Archive by Author | Alessandra Ballerini

Ventimiglia, resistere nel 2015

A Ventimiglia, al confine con la Francia, è accaduto e sta accadendo qualcosa di insopportabile, per la coscienza e per la politica. L’immagine che pubblichiamo si riferisce ai momenti, carichi di tensione, in cui le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare i profughi.  Mentre prepariamo il prossimo Corriere delle Migrazioni, che in larghissima parte sarà dedicato ai profughi e alla morte del diritto d’asilo in Europa, vi proponiamo la testimonianza di Alessandra Ballerini, l’avvocata-attivista che scrive spesso per noi. Alessandra era a Ventimiglia.

«Manca all’appello ancora l’ultimo treno, quello delle 23, e i profughi in stazione a Ventimiglia sono già almeno 400. Sudanesi, etiopi, eritrei, ghanesi, profughi del Togo, del Mali e della Guinea, tutti approdati sulle nostre coste nei giorni scorsi. La nostra piccola Africa ligure.
Tra loro, numerose donne anche giovanissime, stremate, stese per terra con occhi e corpi quasi inermi. Bellissime, nonostante tutto. Le osservi e ti domandi quanto sarà costata loro, nelle notti di prigionia in Libia, la loro bellezza acerba e indifesa, la loro solitudine, la loro determinata fragilità.
Vagano nella piazza antistante la stazione anche tantissimi ragazzini, “minori stranieri non accompagnati”, come vengono definiti col linguaggio tecnico dei giuristi. E anche dei bimbi piccoli. Nessuna traccia dei venti minori afghani che lunedì scorso erano comparsi in stazione.
Mi avvicino all’uniforme che, tra le tante presenti, annoiate e distratte, mi sembra più affabile e attenta. Gli chiedo informazioni sulla situazione. Lui è gentile e preparato. Esclude che i colleghi francesi abbiano notificato qualsiasi sorta di atto ai profughi respinti di fatto molto più che di diritto, alla frontiera di Mentone. Non crede comunque che lagendarmerie abbia usato la forza contro i migranti, basta la minaccia esplicita del loro schieramento lungo la strada. Un confine di uomini, anzi di divise.
Mentre parla s’indigna. «Queste sono persone che chiedono asilo – mi dice mentre una bimba eritrea di neppure due anni gli gira intorno – e non clandestini, come vengono chiamati dai giornalisti».
Io sgrano gli occhi, sorpresa nei miei pregiudizi da un’analisi così precisa e, visti i tempi, affatto banale. Lui si accorge del mio stupore e immediatamente aggiunge: «io porto questa divisa per difendere la democrazia nel mio paese, per tutelare lo stato di diritto. Un po’ come lei che fa l’attivista». Io veramente mi ero presentata come avvocata consulente di diverse associazioni umanitarie, ma lui da bravo “sbirro”, mi ha subito calato la maschera.
Mi siedo. Sull’aiuola, insieme ai migranti. Scambiamo con loro pochissime parole. Sono troppo stanchi, non voglio sottoporli anche al mio, seppure benevolo, interrogatorio, che si sommerebbe a quelli più implacabili dei tantissimi giornalisti presenti e armati di microfoni e telecamere.

Serena, l’operatrice della Caritas, si siede accanto a me e mi presenta alcuni richienti asilo conosciuti nei giorni precedenti. Mi mostrano i segni della scabbia. All’inizio fa come una S bianca sul polso, mi spiegano, e ripenso immediatamente a una frase geniale scritta su fb come risposta dissacrante contro gli idioti allarmisti che urlano all’untore: “ho scritto t’amo sulla scabbia”.
E poi prude tra le dita, mi raccontano. Nulla di terribile o inguaribile. Basta una pillola o una pomata e passa in tre giorni.
Si potesse fare lo stesso con la scabbia ben peggiore e decisamente più contagiosa e resistente del razzismo!

Mi sposto lungo la linea di passaggio con la Francia per capire, ancora una volta, come i diritti si possano sospendere con il semplice uso della forza.
Il “confine” è presidiato dalla gendarmerie. I respingimenti sono sommari, collettivi e informali. Pare non vengano notificati atti nè fornite spiegazioni o tantomeno ascoltate istanze. Agli agenti francesi basta agitare il manganello e il respingimento è fatto. E non risparmia nessuno neppure donne incinte o minori. La croix rouge sta al di qua del confine, in suolo italico, come a dire che soccorsi in Francia non se ne danno perchè in Francia è di fatto vietato ai profughi posare il piede. E cosi una parte di loro si assiepa sugli scogli e aspetta. Che le cose cambino, che le guardie si distraggano. che i diritti vengano ristabiliti. Ma non succede. Da giorni non succede nulla.
E cosi i profughi fanno avanti e indietro tra la stazione e gli scogli/confine. Sei chilometri all’andata e sei al ritorno. A volte, come in queste ore domenicali, sotto l’acqua, spesso sotto il sole cocente. Di sera si torna in stazione a prendere il pasto distribuito dai volontari della caritas e dalla crocerossa e poi a dormire dentro la stazione o sul piazzale antistante.

A Ventimiglia infatti non è stato ancora allestito alcun rifugio sicuro, da poco sono state montate delle docce e ai pasti pensano i volontari. Nessuno pensa alla salute e neppure chiamando il 118 si è ottenuto l’intervento di personale sanitario. Domenica le autorità avrebbero dovuto decidere quale immobile destinare a rifugio di queste persone esposte, oggi, pure alle scorribande di xenofobi francesi e nostrani e a fragorosi acquazzoni, ma ancora non sembra essersi trovata un soluzione neppure provvisoria.
La stazione intanto è presidiata da un’indifferente polizia italiana e nessuno viene identificato nè condotto in commissariato per l’identificazione.
Chi offre loro ascolto, vestiti ,medicine e cibo non ha bisogno di prendere le impronte per sapere chi sono, a loro basta guardarli negli occhi.
E quegli occhi ogni ora che passa si moltiplicano: lunedi sera i profughi sono circa 600 e tra loro sempre più minori e almeno venti tra neonati e bambini piccoli; intanto fortunatamente in stazione hanno aumentato gli spazi a disposizione dei profughi.
I giornali più gentili li chiamano transitanti: in realtà non transitano, non vagano, non invadono e non contagiano, semplicemente si ostinano, seppure sempre più stanchi, a esistere e a resistere, nonostante le nostre procedure ottuse e ingiuste, come il regolamento Dublino, o crudeli e fallaci, come la mancata previsione dei canali umanitari, nonostante i nostri confini e le nostre paure (prima tra tutte quella di dover scoprire che a vivere in un paese in pace non c’è alcun diritto ma solo immeritata fortuna).
Non transitano, semmai vengono loro malgrado allontanti, trasferiti, respinti.
Come succede anche oggi, che è già martedi, con la nostra polizia che decide inopinatamente di trascinare a forza un gruppo di profughi presenti al confine, verso la stazione. Un’operazione violenta nella sua assoluta insensatezza e umiliante per chi la subisce come per chi la esegue.
In stazione intanto gli instancabili volontari tornano a distribuire cibo e consigli anche ai nuovi giunti tra i quali una dozzina di giovanissimi afghani.
Respinti ma decisamente non vinti.
Ecco si, sono giorni che cerco la parola esatta per descriverli, questi giovani esuli, scacciati da tutti, esclusi dai diritti che pure si dicono inviolabili e universali, esausti di fughe, soprusi e umiliazioni, li guardi negli occhi e la parola che sale alle labbra, è invincibili, come gli eroi.

Alessandra Ballerini

fonte:http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/06/16/ventimiglia-resistere-nel-2015/

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LA VERGOGNOSA LEZIONE DI SCHETTINO E I VERI EROI CHE SANNO STARE A GALLA

di Alessandra Ballerini

migrantiPERCHÉ non l’hanno chiesto al dott. Jammo, il medico siriano che ha visto il mare inghiottire due dei suoi figli nel naufragio del 11 ottobre scorso in cui hanno perso la vita 268 persone in fuga dalla guerra, come ha saputo controllarsi nelle ore passate sul natante che imbarcava acqua a richiedere, con continue telefonate satellitari, disperatamente ma invano soccorsi arrivati solo sei ore più tardi?

Oppure avrebbero potuto consultare Sameh e gli altri prigionieri rinchiusi nei Cie (centri identificazione ed espulsione) che sfidando, oltre al naturale spirito di autoconservazione, orrore e paura, hanno impugnato ago e filo e si sono trapassati le labbra fino a cucirsele. Estremo atto di disperata protesta dei reclusi che implica la rinuncia alla parola e alla nutrizione e quindi alla vita.

O, ancora, si poteva interrogare uno a caso degli oltre 6000 minori stranieri non accompagnati, ovvero piccoli completamente soli, arrivati sulle nostre coste vivi, ma non illesi, in questi primi otto mesi dell’anno. E chiedergli cosa si prova a essere rinchiusi sottoterra dalle bande criminali libiche, torturati e violentati nell’attesa che qualcuno paghi il «riscatto», caricati in centinaia su una barca marcia, incastrati gli uni negli altri fino a quando si spezzano le ossa, senza mangiare, né bere, né dormire per giorni e notti, guardando impotenti morire compagni di sventura e combattere con onde, scafisti, buio e sete.

O, senza andare lontani, si poteva domandare ad una delle tante donne che si rivolgono ai nostri centri antiviolenza, di spiegare pubblicamente come riescono a gestire terrore, delusione e rabbia quando il padre dei loro figli le afferra alla gola, le percuote con calci il ventre, taglia pelle e capelli con coltelli da cucina, pesta occhi e labbra con furia incontenibile, pretendendo di essere chiamato padrone.

O magari, per non turbare la sensibilità dei più impressionabili, si poteva semplicemente intervistare uno qualsiasi tra le decine di migliaia di licenziati, esodati, cassintegrati, precari a tempo indeterminato. Loro hanno imparato a loro spese come gestire l’ansia di non riuscire a farcela. Di non stare più a galla, se non su zattere precarie offerte dalla Caritas e da altri volontari.

Riescono, molti ma non tutti, a non impazzire di paura, a controllare il panico da fallimento, a non annegare definitivamente sotto il peso di cartelle esattoriali, debiti non onorati e promesse offerte in tempi migliori agli affetti più cari e oggi impossibili da mantenere, solo conservando incredibilmente intatto lo spirito di sopravvivenza e riscoprendo a beneficio di sé e dei propri congiunti una straordinaria quanto eroica resilienza.

O forse, per farla ancora più semplice, si poteva chiedere a una delle nostre divise ancora «sana» o anche a medici, infermieri, assistenti sociali, giudici o insegnanti e persino ad avvocati, come riescono a tenere in equilibrio il brivido di onnipotenza che deriva naturalmente dall’avere un’esistenza ed il potere di salvarla o anche solo modificarla tra le mani e la paura di non esserne all’altezza, o l’ansia, il dubbio e la rabbia di non avere strumenti o possibilità per compiere il salvataggio o anche solo offrire il supporto necessario e doveroso.

Ecco, leggo, come tutti, la notizia della lezione universitaria tenuta alla Sapienza da Schettino (indagato per la morte di 32 passeggeri della Costa Concordia) sul tema della «gestione del panico » e, dopo la doverosa dose di indignazione, mi domando: ma non potevano chiedere a uno qualsiasi di questi eroi del quotidiano di spiegare agli studenti romani cosa vuol dire stare a galla, nonostante tutto? Se quella vergognosa lezione fosse una scena di un remake del film «L’aereo più pazzo del mondo », apparirebbe di certo alla fine della schettiniana spiegazione, la liberatoria scritta»ok panico ».

Fonte Repubblica.it

Potevano chiedere ai migranti come si riesce a non morire Licenziati ed esodati potrebbero spiegare la gestione dell’ansia

Said, undici volte Cie

pontegaleria

Aspetta. Aspetta è la risposta a tutte le domande. Aspetta è un invito. A volte un ordine. Aspetta è una condanna. O meglio una parte di questa condanna senza reato che sono i Cie.

Oggi, 3 marzo, a Ponte Galeria sono 72 uomini e 15 donne (tra loro anche una somala, quindi in diritto di ricevere asilo) ad aspettare. Aspettano di uscire. Di tornare alle proprie famiglie, al proprio lavoro, alla propria casa. O di essere espulsi. Aspettano notizie dall’avvocato, la decisione del giudice o della commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Aspettano di essere visitati dal medico, di essere ascoltati dal magistrato, di ricevere visite o lettere dai familiari. Said (nome di fantasia di un recluso reale come il suo sorriso e la stretta di mano), aspetta che il vento cambi e la ruota della fortuna inizi a girare senza schiacciarlo. Ha tra le mani una plico di documenti. Come tutti gli altri reclusi. Ma la sua pila di carte è più’ alta. Le raccoglie da più tempo. Quando lo incontro nei corridoi tutti lo salutano chiamandolo per nome. All’inizio penso che sia un dipendente dell’ente gestore. E’ un bel ragazzo, parla un perfetto italiano colorato da un misto di accenti del nostro sud. Ha festeggiato da poco il suo compleanno. Tra queste sbarre. Tra le sue carte ci sono diplomi e attestati. È pescatore, marinaio, bagnino. E’ loquace e ha mantenuto intatte eroicamente speranza e ironia. Ileana Piazzoni deputata di Sel che mi accompagna in questa visita, gli parla a lungo e mi dice che le ricorda qualcuno. E’ vero, Said ha un viso assolutamente familiare. Mi domando se le nostre strade si siano già incontrate in altri Cie o all’aria aperta. Said ha “accumulato” undici Cie in neanche nove anni. «Gli operatori mi dicono che all’inizio sospettavano che fossi Fabrizio Gatti in incognita, sa, il giornalista dell’Espresso che entra nei centri e poi li fa chiudere». Invece è “solo” un lavoratore tunisino che ha perso il permesso a causa di uno dei tanti tranelli burocratici della normativa sull’immigrazione, è tornato nel suo paese, ha aspettato un decreto flussi e la formale assunzione da parte del suo datore di lavoro, ha diligentemente chiesto e ottenuto il visto di ingresso dall’ambasciata italiana ed è tornato in Italia. E’ andato in questura ha lasciato nuovamente le sue impronte digitali, ha intascato la ricevuta di permesso di soggiorno. E ha iniziato ad aspettare. Ma in questura hanno stabilito che il suo visto di ingresso era falso, gli hanno ritirato la ricevuta e il passaporto e gli hanno contestato un po’ di reati. Dopo tre anni di processi e irregolarità’ forzata è stato assolto. Ma il visto (vero!) era ormai scaduto. E cosi ha continuato a lavorare, in nero, per lo più sulle barche. Ma ogni volta che ci sono controlli gli notificano decreti di espulsione e trattenimento e lo rinchiudono. Ogni volta in un Cie diverso. Il suo ultimo datore di lavoro continua a chiamarlo e lui si è’ inventato la scusa di una malattia per giustificare l’improvvisa e prolungata assenza perché non vuole dire che sta dietro le sbarre come un criminale. Ma dato che è coscienzioso ha trovato un sostituto perchè lo rimpiazzasse. Una vita, undici Cie. Leggo che nei giorni scorsi è stata approvata una mozione che impegna il sindaco e la giunta capitolina… ad esprimere formalmente al governo nella sua interezza il proprio giudizio fortemente critico nei confronti della struttura ospitata all’interno del territorio ritenendolo soprattutto un luogo sospensivo dei diritti fondamentali… ne chiede la chiusura e l’elaborazione di altre forme di accoglienza di carattere non reclusivo. Bene! I diritti fondamentali di Said oggi sono sospesi per l’undicesima volta. Sarebbe davvero l’ora di smetterla. Parliamo con gli altri trattenuti. Oggi sembra di stare in un ospedale da campo. C’è’ un signore senza un occhio, un ragazzo con la spalla rotta, il profugo libico che la settimana scorsa era quasi riuscito ad uccidersi impiccandosi ben imbottito di tranquillanti che vaga incerto e un altro giovanissimo appena trasferito dal Cie di Torino che deve essere operato per delle cisti dolorose e intime. Nessuna bocca cucita oggi. Oggi si parla e tutti chiedono quando potranno uscire. E a tutti viene risposto di aspettare. Aspettare che i diritti nel nostro bel Paese smettano di essere sospesi. Mentre scrivo il più’ affezionato dei reclusi di Ponte Galeria mi chiama quasi piangendo dalla gioia. Il gruppo di profughi sbarcati a Lampedusa a dicembre e rinchiusi nel Cie romano da oltre tre mesi è stato finalmente liberato. Gli chiedo di lui: ha ottenuto finalmente la sospensiva dal giudice. “Forse.” Non osiamo finire la frase per scaramanzia. Oggi è stata una buona giornata per chi è uscito ma non per chi è entrato e ha davanti a se 18 mesi di incubo. Lassad mi chiede di fare qualcosa per un suo amico algerino rinchiuso insieme a lui e portato via dalla moglie e da due bambini piccoli uno dei quali malato. Dico che posso solo scriverne. E allora scrivi, mi ordina. Il giorno più’ bello per me, mi confida, sarà quando il mio amico uscirà e potrà riabbracciare la sua famiglia. Confidenza per confidenza, gli svelo che il giorno più bello per me sarà quando i Cie verranno definitivamente chiusi. Intanto perché l’esperienza di Said come collaudatore di Cie non vada perduta lo nominerei subito sottosegretario al Ministero degli Interni. Oppure costringerei ministri e sottosegretari a farsi rinchiudere almeno undici volte nei Cie. Solo per capire. Perché chiunque li visiti se ancora conserva buona fede, onesta e lucida coscienza e rispetto dei diritti, non può che volerli chiudere.

Alessandra Ballerini

Da Corriere delle migrazioni. http://www.corrieredellemigrazioni.it/2014/03/10/said-il-trattenuto-esperto/

LA GERARCHIA DELLE SFORTUNE

Essere migrante nella fortezza Europa e nell’Italia dei vari “pacchetti sicurezza” già di per sé non è una buona sorte. Se poi il colore della pelle non consente di celare la propria “extracomunitarietà” il minimo che possa capitare è di essere fermati con una certa frequenza per controlli dei documenti e/o possesso del biglietto dei mezzi di trasporto, oppure essere guardati con diffidenza o scostati per evitare contatto, o peggio venire esclusi da posti di lavoro o stipule di contratti di affitto.
Se poi sei migrante e irregolare, la sorte può essere insopportabile. La diffidenza e la discriminazione diventa istituzionalizzata perché avvallata dalla legge. I controlli di polizia possono comportare la contestazione dell’odioso quanto inutile reato di clandestinità, la notifica del decreto di espulsione e, se proprio butta male, il trattenimento fino a 18 mesi in uno dei 6 Cie ancora rimasti aperti.
Se poi sei migrante e donna le sfortune si mescolano e si accumulano.
Se sei rom, se sei velata o comunque troppo palesemente straniera, accedere a un posto di lavoro può diventare impossibile e chiedere giustizia è spesso inutile.
Se sei irregolare la legge non solo non ti difende dai soprusi e dalle discriminazioni ma ti condanna perché colpevole di esistere e respirare sans papier.
Rischi, quando il datore di lavoro ti molesta, quando il “nonno” al quale fai da badante, infermiera e figlia, non più troppo lucido, ti prende a bastonate, quando ti viene negato il giorno di riposo e la maternità, di non ottenere mai giustizia. Perché la voce di una donna irregolare o viene filtrata e amplificata da sindacati o avvocati o raramente viene ascoltata.
E se è vero che recenti normative dovrebbero proteggere gli irregolari dallo sfruttamento sul lavoro e le donne dai maltrattamenti è altrettanto reale ad oggi la loro difficile applicazione e scarsa efficacia.
E cosi se sulla carta (costituzionale in primis) anche le irregolari sono soggette di diritto, in concreto restano spesso sempre e solo “clandestine” da condannare piuttosto che tutelare.

Se poi sei donna, straniera, irregolare e vittima di tratta meriti certamente una buona posizione nel podio delle sfortune.
Le vittime di tratta subiscono violenze e umiliazioni insopportabili anche solo ad ascoltarle. Queste donne sono tra le più fiere che conosca: sono state vendute, violentate e brutalizzate – per chiarire da subito che la vita sarebbe diventata un inferno – e poi di nuovo vendute e vendute. Fino a credere di avere solo un prezzo ma nessun valore.
Come eroine antiche a volte si spezzano (o meglio vengono spezzate) ma non si piegano.
Una parte della loro dignità resta prepotentemente intatta e vigile.
A volte, come per magia, la sorte torna sui suoi passi, non vira del tutto (certe ferite sono insanabili e talvolta progrediscono mute come una cancrena) ma cambia direzione.
A volte, solo a volte, un cliente le guarda negli occhi, ne intuisce il dolore e la dignità, riconosce la donna nella puttana e la aiuta. Come può, come sa. Offrendo una cospicua somma di denaro (ma i soldi non bastano mai per affrancarsi dagli sfruttatori), o aiutandola nella fuga, oppure indirizzandola alle associazioni che si occupano di vittime di tratta.
Ne ho visti tanti, spesso assolutamente insospettabili, di questi clienti “buoni”, venire a chiedermi che la loro “amica” venisse liberata dai protettori e ottenesse un permesso di soggiorno.
A volte la buona sorte si serve e si manifesta attraverso la mano tesa degli operatori dell’unità di strada, di ottime assistenti sociali, di attente quanto rare e divise.
Ma spesso la mala sorte non va che peggiorando. Le violenze ti spezzano, i clienti ti umiliano o ignorano, la legge ti calpesta. Magari, se le botte, le bruciature, i tagli, le malattie non bastano ad abbatterti, finisci in ospedale, o magari ti rinchiudono in un Cie e l’inattività per 18 mesi lo sfruttatore non la perdonerà né a te né alla tua famiglia.
Magari ti rimpatriano. Ti faranno salire a forza su un volo “speciale” insieme a decine di tue connazionali spesso “colleghe”, coi lacci ai polsi e due poliziotti per ciascuna, ai lati, per scorta. Tutte chiedete (ma non supplicate mai, troppo fiere e troppo disilluse) di farvi scendere dall’aereo, di non riportarvi indietro. Inascoltate.
E allora. potrebbe venirvi simultaneamente un’idea. Che non poteva venire in mente a nessun altro se non a voi che avete sopportato tutto: insieme vi alzate in piedi, prima del decollo, e contemporaneamente, sotto lo sguardo attonito di decine di poliziotti, su quell’aereo che voleva riportarvi al mittente come merce avariata, defecate, tutte, insieme.
Un gesto sorprendentemente simbolico e direi sublime. Il pilota ordina di farvi scendere perché evidentemente il viaggio non può proseguire.
Una vittoria breve, l’espulsione è solo rimandata, ma degna di memoria (ed infatti ancora viene narrata con ammirato stupore dai testimoni).
Queste donne meriterebbero forse il primo premio della iattura.

Ma poi penso a chi in Italia non è mai arrivato – sopraffatto dal viaggio, dai trafficanti, dai campi libici, dal mare – o peggio è arrivato orfano di fratelli, genitori o figli inghiottiti dalle onde, dalla burocrazia che ritarda i soccorsi, da pessime leggi. E non immagino possa esserci dolore più grande e incessante di questa sopravvivenza.

Rifletto su un dato che mi colpisce sempre: il numero di persone costrette a scappare dal paese in cui sono nate (23 mila al giorno nel 2012 secondo il rapporto Unar) e a quante di loro non arrivano mai.
Se pensiamo alle nostre di vite, cresciute nella salda Europa, nella pacifica (ma non sanissima) Italia, senza guerre né sistematiche calamità naturali, dove non è il clima ma semmai la cementificazione a uccidere nella stagione della pioggia, dove, ancora, vige la migliore Costituzione al mondo, non possiamo non ritenerci baciati dalla sorte. Nascere qui è stata una fortuna, non un diritto.
E se i diritti (di tutti) vanno difesi, la fortuna va condivisa.

Alessandra Ballerini

Fonte: Corriere Immigrazione

Il Cie di Bari come Auschwitz

Auschwitz1_1545294c-300x187Il paragone è del Tribunale di Bari, che si è recentemente pronunciato in merito alla class action che metteva in discussione la legittimità del Cie locale. Non chiede la chiusura ma ne censura pesantemente il funzionamento. Il commento di Alessandra Ballerini.

Sto leggendo con attenzione l’innovativa decisione del Tribunale di Bari che ha parzialmente accolto la richiesta di misure cautelari proposta ex art. 700 cpc in corso di causa dagli ottimi avvocati Paccione e Carlucci nella qualità di attori popolari in sostituzione degli enti territoriali. Nell’atto di citazione, con il quale veniva precedentemente instaurato il giudizio di merito, i colleghi avevano, tra le varie istanze, richiesto al tribunale di accertare e dichiarare “che la reclusione delle persone nel Cie di Bari, secondo le rilevate caratteristiche di tipo carcerario, integrano condotta materiale lesiva dei diritti universali dell’uomo…” e dunque “ordinare l’immediata chiusura del Cie nella città di Bari per violazione dei diritti umani” o in subordine condannare la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell’Interno e la Prefettura di Bari “alla esecuzione di tutte le opere necessarie indicate dal Ctu…”

Più o meno le stesse richieste erano contenute nel ricorso d’urgenza ex art. 700 cpc. In particolare si richiedeva al Tribunale di “ordinare l’immediata cessazione di ogni forma di detenzione carceraria delle persone trattenute nel Cie di Bari” e in subordine “ordinare in via d’urgenza alle amministrazioni statali suddette l’esecuzione immediata di tutti i necessari interventi correttivi indicati dal Ctu”.
Nel giudizio si costituivano, aderendo all’azione popolare proposta, anche il Comune di Bari e la Regione Puglia.
E questo, è da sottolineare, sembra già un primo ottimo risultato!
Il Tribunale di Bari il 3 gennaio di quest’anno scioglie la riserva assunta dopo aver sentito testi e disposto perizia, con una decisione dettagliata e per molti versi coraggiosa.

Preliminarmente, nell’affermare la competenza giurisdizionale del giudice ordinario (anziché di quello amministrativo) il Tribunale richiama la nota sentenza 105/2001 della Corte Costituzionale e ne cita uno dei passaggi più significativi: “si determina dunque nel caso del trattenimento, anche quando non sia disgiunto da finalità di assistenza, quella mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all’altrui potere e che è indice sicuro dell’attinenza della misura alla sfera della libertà personale… Né potrebbe dirsi che le garanzie dell’art. 13 della Costituzione subiscano attenuazioni rispetto agli stranieri… Non può risultare minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.
Lettura interessante è anche la parte in cui il tribunale, nel confermare la legittimazione attiva dei Colleghi nella loro qualità di cittadini attori popolari, spiega il funzionamento dell’azione popolare. Di fatto, l’art. 9 D.lgs. 267/2000, conferisce al cittadino elettore dell’ente locale una forma di legittimazione speciale ad adire il giudice “ancorché la titolarità delle posizioni giuridiche che si intendono tutelare è dell’ente locale”.
Gli enti locali, a loro volta, sono enti che rappresentano le proprie comunità, ne curano gli interessi e ne promuovono lo sviluppo (art. 3 D.lgs 267/2000).
E gli enti locali in questione, ovvero il comune e la provincia di Bari, pur essendo sprovvisti di competenze amministrative dirette sui Cie “nondimeno subiscono la presenza di tali centri nei loro territori”.
Veramente coraggioso e condivisibile il passaggio in cui il Tribunale sostanzialmente afferma che la presenza di un Cie (struttura di sofferenza e costrizione) lede l’immagine del territorio in cui si trova (e cita Auschwitz come paragone!)

“Anche per quanto concerne la città di Bari la produzione degli attori popolari e le risultanze processuali ben comprovano come ormai da alcuni anni il Cie ivi presente, da un lato, ha formato oggetto, ad esempio, di interrogazioni parlamentari e pubbliche denunce di esponenti politici, relative alle condizioni del trattamento di coloro che vi sono ospitati, oltre che di articoli di stampa e, dall’altro, ha visto accadere reiterati fatti di protesta, se non di rivolta, dei trattenuti… E persino nelle more dello svolgimento della presente riserva i media, sia locali che nazionali, hanno dato conto di altra protesta insorta nel centro di Bari la sera della vigilia di Natale, legata sempre alle condizioni del trattamento dei migranti…”
A leggere queste righe non possiamo trattenere la soddisfazione di vedere che le “loro” proteste e le “nostre” denunce non sono passate inosservate e iniziano a dare qualche frutto.
Qualcosa cambia.
Ed ancora, utile, anche dal punto di visto mediatico, è il ragionamento a pag. 29 laddove è scritto “l’adozione di un determinato lessico, per così dire, non carcerario, non è decisiva, e può anzi apparire ipocrita, nella misura in cui ciò che non si chiami o non si voglia chiamare carcere o detenzione risulti di fatto ancor più mortificante degli istituti così ufficialmente denominati, per come disciplinati”. E a pag. 30 dove si ammette che i trattenuti sono meno “garantiti” dei carcerati.
La Ctu richiamata dal tribunale di fatto ribadisce che nel Cie di Bari (ma noi sappiamo che se fosse fatta una perizia in ogni Cie i risultati sarebbero analoghi) le condizioni del centro sono tali da ledere la dignità dei migranti e dunque “il quomodo del trattamento attuale dei trattenuti nel centro trasmoda nell’illegalità”. E anche questo è un ottimo risultato.
Il vero punto dolente di questa decisione è che, in concreto, vengono disposti per ora “solo” lavori di risanamento del Cie ma non la sua chiusura (che viene anzi, almeno in fase cautelare, esclusa).
Si tratta di una decisione comunque importante che, quantomeno nelle parti indicate, si potrebbe senz’altro utilizzare per far comprendere, a chi ancora ha dei dubbi, che i Cie ledono la dignità di chi vi è trattenuto e con ciò i diritti della comunità tutta.

Non per niente i diritti dell’uomo si chiamano universali. Perché se sono violati quelli di un solo uomo o donna sono violati quelli di tutta la comunità. E alla fine non solo quegli uomini e quelle donne “violati” si ribellano, ma con loro tutta l’intera comunità. E tutta la comunità chiede giustizia.

Alessandra Ballerini (Campagna LasciateCIEntrare)

su corrieredellemigrazioni.it

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