in cattive condizioni, espresse i suoi dubbi sulla possibilità di farcela, perché il cammino era lungo.
Camminammo verso Acquabianca, poi giù verso la Maddalena di Campoligure, attraversammo la provinciale, prendemmo il sentiero che ci portò al monte Berlino, salimmo fino alle Capanne di Marcarolo e da qui con una marcia di sei ore raggiungemmo la zona Palazzo dove era collocato il Comando Partigiano.
Fui presentato al comandante Carlo ed a Boro al quale comunicai la mia provenienza dai G.A.P. di Sestri Ponente e subito dopo arrivò il compagno commissario della Brigata (Giacomo). Questi il giorno seguente mi comunicò che sarei rimasto al comando a sua disposizione per lavori di carattere delicato.
Verso la fine di agosto, se non erro, giunsero altri compagni di mia conoscenza, (Pippo) di Cornigliano, (Milena) di Sestri e (Pirata) da Marassi anch’essi provenienti dai G.A.P. e S.A.P. Insieme a loro venne formata una squadra che lavorava al servizio del comando di Brigata.
Settembre 1944, il comando ricevette l’ordine di fare dei prigionieri fascisti per effettuare uno scambio con dei compagni in carceri fasciste.
Il compagno Milena ed io partimmo in divisa repubblichina armati di mitra, dopo aver avvertito il comando del fondo valle della zona di Ovada della nostra presenza in zona, per svolgere il lavoro a noi affidato.
Al termine dell’operazione, durata diversi giorni, rientrammo alla base solo dopo aver raggiunto il numero necessario di prigionieri.
Alla data stabilita per lo scambio, il comandante Carlo, il commissario Giacomo ed io, con un distaccamento ci recammo nel posto concordato. Ci schierammo in stato di guerra. Dalla parte opposta della valle si schierò il reparto di repubblichini. Subito dopo, il comandante Carlo ed io, ci portammo al centro della valle, nello stesso istante ci raggiunse un capitano e un milite.
Iniziò, fra i due comandanti, la discussione per concordare il momento dello scambio, ma nel contempo, da parte repubblichina, partirono alcuni colpi di fucile. Il capitano gridò ai suoi militari: “Figli di puttana, chi vi ha dato l’ordine di sparare?!!”.
Chiuso l’incidente, iniziò lo scambio. Tra i prigionieri fascisti, c’era una donna, che, nel momento in cui passava dall’altra parte, salutò fascistamente il capitano e gridò: “Sono una fascista, ma se mi sposo, sposo un partigiano!”.
Finito lo scambio tornammo ognuno alla propria base.
Non ricordo il giorno preciso, ma vi racconto l’arrivo di Santin con un nuovo partigiano.
Eravamo in attesa del rancio e, avvicinandosi, vedemmo che il nuovo partigiano portava sul giubbetto la croce rossa. Subito pensammo che fosse un dottore ma, al momento della presentazione, Carlo ci disse : “Vi presento il cappellano Don Berto”.
Lì per lì rimanemmo un po’ sorpresi, non capivamo cosa ci potesse fare un prete in montagna, ma in seguito capimmo che anche lui, a suo modo, dava un aiuto alla lotta contro i nazifascisti.
Nei giorni seguenti ci comunicarono che un giovane “brigata nera” aveva ucciso il nostro caro compagno Febo. Il brigatista venne catturato e, portato in montagna, in considerazione della sua giovane età si decise di formare un piccolo tribunale. Don Berto svolse con molta tenacia e sincerità la parte del difensore. Il comandante Carlo svolse la parte accusatrice.
La giuria composta da un gruppo di partigiani, dopo lunga discussione, lo condannò a morte.
Un pomeriggio di settembre io e il compagno Milena ci avviammo verso la Cirimilla e giunti in zona Isola avvistammo una pattuglia di tedeschi che ci veniva incontro. Ci nascondemmo ai margini del bosco e, appena capimmo che erano a tiro delle nostre armi automatiche, io armato di una mitraglietta francese e Milena di un mitra, aprimmo il fuoco. Caddero a terra alcuni tedeschi, gli altri buttarono le armi e si misero a correre all’indietro. Noi raccogliemmo le armi e guardammo i militari per terra, constatando che uno era un ufficiale, comprendemmo il perché della loro fuga.
Ci accingemmo a ritornare in zona dove trovammo i compagni in allarme, ma la notte passò tranquilla; all’alba il comandante rafforzò la guardia nei punti principali.
Passammo i giorni facendo le cose di ordinaria necessità.
Verso la fine di settembre, il compagno addetto alla radio da campo, ricevette la parola d’ordine che ci comunicava di prepararci ad accogliere un lancio di armi, viveri, coperte e vestiario.
Per la sera accendemmo tre fuochi a triangolo come da parola d’ordine e restammo in attesa dell’arrivo degli aerei. Arrivarono, ma invece di venire giù i paracadute con le casse , lanciarono due piccole bombe.
Il Comando, convinto che fossero aerei tedeschi, diede l’ordine ai distaccamenti di prepararsi per lo spostamento in altra zona. Camminammo tutta la notte, e fatto giorno ci trovammo sui monti di Ronco Scrivia. Sotto di noi a valle vedevamo la stazione ferroviaria e il giorno seguente assistemmo al bombardamento da parte degli aerei inglesi dello scalo ferroviario. Il terzo giorno rientrammo alla base di partenza, zona Palazzo (monte Colma).
Valutando gli ultimi avvenimenti, il Comando decise di spostare la brigata in una zona operativa diversa, così alla fine di settembre ci mettemmo in marcia verso la nuova sede, Olbicella. Il Comando venne sistemato in casa del sig. Ivaldi, i distaccamenti vennero così collocati: uno al bivio Binella, uno a San Luca, uno in zona Garrone ed uno verso Piancastagna.
All’alba del 10 ottobre 1944, la brigata venne attaccata da forze tedesche, fasciste e bersaglieri.
L’attacco ebbe inizio a Piancastagna e bivio Binella. La battaglia fu dura , i compagni difesero le posizioni coraggiosamente, ma le forze avversarie dotate di carri armati, autoblindati e armi pesanti, sfondò gli avamposti costringendo i compagni a correre al riparo nei boschi in ordine sparso lasciando sul campo di battaglia diversi morti e alcuni prigionieri.
Don Berto, un gruppo di partigiani e io ci avviammo verso il bivio della Binella per portare il nostro aiuto ai compagni, ma lungo la strada, in una curva, ci trovammo di fronte gli autoblindati, sparammo alcune raffiche, poi anche noi in ordine sparso prendemmo riparo nei boschi; Don Berto con un gruppo verso le Garrone, io con l’altro gruppo verso San Luca da dove, verso l’imbrunire, ci avviammo in direzione di Olbicella. Guardando in direzione della strada , vedemmo le forze armate tedesche e fasciste che scendevano verso Molare.
Nel mio gruppo c’era il compagno Sten dotato di una mitragliatrice, valutammo che il momento era a noi favorevole per l’arrivo del buio, così decidemmo di sparare prima alcune raffiche e poi di andare ad Olbicella per vedere se ci fossero altri partigiani. Arrivati sulla piazza, trovammo alcuni abitanti, che ci comunicarono la notizia dell’impiccagione di sei compagni e la morte del comandante Mingo, che era stato portato in chiesa con gli onori militari.
I sei compagni erano ancora appesi all’albero e i tedeschi avevano portato con loro il giovanissimo partigiano Aria.
Tagliammo il cappio al collo dei compagni, li adagiammo per terra e invitammo un gruppo di persone che era presente, a portarli in chiesa, dove già si trovava il comandante Mingo.
Proseguimmo il nostro cammino verso le Garrone e qui vi trovammo Boro Lux con altri partigiani.
Con Boro si decise di formare un piccolo distaccamento volante, che operasse nel fondo valle da Rossiglione a Ovada e venne così composto: Pirata, Francia, Sten, io Leone ed infine si unì a noi il giovanissimo Aria che era riuscito a fuggire dai tedeschi.
Avendo bisogno di un’auto per spostarci da Rossiglione nella provincia di Alessandria, Pirata ed io ci recammo alla Direzione del cotonificio di Rossiglione chiedendo in dotazione una delle loro macchine. Il direttore subito si oppose, ma noi con le buone maniere lo convincemmo. Egli ci chiese se avessimo la patente, rispondemmo di no, ma io dissi che andavo in moto per cui chiesi di farmi vedere la posizione delle marce, misi in moto e andammo per la nostra strada.
La nostra attività durò dalla fine di ottobre 1944 alla fine di gennaio 1945, fu intensa e si concluse in un modo triste. Ci venne segnalato il passaggio di diversi camion carichi di armi e così la squadra si portò in frazione Gnocchetto, al loro giungere fu dato il segnale di alt, ma dal primo camion scesero militari tedeschi che uccisero subito il compagno Sten. Pirata, Francia e io ci portammo verso il bosco e Pirata, vedendo un tedesco che ci veniva dietro, si girò per sparare, ma venne colpito da una raffica di machinenpistole e cadde sul colpo. Con la perdita di questi due compagni il nostro piccolo distaccamento volante si sciolse e i pochi compagni rimasti ritornarono alla Brigata Buranello.
Qui ebbi un diverbio col comandante Boro, per un fatto avvenuto nello scontro con i tedeschi al Gnocchetto, che mi aveva lasciato alquanto perplesso. Infatti un componente del gruppo, di nome Sandro (ex brigata nera) e parente della partigiana Mirca di Rossiglione , che si trovava sulla strada insieme a Sten, venne caricato sul camion dei tedeschi, portato a Campoligure e alla sera dello stesso giorno fu liberato.
Questo dimostrava che era un infiltrato al servizio dei tedeschi, ma da parte del comando questa situazione non era stata presa in considerazione, per cui dissi al comandante Boro e agli altri compagni del comando che, per questo e altri motivi, preferivo ritornare a Sestri per continuare la lotta con quei compagni con i quali avevo combattuto dal novembre 1943 al luglio 1944.
Così feci, mi presentai in località Fabbriche al compagno Panciroli G. e lì rimasi sino alla fine di gennaio , insieme ad alcuni compagni di Sestri, tra i quali anche il ‘Pantera’, in attesa di andare in montagna. Un pomeriggio eravamo seduti in un posto di ritrovo con Panciroli , quando arrivò una staffetta di Voltriavvisandoci che un camion carico di brigate nere stava venendo verso le Fabbriche. Panciroli ci consigliò di avviarci di corsa verso il bosco e di raggiungere la zona, perché lì eravamo in pericolo. Mentre correvo verso il bosco, mi sentii chiamare dal compagno ‘Pantera’ perché non ce la faceva più, mi fermai per dargli una mano e gli dissi: “Dai che siamo quasi al sicuro, poi lasciali pure venire in su, che gli facciamo una bella accoglienza a suon di pallottole “.
Ma i vili brigatisti neri non rischiarono e, appena iniziò a venire buio, se ne andarono da dove erano venuti.
Ritornammo al ritrovo, ma il nostro amato compagno Panciroli non c’era, perché le brigate nere lo avevano portato con loro. All’alba iniziammo il cammino verso il passo del Faiallo, Palazzina, Vara Superiore e Marasca, qui mi recai al comando di polizia partigiana, dove trovai i compagni Zunetti, Pantaleone e Bana. Ebbi con loro un chiarimento sui fatti e mi fermai alcuni giorni per compiere delle azioni. Fui poi assegnato al distaccamento del compagno Grosso (Don) di Sestri, in qualità di commissario. Alla fine di marzo, insieme ai compagni di distaccamento, compimmo diverse azioni contro il nemico tedesco. Racconto solo un episodio, forse il più importante, in quanto non sono d’accordo con il cappellano Don Berto sulmodo in cui si svolse l’azione, per quanto riguarda anche la presenza del compagno Bozzano nell’azione stessa.
Il 20 o 21 marzo1945, al nostro distaccamento venne assegnata l’azione d’attacco al fortino della Cappelletta di Masone, ci mettemmo in cammino dalla sede, che si trovava in casolare tra Marasca e Acquabianca, prendemmo il sentiero verso La Masca e raggiungemmo la cappelletta verso la mezzanotte. Circondammo la zona, dotati quasi tutti di armi automatiche, di un bazooka e di una mitraglia, utilizzata da un compagno partigiano di nazionalità germanica, scappato dal presidio tedesco di Campoligure, perché aveva dato un pugno in faccia al capitano che gli aveva rifiutato una licenza per recarsi in Germania, dove aveva perso tutta la famiglia in un bombardamento. Dotato di una statura imponente portava la piccola mitraglietta francese.
All’ora del cambio della sentinella, mentre stava per uscire dalla porta, si vide un piccolo fascio di luce, il partigiano armato di bazooka sferrò il primo colpo che creò scompiglio nelle forze tedesche; a questo punto aprimmo il fuoco con le armi leggere, trovandoci a distanza ravvicinata, sentimmo gridare l’ufficiale tedesco che si arrendeva. Il nostro partigiano tedesco gli dettò le condizioni, ma nello stesso momento partì verso di noi una raffica di machinenpistole a cui rispondemmo con tutta la nostra artiglieria. Non sentendo alcuna risposta, capimmo che si erano dati alla fuga, lasciando diversi morti sul terreno. A questo punto decidemmo la ritirata sul sentiero del ritorno, verso La Masca, camminando sul versante al riparo di eventuali attacchi, infatti a distanza di un’ora iniziarono a sparare da Campoligure con l’artiglieria, ma i proiettili finivano in fondo al vallone per cui rientrammo senza perdite.
Alla fine di marzo 1945, per il flusso di prigionieri, si rese necessaria la realizzazione di un centro di raccolta per i nuovi arrivati, di conseguenza il comando di Brigata scelse: il compagno Andrea (ufficiale dell’esercito slavo) e me ‘Leone’, lui come comandante, io come commissario.
Il 25 aprile 1945, tutti i prigionieri vennero consegnati alle forze alleate.
Finita la guerra, ritornai a lavorare all’Ansaldo (Allestimento Navi), da qui mi feci trasferire al cantiere navale di Sestri, per poter tornare alla mia attività politica presso la sezione del P.C.I. ‘Boido-Longhi’. Nel 1952 dopo una lotta di settanta giorni, venni licenziato, rimanendo senza lavoro per diversi mesi.
Nel 1953, l’organizzazione del partito in provincia venne divisa in zone e il ponente andava da Sestri fino a Cogoleto. Fu costituito un comitato e fui chiamato a farne parte. Il partito, sempre nel 1953, mi mandò a lavorare nella federazione di Trento, dove rimasi per un periodo di 4 mesi. Rientrato mi avvisarono che la Direzione del partito chiedeva dei compagni da inviare in Calabria e in Sardegna. Scelsi la Calabria, poiché era la mia regione di origine, così venni assegnato alla Federazione di Catanzaro, dove ebbi la fortuna di conoscere il compagno Alicata, Responsabile Regionale.
Mi venne assegnata una zona della Pre Sila, con paesi come Sersale, Cropine, Cirò, Cirò Marina, dove, oltre al lavoro di partito, davo una mano al sindacato per organizzare l’occupazione dei terreni incolti. In questa attività ebbi problemi con la polizia. Una sera, mentre stavo consumando la cena nella sala da pranzo della locanda, arrivò di corsa un compagno per avvisarmi che la polizia mi stava cercando. Gli risposi che due poliziotti erano già lì. Finito di mangiare mi alzai tranquillo, facendo credere ai due che andavo al bagno, ben sapendo che a fianco del bagno c’era una porta che dava sul retro della trattoria. Appena fuori, mi recai presso la sartoria di un compagno, dove dormii fino all’ora della partenza per l’occupazione dei terreni.
Giunti sul posto, vi trovammo i carabinieri, che iniziarono a picchiare e a sparare lasciando per terra due compagni morti.
Passati alcuni giorni, mentre ero in camera che mi facevo la barba, si presentò un brigadiere, con due carabinieri, che mi chiese di andare in caserma con loro. Arrivati, il maresciallo mi comunicò che c’era il foglio di via, come persona indesiderata. Uscendo dalla caserma mi recai in comune dal sindaco socialista e gli raccontai il fatto. Egli mi disse di stare tranquillo, che sarebbe andato lui dal maresciallo a chiedergli di lasciarmi stare al paese sotto la sua responsabilità. Evitai così il ritorno a Genova e tutte le conseguenze del caso, ma non potendo svolgere il mio lavoro in quella zona, avendo sempre dietro i carabinieri, la Federazione decise di farmi rientrare a Catanzaro dove svolsi i miei compiti nella sezione di Nicastro per tutta la durata della mia permanenza in Calabria.
Rientrato in Federazione a Genova, ebbi un colloquio con il compagno Ceravolo, allora segretario della Federazione, il quale mi informò che la Direzione del Partito proponeva il mio ritorno a Catanzaro, ma io rifiutai perché non mi sentivo di assumermi una tale responsabilità.
Allora decisero di inviarmi in provincia nella zona di Fontanabuona, dove lavorai per circa un anno.
Rientrato a Genova mi fu affidata un’attività in Federazione, ma qui mi scontrai con il compagno Pessi, allora segretario, su problemi di carattere operativo all’interno della Federazione stessa. Subito dopo mi chiamò il compagno Bugliani (Lucio), vicesegretario, che mi consigliò, data la mia giovane età, di andare a lavorare presso la filiale degli Editori Riuniti, come responsabile del magazzino, insieme al compagno Amerio, responsabile della filiale, e il compagno Stagi; il lavoro andava bene, ma in seguito, a causa del poco impegno del compagno Amerio, l’organizzazione ne risentì, di conseguenza arrivò una lettera della Direzione Amministrativa, che proponeva, a Stagi e me, una soluzione che ci andava bene, ma solo in parte. Prendemmo subito contatto con la Direzione Amministrativa, manifestando il nostro disaccordo sulla loro proposta di dare al compagno Amerio una percentuale sul venduto per invogliarlo a lavorare. Nel frattempo arrivò da Roma, un compagno Ispettore per chiarire meglio la questione, ma questo incontro diventò molto animato a causa di una sua dichiarazione, con cui disse che la situazione era cambiata, quindi le nostre opinioni non gli interessavano, perché gli Editori Riuniti non dipendevano più dall’ Amministrazione del Partito.
A questo punto, vista la situazione, dissi che avrei dato l’avviso necessario e mi sarei cercato un nuovo padrone da solo. Dopo pochi giorni, arrivò una lettera, che ci invitava a convocare una nuova riunione, anche con i compagni produttori, dato che sarebbe stato presente il compagno Secchia, nuovo presidente della Casa Editrice.
Al momento della riunione, mi rifiutai di partecipare, perché rimanevo fermo sulla mia decisione.
Il compagno Secchia cercò di convincermi, ma io, forse sbagliando, non tornai sulla mia decisione e al termine stabilito mi auto-lincenziai.
Continuavo a dare la mia attività, presso la sezione “Boido-Longhi”, come volontario.
Non trovando lavoro presso alcuna fabbrica per la mia attività politica, decisi si sfruttare la mia passione (la fotografia).
Questa mia attività iniziò sulle spiagge di Sestri e Multedo, in seguito presi contatto con alcuni negozi di ottica e foto, ritirando i rullini dei loro clienti, per lo sviluppo e la stampa.
Come fotoreporter facevo servizi di sposi, manifestazioni politiche e altro. Un giorno mi trovai a fare foto in una manifestazione in Federazione, con la presenza del compagno Togliatti e mi venne proposto, da parte di un compagno di Vie Nuove, di andare a lavorare con loro come fotoreporter, perché avevano bisogno di un compagno da mandare in Cina, ma, non avendo avuto il consenso da parte di mia moglie, dovetti rifiutare.
Nel 1959 rilevai un negozio in Via Merano, dove svolsi la mia attività di ottica e fotografia (sviluppando da solo le foto sia in bianco e nero che a colori).
Nel 1980 avendo raggiunto l’età per la pensione, cedetti il negozio e…….sino alla fine della mia vita farò il pensionato.
Mercuri Luigi
Nome di battaglia (Calabria-Leone)
Marina di Nicotera (CZ) il 29.01.1925 – Genova 24.12.2004
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Ho letto con sincero interesse questo Tuo scritto. Un sintetico tracciato , del percorso della Tua vita. Dall’infanzia (gioventù) al trasferimento in Genova, l’inserimento in fabbrica, la fiducia conquistata dal gruppo operaio: esperienza che ha consentito il rifiuto alla baldanza propagandistica del regime.
Come comprendere, confrontarsi, scegliere, sono aspetti che avvengono soprattutto in ragione delle contraddizioni del regime ed ai metodi prepotenti adottati dall’insieme della realtà del tempo.
Ci siamo conosciuti nel lontano 1943, in piena guerra. Abbiamo via via saldato la nostra amicizia. Assieme e con altri compagni ci siamo impegnati con iniziative ed azioni a contribuire alla caduta del fascismo, 25 Luglio, seguito poi dall’ 8 Settembre: Governo Badoglio.
La guerra continua, i tedeschi un tempo alleati sono divenuti di fatto anche forza di occupazione. Contraddizioni seguivano ed aumentavano di giorno in giorno. Giovani esuberanti, ribelli contro la crescente ingiustizia, e benché noi fossimo privi di esperienza e formazione politica, abbiamo fatto la nostra scelta.
Unitamente al malumore generale, la crescita del movimento e la volontà di pace e di libertà. Si Sono rafforzati, sia per l’impegno dei compagni e la grande volontà di lottare contro I ‘oppressore.
Questa amicizia iniziata al tempo della nostra gioventù, ci ha provati, uniti nel percorso da Te ricordato e descritto.
Soltanto una parte del tempo cospirativo abbiamo percorso insieme.
Situazioni, pericoli del tempo ci hanno separati fino alla conquista della liberazione,
Amicizia, intesa, impegni che seguivano hanno contribuito a consolidare la nostra amicizia a tuttora. Amicizia che vorrei indicare con la A maiuscola.
IlTuo scritto ci consente di ricordare. oltre a noi stessi, ilvalore, il coraggio, i sacrifici durante la guerra nelle organizzazioni operative di città e montagna.
Ci fa ricordare i gruppi operanti, i compagni che sono caduti ed altri che con I ‘avanzare dell’età non sono più tra noi.
Tanti sono i testi scritti di quel triste tempo, ricordato con superficialità nei testi di Insegnamento, educazione e formazione scolastica.
Mi sembra che Tu abbia tracciato un valido percorso in questa Tua “memoria”. Aiuta chi vuol capire che tra i grandi avvenimenti ed i grandi dirigenti, c’erano anche altre persone semplici, decise, operanti, che hanno combattuto ed hanno consentito la conquista della liberazione del nostro Paese.
Le mogli, i figli in parte hanno capito e sentito l’importanza delle decisioni del tempo.
Il percorso vissuto e descritto non solo ha il mio parere positivo, ma lo ritengo favorevolmente utile, senza alcuna superbia, alla conoscenza dei giovanissimi. Una occasione di approfondimento se voluto. Una riflessione sulla necessità di fare delle scelte, anche individuali, che si incontrano nel percorso della vita.
Complimenti. L’amico, compagno.
( Benito Benati )

4 Novembre 1998



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