Camilla Ravera racconta – 8 marzo – Giornata Internazionale della Donna – Perché non è una festa

La tradizione popolare racconta che l’8 marzo 1908 Mr. Johnson , proprietario dell’industria “Cotton” chiude a chiave all’interno della sua azienda le lavoratrici impegnate in una rivendicazione sindacale e che un incendio farà perire, arse vive, 129 lavoratrici. Ricerche negli archivi di quel tempo non avvalorano questa storia. Alcuni anni dopo, il 25 marzo 1911, alla Triangle Shirtwaist Company, situata nel cuore di Manhattan, che produce abbigliamento, un incendio causa la morte di 146 operai della Triangle, in gran parte giovani donne immigrate di origini italiane ed ebree, prevalentemente di età compresa fra i 13 e i 22 anni. In diversi paesi, ci furono in quegli anni iniziative che cercavano di mettere al centro la questione femminile ma in date diverse dall’8 marzo a secondo dei paesi e dai gruppi organizzati femminili. L’8 marzo 1917 a San Pietroburgo una grande manifestazione di donne chiedeva con forza la fine della guerra. Quella manifestazione e successive determineranno il crollo del regime zarista. Per questo motivo, il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, su proposta di Rosa Luxemburg fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia», trasformata in:“La Giornata Internazionale della Donna.”

*****

(Tratto da “Camilla Ravera racconta la sua vita” di Rita Palombo – Rusconi editore)
…Nel 1898 andammo a Valenza. Papà veniva continuamente trasferito, specie dove era necessario istituire nuovi uffici del Ministero delle Finanze. In quegli anni lo Stato neonato si estendeva per dare vita alle strutture periferiche (….……..) Così come ad Acqui, a Valenza assistetti ad un fatto che mi rimase scolpito nella memoria. Per molto tempo appartenne ai ricordi della mia infanzia. Ma dopo, quando la mia scelta politica fu compiuta, ciò che successe quel giorno divenne un riferimento storico della mia battaglia per 1’emancipazione e la liberazione della donna.
Non ricordo più quanti anni avessi, forse frequentavo la seconda elementare, quindi sette o otto.
Mi piaceva andare a scuola, perché ero contenta di stare con gli altri bambini.
La mamma mi accompagnava ogni mattina e spesso si spazientiva perché mi fermavo ad osservare qualsiasi cosa colpisse l’attenzione. Eravamo arrivati da poche settimane in quella cittadina e avevo ancora molte cose da scoprire.
Mentre chiacchieravo con la mamma, sentii all’improvviso delle voci alterate, arrabbiate e subito dopo, da un angolo, vidi comparire tantIssime donne che avanzavano verso di noi. Ebbi paura. Strinsi la mano di mia madre e lei mi obbligò a fermarmi.
Era un corteo di lavoratrici. Prima ancora che chiedessi chi fossero e perché urlassero in quel modo la mamma, accortasi dello spavento che provavo, mi disse che erano le pulitrici dell’oro che protestavano, guidate da un uomo, un socialista che si chiamava Filippo Turati, perché con la loro paga, guadagnata lavorando dodici ore al giorno, non riuscivano a comprarsi nemmeno il pane. Mi invitò poi ad osservare le loro mani. Io le guardai: erano completamente rose dall’ acido che serviva a pulire l’oro. Erano scalze, malvestite e smunte.Chiesi dove andassero e perché quell’uomo le guidasse.
Lei rispose che forse erano dirette alla Lega delle lavoratrici e che Turati, anche se non era povero, era alla testa del corteo perché era un socialista. E per questo era ammirevole.
Poco dopo scomparvero in una via e mia madre mi spiegò che non bisognava aver paura dei lavoratori che probabilmente avrei visto altre volte camminare urlando per strada.
In quel modo la mamma mi insegnò ad amare i deboli e innanzi tutto a rispettarli. Allora mi chiesi: “Chi ha soldi non potrebbe darli a chi non li ha?”. Questa domanda mi frullò nella testa per giorni e giorni. Anch’io, pensavo, potevo far qualcosa per coloro che soffrivano. 
Inutile sottolineare l’importanza che quelle lavoratrici ebbero nella formazione politica di Camilla, che si tranquillizzò sulla sorte di quelle donne solo quando la mamma le disse:
«Le ripulitrici dell’ oro hanno ottenuto 1’aumento del salario.
Ora lavorano e sono contente».
Dopo un anno, nel 1899, i Ravera si trasferirono a Casale Monferrato. Lì Camilla assistette ad un altro episodio che influì molto sulle sue scelte politiche.
Andavamo spesso ai giardini pubblici, di fronte ai quali si stava costruendo un palazzo.
Io osservavo con interesse quel lavoro. Un giorno, oltre ai muratori, notai delle donne che trasportavano calce ed attrezzi pesanti sulle spalle e si arrampicavano su precarie scale di legno.
Mi fu spiegato che erano le mogli di quei muratori, che aiutavano i mariti a guadagnare quel tanto in più che rendeva sufficiente il salario per portare avanti la famiglia.
Fu allora che nacque in me coscientemente l’interesse per la condizione della donna lavoratrice, per i suoi problemi e per la lotta per l’emancipazione femminile.
Camilla intanto aveva terminato le scuole elementari e poi quelle complementari. Per continuare gli studi fu costretta a frequentare !’Istituto Magistrale, perché a Casale Monferrato c’era solo un ginnasio maschile in un collegio privato.
Quella scuola era nata grazie alle battaglie di alcune insegnanti, quasi tutte giovanissime, che prima avevano dato vita all’istituto privato, poi, con il tempo, grazie anche, se non soprattutto, all’ ottimo insegnamento che impartivano, apprezzato da studentesse e genitori, ottennero la convenzione a trasformarlo in una scuola parificata e successivamente da parificata a statale.
Erano quelli gli anni in cui si cominciava anche in Italia a parlare di emancipazione femminile. E furono belli.

Camilla Ravera

Nata ad Acqui Terme (Alessandria) il 18 giugno 1889, deceduta a Roma il 14 aprile 1988, insegnante.
È stata la prima delle due donne italiane sinora nominate senatore a vita (la seconda è Rita Levi Montalcini). Quando, il 26 gennaio 1982, fece il suo primo ingresso a Palazzo Madama, i senatori, riuniti in assemblea plenaria, l’accolsero tutti in piedi. Aveva 96 anni quando fu ancora chiamata a presiedere l’Assemblea. Un altro suo record: è stato il primo caso, nella storia dei movimenti politici del mondo, di una donna nominata (era il 1927), segretaria del suo partito. Era il Partito Comunista d’Italia (del quale era stata uno dei fondatori nel 1921 e nel quale aveva subito assunto la guida dell’organizzazione femminile, fondando anche il periodico La compagna). Camilla Ravera resse la segreteria del PCdI sino al 1930 quando, rientrata clandestinamente in Italia dalla Francia, fu arrestata e condannata a quindici anni e mezzo, trascorsi tra carcere e confino sino alla caduta del fascismo. Con Umberto Terracini, fu l’ultima dei confinati a lasciare Ventotene (“una ciabatta in mare”, come ebbe a descrivere l’isola). Lì ebbe a conoscere Alessandro Pertini (che l’avrebbe poi scelta, quarantaquattro anni dopo, per il laticlavio) e lì, con Terracini, fu espulsa dal suo partito per aver condannato il patto Ribbentrop-Molotov. 
Riacquistata la libertà, Camilla Ravera riuscì a raggiungere dopo molte peripezie i suoi famigliari, che erano sfollati a San Secondo di Pinerolo. Dopo l’8 settembre 1943, sapendo di essere di nuovo ricercata, la Ravera riparò in un casolare sulle colline, che diventò presto luogo di incontri politici clandestini. Dovette abbandonarlo quando i fascisti cominciarono a dare alle fiamme tutti i casolari della zona. Rientrata a Torino dopo la Liberazione, Camilla Ravera, riammessa nel PCI, divenne consigliere comunale. Nel 1947, con Ada Gobetti, del Partito d’Azione, fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane. Nel 1948 fu eletta deputato per il PCI. Aveva intanto ripreso le battaglie di sempre, cominciate idealmente quando lei, di famiglia borghese, aveva assistito, ancora bambina, ad uno sciopero di operaie a Valenza. Soprattutto si è impegnata nelle battaglie per la pace. Camilla Ravera ha lasciato molte pubblicazioni. Al suo libro Diario di trent’anniè andato, nel 1973, il “Premio Prato”. Nel 1978 la sua Breve storia del movimento femminile in Italia ha avuto il “Premio Viareggio”. Nel 1979 gli Editori Riuniti hanno raccolto in volume le Lettere al Partito e alla famiglia.Nel 1992 la Fondazione Istituto Gramsci ha acquisito l’Archivio Storico delle donne “Camilla Ravera”, costituito nel 1987 dalla Commissione femminile del PCI. Alla Ravera sono intitolate, tra l’altro, strade a Roma e in Toscana, la Federazione di Torino dei DS, Società cooperative, alcuni circoli del PRC.

Fonte Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

 

 

 

 

 

 

Advertisements

Tag:, ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: