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Dal cyberfemminismo al postumano

“Il cyberfemminismo è anche una lotta per accrescere la consapevolezza dell’impatto provocato dalle nuove tecnologie sulla vita delle donne, e sulle insidie delle divisioni di genere della tecno cultura nella vita quotidiana. Il cyberspazio non esiste in un vuoto, ma è intimamente connesso alle numerose istituzioni del mondo reale e ai sistemi che fioriscono sulle divisioni e le gerarchie di genere” (CAE e Faith Wilding, Notes on the political condition of cyberfeminism)

Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9'19'')

Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9’19”)

 La situazione socio-politica degli ultimi anni ’80 innescò una riflessione sull’impatto delle innovazioni nelle telecomunicazioni e nella micro-elettronica.
Donna Haraway, classe 1944, biologa, filosofa e ora Professore Emerito di Storia della Consapevolezza in California, iniziò in quegli anni ad occuparsi del rapporto tra il pensiero, le attività femminili e le nuove tecnologie. Nel 1991 pubblicò il saggio “Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature”, tradotto in italiano come “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”. Con un linguaggio dirompente e visionario, proponeva un’alternativa futurista, immaginando assemblaggi di corpi con innesti di hardware da cui sarebbero scaturiti tecnomostri mitologici. In parte esseri umani e in parte robot, ma senza il marchio del genere sessuale. In poco tempo il pensiero del Manifesto cyborg si diffuse in tutto il mondo e le cyberfemministe fecero breccia nell’immaginario tecnologico, dominio tradizionalmente maschile, resettando i codici culturali, destrutturando i canoni estetici e soprattutto scatenando la creatività.

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Un collettivo di videomaker e fotografe australiane militanti tra il 1991 e il 1997 fondò il collettivo VNS Matrix, presentandosi come «il virus del nuovo disordine mondiale, le terminator del codice morale». La novità stava nella tecnofilia che permeava le azioni e i proclami del gruppo, intento a dirottare i giocattoli dei tecnocowboys e rimappando il cyberspazio servendosi di quegli stessi giocattoli tecnologici.
L’opera più nota del gruppo, All New Gen (1994) è un gioco interattivo che funziona come una parodia dei giochi vai e uccidi, in cui il partecipante deve sabotare la banca dati del Big Daddy Mainframe con l’aiuto delle DNA Sluts, una sorta di supereroine ibride con laser che sparano dai genitali. L’obiettivo era riuscire a riprogrammare il codice patriarcale tramite la diffusione del virus del nuovo disordine mondiale. Julianne Pierce, a diversi anni di distanza dallo scioglimento del gruppo, dichiarò: “Dietro il divertimento c’era soprattutto il desiderio di lottare per un maggiore coinvolgimento delle donne nella datasfera… ecco dove interviene il cyberfemminismo… Si tratta di diventare attivi e promuovere il cambiamento, se necessario in modo anche aggressivo. VNS Matrix non era per il separatismo, era perché si riconoscesse che la cybersfera non è uno spazio neutro, ma di privilegio politico e culturale.”

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La rivendicazione dell’esperienza corporea e della sessualità femminile delle VNS Matrix ricorda quanto era già accaduto alla fine degli anni ‘60, con fenomeni come quello della cunt art (arte vaginale) e della goddess art (arte delle divinità femminili).

In Italia, il gruppo Cromosoma X rispose con il magazine Fikafutura ricco di argomentazioni che spaziavano dall’arte alla politica, sempre improntate di umorismo e sano cinismo uterino, come il grandioso fumetto “Feti in Faccia“. Ovunque nel mondo, studiose, attiviste e artiste (da Sadie Plant a Rosi Braidotti, dalle Guerrilla Girls alle SubRosa) si confrontarono con le tecnoscienze, per disintegrare i ruoli femminili. Tutti movimenti pochissimo conosciuti e che varrebbe la pena approfondire. Pensandoci bene è possibile, se non più che probabile che il loro tanto dirompente quanto sotterraneo loro agire abbia permesso a una come me di potermi esprimere in tutti i modi che ho sperimentato in questi anni.

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Fondamentalmente i temi che avvicinavano tutte le attiviste e che sono ancora attuali sono quesiti come “Le nuove tecnologie, in particolare Internet, modificano la rappresentazione che le donne danno di sé?” e “In che modo il Web può contribuire a veicolare una immagine della donna affrancata dai vecchi stereotipi?”.

Le esponenti del cyberfemminismo furono tra le prime a riconoscere le potenzialità di questi strumenti, ma anche il pericolo in essi nascosto. L’obbiettivo primario fu quello di avvicinare le donne alle nuove tecnologie, affinché non ne fossero escluse e non restassero solo semplici spettatrici ma soggetti attivi in grado di creare nuove informazioni da diffondere nella rete e conseguentemente nel mondo.

Vent’anni dopo le technodiscepole la celebrano a modo loro: vedi Make More Monsters di Deborah Kelly (all’Artspace di Sidney), una serie di animazioni digitali, create insieme al pubblico, in cui gambe femminili sorreggono teste di mantide assassina.

Le cyberfemministe continuano a esistere nell’ombra del cyberspazio in quella che io ormai definisco la nuova realtà. Che ci piaccia o no tutta la nostra vita si sta trasferendo nel web, la politica, la finanza, guerre e rivoluzioni, persino i sentimenti primari dell’uomo; amore e odio per non parlare del sesso. Noi stessi con i nostri blog, profili e quant’altro ne facciamo già massicciamente parte. Il postumano è iniziato.

Paola Mangano

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Fare Outing con l’arte

“Con il vostro telefono, fotografate ritratti di persone anonime sui muri dei musei, stampateli e trasferiteli sui muri della strada. Nessuno li guarda davvero nelle loro cornici.
Piccoli. Secondari. Dimenticati. Decisamente anonimi. Quasi morti.
Riportiamoli in vita nel nuovo mondo. Dove ora hanno tutto il tempo per guardaci.”

Si presenta così il progetto Outing nato dall’idea del creativo francese Julien de Casabianca che già sta raccogliendo numerose adesioni da tante città europee e del mondo.
La finalità è quella di rendere i capolavori dell’arte, in particolar modo ritratti di personaggi anonimi dimenticati, fruibili e visibili da tutti facendoli uscire dai soliti ambienti museali per trasferirli direttamente sulle nostre strade.

1 Parigi

Parigi

 Così se stiamo visitando una mostra e un dipinto cattura la nostra attenzione possiamo fotografarlo, se la prospettiva è distorta correggerlo per esempio con photoshop trasformandolo in formato CMYK (che è quello usato per la stampa), e se non siete in grado di stamparlo da soli potete inviare lo scatto modificato ad Outings che provvederà a farlo per voi (per una cifra che va dai 20 ai 40 dollari) per consentirvi di affiggerlo sui muri della città.

Parigi

Parigi

Qualcuno si chiederà se l’operazione è legale. Pare che la colla con cui vengono fatti aderire ai muri non danneggi le superfici. Per essere più sicuri di non essere perseguiti si possono cercare pareti non particolarmente curate. Tutte le informazioni specifiche vengono rilasciate sul sito ad esso dedicato Outings Project.
Se volete vedere quelli realizzati fino ad ora andate nella pagina galleries dove troverete una mappa interattiva che segnala i vari siti in giro per il mondo.

Barcellona

Barcellona

Oltre a portare l’arte allo scoperto e ad abbellire le nostre metropoli il progetto consente anche a chi non è prettamente un artista di sentirsi coinvolto in un’operazione di vera e propria “urban art”.

Padova

Padova

A mio parere in Italia non avrà molto successo. La modalità operativa, benché parta da una base acculturata di fruitori di mostre e musei, cosa risaputa di un’età piuttosto avanzata, si ispira e adotta le tecniche proprie degli street artists. Insomma non ce lo vedo un cinquantenne, con figli e moglie a casa ad aspettarlo uscire dal lavoro carico di problemi quotidiani, andarsi a cercare una parete su cui intervenire, attendere l’ora in cui le strade sono poco frequentate, che equivale a notte inoltrata, armarsi di colla e carta per posare in tutta fretta, per non essere visto, il ritratto di un benemerito sconosciuto di 100/200/300 e più anni fa. E i giovani? Ammesso che abbiano a disposizione dai 20 ai 40 dollari per comprare il manifesto, che potrebbe essere rimosso anche il giorno successivo, credete che siano veramente interessati a esportare un concetto di arte antica invece di essere essi stessi promotori di un nuovo stile di comunicazione visiva?

Madrid

Madrid

L’idea di Outing Project non mi dispiace affatto ma personalmente se dovessi rischiare di prendere anche solo una multa vorrei che il mio gesto potesse portare all’attenzione della gente almeno un messaggio sociale. Auspico che le nuove generazioni si facciano portatrici di un’avanguardia artistica, che alla mia età potrei anche non capire, ma che sia idonea a rompere gli schemi sociali per dare voce e farsi pubblica comunicazione di quel malessere che avvolge tutta la nostra umanità. E per fare ciò non si deve essere inseriti in nessun tipo di progetto ma deve nascere dal più profondo della nostra anima.

Paola Mangano

Padova

Padova

Padova

Padova

Parigi

Parigi

 

 

Michael Ledeen

Se non avete la memoria corta vi dovreste ricordare dei falsi documenti nigerini usati da Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush, per giustificare la guerra contro l’Iraq.

In questa faccenda sporca il nostro paese è stato ampiamente coinvolto.
Nella notte tra il 29 dicembre del 2000 e l’1 gennaio del 2001, e notate bene che 11 settembre era ancora da venire, l’ambasciata del Niger a Roma viene messa a soqquadro. L’incursione è abbastanza bizzarra; perché rischiare tanto per un orologio e qualche boccetta di profumo? I ladri non portano via altro. In realtà durante quel furto vennero sottratti all’ambasciata nigerina carta intestata e timbri necessari per confezionare il falso dossier che qualche anno dopo fu usato come conferma che Saddam aveva comprato uranio impoverito al Niger, uranio necessario ovviamente per un ipotetico armamento nucleare. La guerra contro l’Iraq era già stata progettata molto prima dell’11 settembre ma comunque necessitava di prove per motivarne l’attacco e attirare la popolazione al pieno consenso.
Tutta la storia è descritta ampiamente in questo eccellente dossier a cura di Carlo Bonini e Giuseppe D’avanzo della Repubblica che mi confermano che ottimi giornalisti che svolgono egregiamente il loro mestiere ci sono. Il punto è che bisogna leggerli.

Doppiogiochisti e dilettanti tutti gli italiani del Nigergate

Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull’Iraq

Nigergate, il Grande Inganno sulle centrifughe nucleari

La vicenda andrebbe letta tutta per capire la loro autorevole fondatezza. Da parte mia concentro la vostra attenzione sull’incontro tra l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e Michael A. Ledeen, avvenuto nell’autunno del 2001 e consigliato dall’allora ministro della Difesa Antonio Martino. “L’amico americano”, così come viene chiamato Ledeen negli ambienti governativi italiani, è una vecchia volpe dell’intelligence “parallela” Usa, già dichiarato dal nostro Paese “indesiderabile” negli anni Ottanta ma riabilitato dalla presidenza Berlusconi. Ledeen nel 2001 è a Roma per conto dell’Office for Special Plans, creato al Pentagono da Paul Wolfowitz per raccogliere intelligence che sostenga l’intervento militare in Iraq. Non si sa che cosa mosse Michael Ledeen a Washington. Ma, all’inizio del 2002, Paul Wolfowitz convinse Dick Cheney che la pista dell’uranio intercettata dagli italiani andava esplorata fino in fondo.
Il 28 gennaio 2003 George W. Bush annunciò ufficialmente nel discorso “State of the Union” (“Stato dell’Unione”) che il governo britannico era in possesso di prove che avrebbero confermato la presenza in Iraq di uranio utile per armi di distruzione di massa. Due mesi dopo inizierà la guerra contro l’Iraq. Poco importa se poi scoppiò lo scandalo Nigergate e se le subdole tattiche strategiche vennero alla luce; sta di fatto che l’Italia prese parte attiva nella falsa costruzione di prove e che il tramite tra USA e il nostro paese per legittimare questo imbroglio fu Michael Ledeen di cui per l’appunto volevo parlare.

Perché proprio adesso parlare di questo personaggio? Perché Michael Ledeen intrattiene contatti diretti con Matteo Renzi.

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/6-settembre-2012/quella-rete-americana-asse-clinton-blair-2111718004332.shtml

Non si prendano queste mie ricerche come dietrologia o come teorie da complottisti. Quello che scrivo è documentato dai tanti link allegati nei quali potete trovare conferma; link che ho confrontato accuratamente per non incorrere in qualche bufala o informazioni di poco conto.

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Negli anni sessanta del secolo scorso Ledeen prese un dottorato di ricerca (Ph.D.) in Storia e Filosofia dell’Europa Moderna presso University of Wisconsin–Madison. Studiò con il prof. George Mosse, il quale poi ammise che quel promettente allievo aveva finito per abbracciare e fare proprie le teorie del fascismo. Mosse lo incoraggiò ad andare a studiare a Roma dove nel 1965 Ledeen finì sotto l’ala protettrice di due personaggi molto influenti: il prof. Renzo De Felice (storico del fascismo di cui Ledeen dirà: ”Gran parte del merito della sconfitta dell’ideologia comunista in Italia, in campo culturale, è da ascrivere a un assennato e coraggioso professore dell’università di Roma, Renzo De Felice’‘), che monopolizzava gli studi sul fascismo all’Università La Sapienza, e il conte Vittorio Cini, ex ministro delle Comunicazioni di Mussolini. Cini fu con Giuseppe Volpi uno dei principali esponenti del cosiddetto “gruppo veneziano” quell’insieme cioè di finanzieri, imprenditori e capitali che nel corso dei primi sette decenni del Novecento costituì un impero finanziario tra i più importanti a livello nazionale e internazionale. Volpi e Cini erano le colonne portanti del gruppo veneziano nel fascismo, e poi nel mondo dell’industria e della finanza del dopo guerra. Erano così potenti da emergere indenni alla fine del regime mussoliniano, con tutta l’Italia post-fascista che fece finta di credere che col fascismo non c’entravano nulla.
Ledeen, in quel periodo romano e veneziano, passato tra de Felice e Cini, cominciò a scrivere libri e articoli, da solo e con altri, per promuovere un rigurgito di fascismo, ma in una veste nuova, con una formula inedita. “Non sembrerà irragionevole sostenere che il fascismo contenesse delle potenzialità e che avrebbe potuto benissimo svilupparsi in un’altra direzione”, diversa cioè dalle “avventure straniere” e dall’alleanza con Hitler, scrisse Ledeen nel suo libro “Fascismo universale” pubblicato nel 1972, ora fuori stampa e omesso dalle biografie più recenti di Ledeen. Il libro, sua tesi di laurea, fu il primo lavoro per esplorare gli sforzi di Benito Mussolini nel creare un’internazionale fascista verso la fine degli anni 20 e i primi anni 30. A questo ne seguirono altri sullo stesso tema come “D’Annunzio a Fiume” del 1975, “Intervista sul nazismo” del 1978. Non va dimenticata la più nota Intervista sul fascismo” di De Felice, pubblicata da Laterza nel 1975 e curata dallo stesso Ledeen, una svolta decisiva nel dibattito culturale italiano. Secondo Ledeen, ”L’intervista sul fascismo” avrebbe fornito ”i puntelli intellettuali del collasso del partito comunista italiano, che si verificò infine dopo il crollo dell’impero sovietico. La battaglia sulla storia si rivelò decisiva nella guerra per il futuro italiano”.

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Ledeen è quindi sostenitore del fascismo delle origini, quello dannunziano appoggiato anche da Renzo De Felice: un fascismo universale, non nazionalista: “Lo stile politico dannunziano, la politica della manipolazione di massa, la politica dei miti e dei simboli, è diventata la norma del mondo moderno”. Con questo intende dire che le celebrazioni e le cerimonie tipiche del periodo fascista, ma anche di quello nazista, avevano una funzione importante nel creare l’illusione della realizzazione dell’individuo infondendo la convinzione ai cittadini di essere sempre partecipi alla causa politica.

E questo è solo l’inizio.

A Ledeen il nostro paese dovette piacere parecchio visto che ci restò per molti anni. Chissà che non avesse fiutato che il seme del fascismo in Italia era ben sotterrato ma pronto a germogliare di nuovo alla minima stagione favorevole. Certo era necessario seguire altri mezzi. Innanzitutto bisognava distruggere il comunismo, non solo come partito, ma anche proprio come idea. C’era parecchio da fare, ma il terreno prometteva bene. E come dargli torto alla luce dei fatti odierni?
Comunque dopo questi primi esordi di studio Ledeen per tutti gli anni settanta lavora anche come corrispondente dall’Italia per The New Republic. In quegli anni Ledeen figurava sul libro paga del Sismi, all’epoca in cui il nostro servizio militare era diretto da Giuseppe Santovito, membro della P2. Fu Ledeen a commissionare al SISMI, tramite Francesco Pazienza, le intercettazioni che portarono allo scandalo “Billygate” contro il fratello del Presidente Jimmy Carter, durante la campagna presidenziale 1980.

“Nei primi anni ottanta Ledeen, corrispondente da Roma per “The New Republic”, ricevette, secondo il faccendiere Francesco Pazienza (P2, Sismi, che per la vicenda venne condannato) almeno 120.000 dollari dal Sismi per un lavoro di disinformazione ai danni del presidente Carter che metteva in mezzo il fratello di questi, Billy, e Gheddafi. Risultato: Regan vinse le elezioni. Ledeen ha ammesso che una sua società di consulenza, la ISI, lavorava per il Sismi ma definisce quelle di Pazienza bugie.” (fonte “The Wall Street Journal” articolo di Jonathan Kwitny, 8 agosto 1985)

Jim Lobe, un veterano osservatore dei neoconservatori, ha dichiarato che Ledeen ebbe collegamenti con l’ala della destra italiana inclusi presunti legami con la setta massonica P2 di Licio Gelli. Ovviamente Ledeen ha negato ogni coinvolgimento con Propaganda Due e con il suo venerabile maestro. Però al settimanale Vanity Fair ha dichiarato di essere stato pagato dal Sismi $ 10,000 tra il 1979 e il 1980 come consigliere in materia di estradizione tra Italia e US. “Ho conosciuto Pazienza ma non ho mai pensato che la P2 esistesse. Credevo fosse tutta un’assurda fantasia tipica degli italiani”. In quel periodo comunque Ledeen fu tra i più accesi sostenitori della “pista bulgara” che voleva collegare Alì Agca al Kgb. “Gli esecutori di questa elaborazione vennero individuati in quello che veniva chiamato il Sismi “deviato”, o “Supersismi”, con in primo piano il capo del servizio Giuseppe Santovito, il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte, e alle spalle la Loggia P2 di Licio Gelli. E il solito Francesco Pazienza, che – da battitore libero – gestisce disinvoltamente i rapporti con gli “americani” grazie ai suoi fili diretti con l’establishment repubblicano di Washington: il generale Haig (per un certo periodo segretario di Stato), Robert Kooperman, direttore del Centro internazionale di studi strategici della Georgetown University, del quale è collaboratrice Claire Sterling, e Michael Ledeen, definito dal generale Lugaresi (che sarà capo del Sismi) “agente di influenza del dipartimento di Stato americano”, un gentiluomo che ne ha fatte tante da essere dichiarato “indesiderabile” in Italia.” (da Polizia e Democrazia – Il ritorno della “pista bulgara” con qualche ruga e poca memoria.)
Ledeen sostenne la tesi della “pista bulgara” promuovendola in TV e sui giornali di tutto il mondo.
Qualche anno prima Ledeen venne associato alle manovre di depistaggio nel rapimento Moro.
Nella “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” avvenuta in data mercoledì 15 luglio 1998, il senatore di Forza Italia Umberto Giovine, ascoltato in merito alle dichiarazioni da lui rilasciate ad Adnkronos riguardanti il caso Moro, ha dichiarato la propria convinzione che all’epoca non si volesse trovare la prigione di Moro e che il comunicato del Lago della Duchessa fosse una costruzione dei Servizi, convinzione molto solida che trovò conferma in tutte le istanze dei processi successivi. Insomma gli apparati di sicurezza erano interessati solo ad impedire le trattative e a non rintracciare il luogo di prigionia di Moro. A tal proposito tra i possibili personaggi coinvolti in tale faccenda di depistaggio Giovine parla di Michael Ledeen:

“….Pensiamo al ruolo di Michael Ledeen, che entrava e usciva dal Viminale in quei giorni. Michael Ledeen non è uno qualsiasi, ma è forse il più esperto, non teorico ma pratico, della disinformazione americana. Michael Ledeen peraltro è anche un intellettuale apprezzato: è lui per esempio l’autore dell’intervista a De Felice sul fascismo. All’epoca del caso Moro era uno dei più abili giocatori di poker a Roma. È l’uomo che ha congegnato il cosiddetto «Billygate», cioè che ha incastrato il fratello del presidente Carter con una operazione in Libia di altissima scuola fra i cosiddetti «dirty tricks»………Pazienza è un ragazzo di bottega rispetto a Michael Ledeen, e io ho citato solo una delle sue imprese. E poi chi troviamo all’altro capo del telefono quando Craxi parla col presidente Reagan la notte di Sigonella? Michael Ledeen, che traduce per Reagan. Ho citato solo due episodi: Ledeen è un uomo di punta di tutto l’ambiente che girava intorno al generale Alexander Haig, personaggio cruciale dell’ambiente nixoniano, uomo poi caduto sull’affare Iran-Contras, il cui ruolo è centrale. ……….Ledeen, ripeto, ha contatti con il giro di Alexander Haig, che è un giro particolare, di una massoneria particolare e di Servizi di un certo tipo, come del resto è noto alle cronache. Michael Ledeen è uomo che il ministro Cossiga fa entrare direttamente nella vicenda Moro: non mi interessano i rabdomanti e la corte dei miracoli, ma che, all’interno di questi vi sono anche gli uomini forti. Michael Ledeen è un uomo forte in questo tipo di azione. È mai stato chiesto il suo ruolo? È mai stato chiesto a Cossiga perché si è rivolto a Michael Ledeen? Perché lo ha mandato, con quale scopo? Scusatemi questa valutazione politica, ma altri come lui possono essere stati coinvolti da Cossiga, di cui neanche sappiamo i nomi……” (www.senato.it pag. 11)

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Oltre a questa vicenda il nome di Ledeen ricorre di frequente anche nei depistaggi della strage di Bologna e nella liquidazione di Roberto Calvi, come colui che era lì in qualche modo a dirigere il corso degli eventi. Dalle indagini sulla strage di Bologna risulta che gli insabbiamenti furono coordinati dalla P2, soprattutto con i suoi uomini nel SISMI. Gelli e Francesco Pazienza sono stati condannati per le loro responsabilità nella vicenda. Nella sentenza d’appello del 1994 si legge: “L’impressione… era che Pazienza fosse un’agente d’influenza americano, vale a dire che egli fosse stato inserito, per conto di ambienti americani, presso corrispondenti ambienti italiani. In proposito, si citano gli stretti legami dell’imputato con un personaggio come Michael Ledeen, sicura emanazione dell’amministrazione statunitense”.

Tutti questi sotterranei coinvolgimenti con gli affari più sporchi degli anni settanta e le sue continue ingerenze nella politica di casa nostra, convinsero l’Ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi dal 1984 al 1991, a chiedere all’ambasciata americana di non fare entrare Ledeen in Italia. Martini esterna le sue preoccupazioni riguardo all’americano presso una sede istituzionale altamente qualificata come il Comitato Interparlamentare di Controllo sui Servizi di Informazione. A rivelare i contenuti dell’audizione fu il settimanale “L’ Espresso”, nel suo numero in edicola il 30 Luglio 1984. (La Repubblica 1984)

“Intanto quando Ledeen veniva in Italia andava direttamente dal Presidente della Repubblica, che aveva conosciuto quando era Ministro dell’interno. E la cosa non mi piaceva. Secondo, perché Ledeen aveva avuto da uno dei miei predecessori 100.000 dollari per fare delle conferenze sul terrorismo, che erano assolutamente rubati. E poi perché era un individuo che lavorava a margine della CIA, e la cosa non mi piaceva. Era un professore dell’Università di Georgetown negli Stati Unti………..Il problema è che poi questo nome di Ledeen lo vediamo riemergere nella vicenda Moro come uno dei possibili consiglieri di quello che si poteva fare per salvare Moro.” (Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. – 54a seduta – mercoledì 6 ottobre 1999 – Presidenza Del Presidente Pellegrino)

Considerando il grande silenzio che ancor oggi accompagna i fatti successi in quegli anni settanta e primi ottanta in Italia, il continuo emergere del nome di un personaggio come Michael Ledeen, anche se non ci sono prove per una accusa formale, non può essere sottovalutato e non promette niente di buono. Gianni Flamini nel suo “Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere” lo definisce un redivivo Rasputin e mi pare un paragone credibile, anche se il finale non è stato, e ancor par lungi dall’esserlo, alla pari del monaco russo.

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Con lo scandalo P2 Ledeen intuisce che è meglio starsene lontani un po’ dall’Italia o per lo meno tenere un profilo basso in attesa di venti più favorevoli. Ma non si tiene di sicuro lontano da quella che lui definisce “guerra al terrore” rivolta al popolo islamico. Diventa consulente e consigliere speciale del Dipartimento di Stato Americano e del Consiglio di Sicurezza Nazionale poco dopo l’elezione di Ronald Reagan. Secondo le indagini ufficiali agì nelle prime fasi dell’affare Iran-Contra come intermediario per l’amministrazione Reagan e la spia israeliana David Kimche per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi a Beirut attraverso un trafficante d’armi iraniane, Manucher Ghorbanifar. Ledeen fu uno dei più grandi promotori a Washington del cosiddetto Afghansi mujahideen — tra cui Osama bin Laden — propagandandoli come “combattenti per la libertà” e “campioni della lotta democratica contro il comunismo totalitario”.

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Ledeen era anche un forte fautore delle teorie del libro The Terror Network scritto da Claire Sterling ove si sosteneva che l’URSS fosse la fonte di gran parte del terrorismo internazionale nel mondo.

Tra le sue tante attività fu membro, nella veste di studioso di libertà sino al 2008, dell’American Enterprise Institute, culla del movimento «neocon», un centro studi molto vicino ai gruppi industriali dell’«establishment» conservatore. In teoria l’AEI è una istituzione privata, no-partisan (figuriamoci….è di estrema destra) e no-profit (in termini economici forse ….ma di profitti politici sì, che poi si traducono in moneta sonante) che si dedica alla ricerca e all’educazione da impartire a governanti, politici, economisti e social welfare think tank. Nella sua amministrazione sono state nominate oltre una dozzina di persone da George Bush W., quando era presidente. Tra gli innumerevoli personaggi che compongono il consiglio di amministrazione della AEI troviamo amministratori delegati di grandi aziende, tra cui ExxonMobil, Motorola, American Express, State Farm Insurance e Dow Chemicals. (1)

Oggi Ledeen è membro della Foundation for Defense of Democracies fondata dopo 11 settembre 2001 da un gruppo di filantropi e politici visionari che lavorano per difendere i “popoli liberi” (America, Israele e Occidente) dai loro nemici. La fondazione ha una linea “pro Israele” con l’obbiettivo di spronare un’aggressiva guerra al terrore in medio oriente e colpire il dissenso nelle università americane. La fondazione dichiara di essere finanziata da tutti coloro che sono interessati a difendere le società democratiche del mondo dai loro acerrimi nemici. Ma una relazione risalente all’agosto 2013 pubblicata dalla rivista on line Salon rivela un’inedita schedatura finanziaria ove si evince che la FDD è stata finanziata principalmente da un manipolo di repubblicani, convinti critici della politica estera della Casa Bianca di Obama. In questo modulo che la rivista ha reso di pubblico dominio si scoprono le origini di più di $ 20 milioni in contributi tra il 2008 e il 2011. Buona parte dei donatori però restano tutt’ora anonimi.

La FDD ha alle spalle un’accurata esperienza nella retorica allarmista e nel generare la paura. Ad esempio nel 2002 FDD mandò in onda una serie di annunci che associavano Osama bin Laden, Yasser Arafat e Saddam Hussein. Tutto ciò contribuì a promuovere la “dottrina Bush”, che portò all’invasione dell’Iraq. Colpito e affondato con il beneplacito di tutto il mondo.
L’attività della FDD è aumentata notevolmente dopo il 2008 con l’adesione alla fondazione dei falchi Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht in seguito alla loro uscita dall’AEI. Prima del 2011 furono lanciati tre progetti incentrati sull’Iran. Il progetto Iran/Hezbollah, il progetto Iran Energy, e il progetto Iran Human Rights. Il direttore esecutivo della FDD, Mark Dubowitz, ha dichiarato nel 2011 in un suo scritto sul giornale neoconservatore Weekly Standard che “si sta progettando un isolamento politico ed economico per nutrire violente contraddizioni interne nell’Iran”. Nel 2012 la FDD ha aggiunto un quarto progetto finanziato dalla fondazione Targum Shlishi Foundation chiamato “Iran Corruption and Social Media Project.” “Il progetto utilizzerà tecnologia informatica di tipo militare per spulciare centinaia di migliaia di conversazioni dei social media allo scopo di determinare se le sanzioni economiche imposte dagli USA stiano amplificando la rabbia contro il regime iraniano.” Tattiche da rivoluzioni colorate. Seminano odio per poi farci fare la guerra tra di noi (come è successo anche recentemente in Ucraina), tra il popolo, una guerra tra poveri, per poi arrivare loro e arraffare, depredare ogni cosa in nome della democrazia.

“L’Iran è una minaccia esistenziale per Israele, e il tempo sta scadendo,” ha osservato Aryeh Rubin, direttore del Targum Shlishi. “Mentre le sanzioni sono state un duro colpo, non sono sufficienti. Speriamo che questo progetto FDD fornirà informazioni preziose su cosa sta succedendo nelle menti e nei cuori del popolo iraniano e che aiuterà anche ad per identificare esempi di corruzione di regime — in ultima analisi, speriamo che questo progetto contribuirà a contrastare la minaccia che il nucleare iraniano rappresenta per Israele. Ci complimentiamo con l’uso tecnologico che sta facendo la FDD per promuovere la causa della democrazia, di tutte le persone di buona volontà e di Israele e il popolo ebraico.”

E questo per spiegare che razza di organizzazione è la FDD al cui interno opera Ledeen. Non voglio dire che l’Iran è il paese dove voglio andare a vivere, ovviamente, ma ritengo assolutamente anti democratico l’uso che gli americani fanno del loro potere sempre e solo per gli interessi di pochi occidentali.
Comunque negli ultimi anni il principale sbocco ideologico di Ledeen è stato il suo blog chiamato “Faster, Please” dove potete andare a leggere tranquillamente il suo pensiero anche in ambito di politica italiana; ironicamente, ma forse nemmeno tanto, definisce Renzi un neoconservatore.
Insomma tutto questo peregrinare per illustrare un personaggio ambiguo e a mio parere pericoloso che sostiene le nuove politiche italiane in una più vasta operazione internazionale che ci vede come burattini in balia di poteri economici che indirizzano il pensiero comune verso scopi contro i quali siamo convinti di combattere, nell’illusione di un libero arbitrio democratico.

Sì è parlato molto dei rapporti di Ledeen con Renzi in occasione dell’elezione di quest’ultimo a Presidente del Consiglio incaricato lo scorso febbraio. Per questo mi sono mossa alla ricerca di informazioni su questo personaggio americano che, benché spesso nominato, non veniva mai descritto ampiamente. Adesso che ho una visione più dettagliata di ciò che sta succedendo sono più cosciente ma anche più amareggiata e percepisco un senso di impotenza devastante sia verso l’alto che verso il basso. In entrambe le direzioni sento di sbattere la testa contro un muro. Da una parte un potere sterminato che, allo stato dei fatti attuali, sembra impossibile da scalfire. Dall’altro l’ignoranza globalizzata delle masse pilotate, manipolate e plagiate per ottenere il consenso anche là dove esse sono convinte di dissentire.

Riuscire a ragionare in maniera autonoma è molto più difficile di quanto si possa immaginare. Occorre innanzitutto abbandonare la presunzione di essere immuni ai manipolatori. Io stessa arrivo a dubitare che la conoscenza della realtà dei fatti possa essere veramente d’aiuto per una risoluzione sociale. E con ciò intendo dire che potrebbe invece risultarci addirittura fatale o essere essa stessa un fraintendimento per condurci su una determinata via. O forse più semplicemente, finché questa strada della verità resterà impervia e non molto battuta, ci sarà ancor data la possibilità di conoscerla, diversamente sarà manipolata anch’essa. E’ una conclusione paralizzante e se vogliamo anch’essa in linea con gli auspici del potere. Mostri che generano mostri. Forse non c’è speranza per l’essere umano.

Paola Mangano

Note
1) Tra i grandi donatori dell’AEI la Smith Richardson Foundation, (è finanziata dalla Vicks Vaporub e nel 2007 aveva un patrimonio di quasi 570 milioni dollari. Bill Stetson, pronipote della Vicks, funge da fiduciario e governatore per la Smith Richardson Foundation. Ha deciso che sia il gruppo Rockefeller & Co. il gestore patrimoniale per i piani finanziari della famiglia. (tratto da http://goliath.ecnext.com/coms2/gi_0199-2299183/Rockefeller-uses-name-to-reach.html) la John M. Olin Foundation, (I soldi della Olin Foundation, creata nel 1953, furono donati da John M. Olin per difendere le ‘libere istituzioni americane’ e la ‘libera impresa’. Da subito ha iniziato a fornire sostegno finanziario alle iniziative volte a promuovere il capitalismo e respingere quello che era visto come invadente socialismo. La famiglia Olin fece fortuna nella prima guerra mondiale con la chimica di base per esplosivi e con le munizioni per gli Alleati, ovvero con le commesse pubbliche. La Olin continua tuttora a produrre proiettili sotto il marchio Winchester. (tratto da http://it.peacereporter.net/articolo/2392/Impero+e+libert%E0   ). Olin è stato anche un importante sponsorizzatore delle politiche militariste nell’era post-Guerra Fredda. Secondo gli studiosi Jean Štefanić e Richard Delgado, nei primi anni novanta, Olin ha ritirato il sostegno dal Cato Institute) la Scaife Foundation (della famiglia Mellon Scaife le cui quattro fondazioni (Scaife Family, Sarah Scaife, Carthage, e Allegheny) ammontavano nel 2001 a 478,4 milioni di dollari: i Mellon sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell’Alcoa (alluminio), potenti nell’uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è «nientemeno che l’arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore». Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gringrich (che negli anni `90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gringrich stesso definisce Scaife come una delle persone «che hanno davvero creato il moderno conservatorismo»).e il Lynde e Harry Bradley Foundation (La Fondazione Bradley è stato creata nel 1985 con 290 milioni dollari dalla vendita di una attività elettrica del Milwaukee iniziata nel 1903 dai fratelli Lynde e Harry Bradley. Con la missione di “rafforzare la democrazia e il capitalismo americano, i principi delle istituzioni e dei valori che lo sostengono e lo alimentano,” i soldi della fondazione sostengono una vasta gamma di attività, tra le arti, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Ma ha anche finanziato una serie di organizzazioni di destra, tra cui la American Enterprise Institute , il Centro per lo Studio della Cultura Popolare , la Free Congress Foundation e l’ Istituto di Rockford . La Free Congress Foundation ha ricevuto più di $ 6 milioni, secondo MediaTransparency.com. (vedi qui) Secondo il Milwaukee Journal Sentinel la fondazione regala più di $ 30 milioni all’anno. “L’obiettivo generale della Fondazione Bradley, però, è quello di ritornare, sia negli Stati Uniti – e nel mondo – ai giorni prima che le aziende furono costrette a fare concessioni ad una forza lavoro organizzato. (vedi qui) Di tutti gli esempi di finanziamento che la Bradley Foundation ha progettato per aprire la strada a destra, il più noto è il libro “The Bell Curve:. Intelligence and Class Structure in American Life” di Charles Murray e Richard Hernstein. In questo libro ci si chiede se ci sono differenze di intelligenza tra neri e bianchi che aiutino a spiegare le differenze nella loro posizione economica e sociale. In altre parole; ci sono milioni di persone di colore, poveri e oppressi a causa del razzismo istituzionale e storico, o perché c’è qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’essere nero? Alla fine si arriva alla conclusione finale che i poveri sono poveri perché sono nati con difetti; con geni inferiori. (vedi qui)) Le suddette fondazioni sono tutte ONG (organizzazioni non governative non aventi fini di lucro, finanziate da donatori privati) ma non sono proprio degli enti di beneficenza senza scopo alcuno. Partendo da esse si divaricano una tale quantità di reti che risulta spesso impossibile raggiungere la vera fonte primaria. Ed è questo il loro scopo, confondere ramificando il più possibile per disperdere le tracce.

Bibliografia
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-e-il-novecento-2-la-societa-veneziana-gli-uomini-capitali-il_(Storia-di-Venezia)/
https://deeppoliticsforum.com/forums/showthread.php?11687-Michael-Ledeen
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://archivio.antimafiaduemila.com/notizie-20072011/33-terzomillennio/2516-cinque-anni-fa-la-guerra-in-iraq-da-una-bugia-mediatica-nasceva-un-conflitto.html
– http://www.movisol.org/Ledeen.htm
http://rightweb.irc-online.org/profile/Ledeen_Michael
http://www.movisol.org/ulse315.htm
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=main
http://www.senato.it/documenti/repository/leggi_e_documenti/raccoltenormative/30 – stragi/Leg. XIII/resoconti/38.pdf
http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1236.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/10/23/organizzarono-il-billygate.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/07/31/lo-storico-ledeen-si-tenga-lontano-dall.html
http://www.controappuntoblog.org/2012/05/27/il-grande-faccendiere-francesco-pazienza-e-i-4-amici-al-bar/
http://www.larouchepub.com/eiw/public/1984/eirv11n31-19840814/eirv11n31-19840814_049-report_from_italy.pdf
http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1998/11/14/Cultura/STORICI-MICHAEL-LEDEEN-DE-FELICE-HA-SPEZZATO-EGEMONIA-PCI_150200.php
Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere – Di Gianni Flamini
http://revolutionaryflowerpot.blogspot.it/2009/06/mir-hossein-mousavis-irancontra.html
– traduzione http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26679
http://www.rightwingwatch.org/content/american-enterprise-institute
http://www.terrasantalibera.org/TFP-kelebek.htm
http://thinkprogress.org/security/2011/07/19/271431/fdd-donors/
 http://www.salon.com/2013/08/05/home_depot_founder’s_quiet_10_million_right_wing_investment/
http://www.movisol.org/12news193.htm

Genialità e mercificazione dell’arte

Attitudine e situazione. Può un’opera d’arte esimersi da questa fortuita congiunzione?

Le doti naturali di un individuo non sono l’unica prerogativa dell’artista. Esse devono anche trovarsi in una posizione favorevole, che può assumere connotati sia di carattere sociale che territoriale, inteso proprio come posizione geografica all’interno del pianeta Terra.
Al giorno d’oggi per esempio non è più sufficiente avere capacità artistiche pari a quelle dei grandi maestri del rinascimento. Anzi è assai probabile che un artista dall’eccelsa mano sia completamente ignorato per prediligere e individuare genialità in una tela macchiata di colore, un’istallazione o un mero oggetto d’uso comune. Quindi la genialità è altamente influenzata dal periodo storico in cui essa si manifesta. Deve interpretare il presente e sorpassarlo con i mezzi che esso gli offre. Sarebbe stato impossibile per un uomo del medioevo costruire una navicella spaziale ma allo stesso tempo quell’uomo non avrebbe saputo cosa farsene di un tale strumento. Pertanto, immaginando in assurdo la possibilità che un nostro antenato medioevale potesse arrivare a tanto, sarebbe stato dai suoi contemporanei deriso o considerato pazzo, tutto tranne che geniale. Ecco perché poi spesso la pazzia viene associata alla genialità. In realtà a tutti quelli che circondano il genio mancano gli strumenti adatti per comprenderlo. Accade infatti molto di frequente che un personaggio venga considerato geniale anche molti anni dopo la sua morte e cioè quando si è raggiunta la capacità di capirlo.
Per raggiungere vette di genialità comunque ci dobbiamo trovare in una condizione estranea al nostro libero arbitrio, un’esperienza quindi che ci troviamo a fare senza volerlo; può avvenire attraverso un percorso di studio e di ricerca, oppure no.
Ma il vero genio si rende conto di ciò che gli sta succedendo? Il vero genio non riesce ad essere cosciente di aver superato un limite; per lui è qualcosa di normale, un colpo di fulmine forse ma sempre contestualizzato alla propria esperienza, al proprio pensiero o alla propria attitudine o tutto questo insieme.
Probabilmente non siamo venuti a conoscenza di tutti i geni che hanno attraversato la nostra storia, e oltre ai geni includerei personalità artistiche di spicco, confinati nell’anonimato, dimenticati o più semplicemente ignorati.
Al di là di questo ovvio assunto vi è però tutta una serie di genialità osannata e mistificata allo scopo di persuaderci a leggere la realtà in modo arbitrario. Uno degli esempi più conosciuti è il caso della teoria tolemaica contro quella copernicana, quest’ultima non tollerata dalla chiesa perché in contrasto con le sacre scritture. Se questo era vero in passato ancor di più lo è al giorno d’oggi.
Restringiamo il campo alle arti figurative. Non ci è dato escludere l’esistenza di genialità incomprese che forse un domani sapremo riconoscere.
Il mondo dell’arte – inteso come l’insieme di artisti, teorici, critici e curatori, regole istituzionali, riviste e pubblicazioni, spazi di produzione culturale (i musei) – non può essere valutato senza riflettere anche sulle logiche del capitalismo avanzato. Il potere totalizzante del sistema economico-politico-ideologico del giorno d’oggi mercifica ogni espressione d’arte; tanto più bravo è un artista quanto più riesce a vendersi a caro prezzo.

“L’arte degli affari sta un gradino al di sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama “arte” o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi diedi all’arte degli affari. Dicevano: i soldi sono un male – lavorare è male. E invece fare soldi è arte, e gli affari ben fatti sono la migliore espressione d’arte. […] Era sufficiente per me il fatto che l’arte fosse stata incanalata nel commercio, fuori dal chiuso di certi ambienti, dentro il mondo della realtà.” (Andy Warhol)

Oggi il mecenate dell’arte è il mercato, cioè il denaro. La finanza decreta l’artista e il valore del suo manufatto che vengono scambiati, come qualsiasi altro strumento finanziario, nelle piazze d’affari internazionali.

“Le opere d’arte, che rappresentano il punto più alto della produzione spirituale, incontreranno il favore della società borghese soltanto se saranno considerate capaci di generare direttamente ricchezza materiale.” Karl Marx

Il vero genio oggi è colui che sa o ha le possibilità di vendersi meglio sul mercato. Un enunciato duro da digerire soprattutto per l’artista puro, cioè colui che fa arte per naturale inclinazione e che del mercato, del denaro e della finanza ha una visione così astratta da far sembrare un Mondrian un vero iper-realista.
Vero è che questo è il riflesso di tutta la nostra società. La mercificazione investe ogni settore della nostra vita. E non è un fatto recente; parte già nell’ottocento ma in questo nostro periodo storico rasenta punte di autentica follia. Le avanguardie artistiche del novecento con i loro atteggiamenti di sfida e di provocazione, con lo sberleffo e la polemica vollero contestare il pubblico, la mercificazione della propria arte, prendendolo di mira perché ancora legato al gusto della tradizione e dunque “arretrato”, espressione della borghesia gretta e affarista del periodo. Ovviamente non sfugge agli autori di avanguardia più consapevoli il carattere ambiguo e impotente della propria rivolta: poiché anch’essi producono opere d’arte, queste saranno fatalmente destinate a essere vendute e neutralizzate dal mercato e dal museo. Pensiamo alla famosa “Merda d’artista” di Piero Manzoni; il mercato dell’arte contemporanea è stato pronto ad accettare letteralmente degli escrementi, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità.

Il corso dell’arte oggi mi preoccupa molto; la sua mercificazione sta diventando sempre più espressione di potere e gerarchia sociale all’interno di meccanismi di controllo dei cervelli e dei corpi degli essere umani. L’estetica si pone oggi come nuova frontiera di manipolazione della comunicazione e della vita e se gli artisti non sapranno sciogliersi da questi meccanismi sarà la fine non solo dell’arte ma della dignità di ogni essere umano.

Paola Mangano

Mauro Nicora - Ultima cena - Anno 2013 - Acrilico su tavola cm. 120x90

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Ucraina

La democrazia europea e statunitense ci offre la possibilità di commemorare i nostri morti del nazi/fascismo mentre finanzia, protegge e incrementa la stessa devastante ideologia.

Ciò che sta succedendo in Ucraina ebbe inizio con la “rivoluzione arancione” del 2004.

In quell’anno si tennero le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Viktor Yanuchovyc, delfino di Leonid Kuchma, che era stato presidente dal 1994 al 2004, contro Viktor Yushchenko. Una tale vittoria siglava la continuità del potere filorusso in Ucraina. I nazionalisti ucraini contestarono il risultato del voto denunciando brogli elettorali. Per la prima volta nella sua storia, gli ucraini scesero in piazza a Kiev. Al collo avevano sciarpe arancioni e una dei suoi leader era Yulia Timoshenko. Si verificarono scioperi generali e veri e propri sit-ins. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta Yushchenko ne uscì vincitore, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Il nuovo presidente si insediò il 23 gennaio 2005. Al suo fianco, con la carica di primo ministro, Julija Volodymyrivna Tymošenko.

Dietro la questione della “frode elettorale” di quegli anni che scatenò la rivoluzione arancione vi erano diverse Ong che facevano capo al Dipartimento di Stato americano: la National Democratic Institute for International Affairs, la International Republican Institute, la Freedom House e la George Soros’s National Endowment for Democracy che operava in Ucraina già dal 1998. L’obiettivo era spostare l’asse geopolitico ucraino dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale.(1)

La moglie di Viktor Yushchenko, Katerina Chumachenko, è cittadina degli Stati Uniti, figlia di immigrati ucraini. Suo padre, Michael Chumachenko, fu più stretto collaboratore del fondatore della setta religiosa della chiesa Native della Fede Nazionale Ucraina, una setta dai nebulosi contorni impegnata nella propaganda di idee neonaziste. Il Tempio della congrega era a Chicago, vicino all’organizzazione dei nazionalisti Ucraini “Alleanza Nazionale” nel 1989, rimossa da agenti dello FBI. Il suo padre spirituale invece fu Theodore Oberländer ex-capo del battaglione “Nachtigall” (2) con il quale partecipa alla Conferenza mondiale della Anti-Communist League “Pace, libertà e sicurezza”. Nel 1946 Oberländer, durante il periodo di carcere negli USA come prigioniero di guerra, fu assunto dalla CIA come esperto in materia di politica dell’Europa orientale. Considerando il curriculum di Katerina sembrerebbe impossibile potesse arrivare a posizioni di rilievo in sede americana. Invece dal 1986 al 1988 è stata l’assistente del Segretario di stato George P. Schultz esperta in questioni umanitarie e in diritti umani (3). Dopo aver lasciato questa posizione fu inserita nello staff di Joint Economic Committee of the United States Congress. Sorprendente carriera per una neonazista di così saldi principi. Verrebbe da pensare che il personaggio era particolarmente promettente per essere inserito in ambienti di politica ucraina al soldo degli interessi americani. Guarda caso Katerina incontra su un aereo il capo della Banca Nazionale ucraina Viktor Yushchenko (tra l’altro di origine ebraica). Fu colpo di fulmine o un orchestrato progetto politico? Sta di fatto che nei primi anni novanta i due si sposarono e gli appoggi americani furono inseriti al centro del potere ucraino. Ma ritorniamo al 2004 e alla rivoluzione arancione.

George Soros’s National Endowment for Democracy (4) versò milioni di dollari di sovvenzioni alle associazioni pro Juščenko. Soprattutto istituì un’associazione di giovani col nome Pora (“è tempo”) (5) sul modello di quello che aveva fatto con Otpor (6) in Serbia per rovesciare Slobodan Milosevic.

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George Soros alla conquista dell’Europa

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A poche settimane dalle elezioni europee George Soros, in occasione del lancio del suo ultimo libro ‘The Tragedy of the European Union: Disintegration or Revival’ tenutosi il 12 marzo scorso in un incontro organizzato da Open Europe, un indipendente think tank con sede a Londra e a Bruxselles, ha dichiarato: “L’Unione europea potrebbe essere una realtà del passato”. E se lo dice lui c’è da credergli. Noi siamo qui a dannarci senza sapere che pesci pigliare quando girano per il mondo personaggi come questo. Lo chiamano finanziere; d’accordo, perché probabilmente finanziere è diventato sinonimo di cinico speculatore, che non si fa scrupolo alcuno e per il suo tornaconto può danneggiare una nazione intera.

In occidente è osannato e riverito, con le dovute eccezioni, ma altrove non è così ben visto;

Soros è condannato all’ergastolo in Indonesia per speculazione sulla moneta locale.

E’ condannato alla pena di Morte in Malesia per aver distrutto e speculato sulla moneta locale disastrando l’economia di questo paese.

Putin ha ordinato nel 2012 di rilasciare un mandato di cattura Internazionale nei suoi confronti.

E’ stato condannato dallo stato francese per insider trading con una multa di 2 milioni di dollari (che per uno come lui sono noccioline). Soros ricorse alla corte europea dei diritti dell’uomo, ma la condanna è stata confermata.

E’ inoltre ricercato dall’Fbi per insider trading in Usa (tutti i link che ne facevano riferimento sono spariti – Page Not Found – )

Eppure se ne gira per il mondo impunito, non solo, è pronto a scommettere contro l’euro, e da iettatore, che tiene ben salde le corde dei suoi burattini, prevede una stagnazione di lunga durata molto simile a quella vissuta dal Giappone.

Più di quattro anni fa mi interessai a questo personaggio durante uno studio che feci su OTPOR e le rivoluzioni colorate in relazione al fatto che una sua società, l’ Open Society Institute, risultava appunto tra i finanziatori di quelli che si definiscono esportatori di democrazia sotto la bandiera di OTPOR.

otpor

Figlio di ebrei ungheresi, George Soros effettuò le prime operazioni sulla valuta in occasione della super inflazione ungherese del 1945-46. Presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute, ex membro del Consiglio di Amministrazione del Council on Foreign Relations (CFR), finanziatore dello Human Rights Watch. Finanziò e organizzò la rivoluzione delle rose in Georgia, a suo tempo elargì grosse somme agli avversari di George Bush e appoggiò Obama alle ultime presidenziali. Amico di Gorbachov, ha supportato movimenti rivoluzionari in Serbia, Ucraina, Bielorussia, Kirghizistan, mentre avrebbe sostenuto diverse rivoluzioni colorate: da quella bianca in Venezuela, a quella verde in Iran, sino a quella viola in Italia. (da BORSA FOREX TRADING FINANZA)

Secondo la rivista americana EIR Soros cominciò la carriera sotto gli auspici dei Rothschild, che ancora oggi sono tra i finanziatori noti delle sue attività disponendo di due consiglieri nell’amministrazione del Quantum Fund NV, la finanziaria di Soros registrata nelle Antille Olandesi luogo adatto per nascondere qualcosa e creare società off-shore mediante le quali con bonds e fondi di investimento riciclare e moltiplicare denaro, come un “miracolo dei pani e dei pesci”. Se volete informarvi di più nel sito del MoviSol (Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà) troverete un dossier sulla figura di Soros veramente allucinante.

E veniamo ai fatti di casa nostra.

Nel 1992 Soros, vendendo la lira allo scoperto comprando dollari, costrinse la Banca d’Italia, di cui Ciampi era allora governatore, a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio, portando a una svalutazione della nostra moneta del 30% e l’estromissione della lira dal sistema monetario europeo. Soros aveva più mezzi: grazie all’effetto-leva e alla speculazione coi derivati, agiva come avesse 100 dollari per ogni 5 realmente impiegati. In pratica, con questa leva, Soros vendeva lire che non possedeva, contando poi di ricomprarle a svalutazione avvenuta.

Per rientrare nello Sme, il governo italiano fu obbligato a una delle più pesanti manovre finanziarie della sua storia – circa 93 mila miliardi di lire – al cui interno, tra le tante misure, fece per la prima volta la sua comparsa l’imposta sulla casa (Ici), oggi divenuta Imu. Soltanto cinque mesi prima il presidente del consiglio di allora Giuliano Amato, proprio a causa della difficile situazione economica in cui versava il nostro Paese anche prima dell’attacco speculativo di Soros, era stato obbligato a dare il via libera al prelievo forzoso del 6/1000 sui conti correnti nella notte tra il 9 e 10 luglio. (vedi qui e qui)

Il venerato maestro Ciampi, che sapeva come stavano le cose, avrebbe dovuto rinunciare fin dall’inizio alla sua difesa. Invece ai contribuenti italiani costò due o tre stangate alla Prodi che in parte (almeno 15 mila miliardi di lire) finirono nelle tasche di Soros. E cosa ancora più grave, Ciampi prosciugò quasi totalmente le riserve in valuta di Bankitalia.

Così, quando alla fine la lira fu svalutata del 30% – come i Rothschild e le banche d’affari USA volevano, per poter comprare a prezzi stracciati le imprese dell’IRI – non c’erano più soldi per la difesa della italianità di quelle imprese. La svendita era stata accuratamente preparata da Giuliano Amato che, appena diventato capo del governo, aveva trasformato gli enti statali in società per azioni, in vista delle privatizzazioni, in modo che le oligarchie finanziarie estere potessero controllarle diventandone azioniste, e poi rilevarle per il classico boccone di pane.

La cosa fu così sporca che Ciampi (come minimo, se non da complice, si comportò da incompetente) una volta prosciugate le riserve, offrì le sue dimissioni. Gli fu detto di star tranquillo; Ciampi sarebbe stato premiato con la presidenza della repubblica.

Ci fu anche un’inchiesta. Nel ‘96 la Guardia di Finanza indagò se «influenti italiani abbiano operato illegalmente dietro banche e speculatori», ricavando un guadagno accodandosi a Soros nella speculazione contro la lira. Secondo Il Mondo del dicembre ‘96, la «lobby a favore di Soros», secondo gli inquirenti, comprendeva Prodi, Enrico Cuccia (capo di Mediobanca per la Lazard) Guido Rossi, Isidoro Albertini, Luciano Benetton, Carlo Caracciolo.(Vedi qui) Naturalmente, le procure insabbiarono. Gli indagati erano tutti padri della patria, venerati maestri, riserve della repubblica.

E Prodi come si comportò nei riguardi di Soros? Gli consegnò la laurea honoris causa, (anzichè un mandato di cattura) presso facoltà di economia dell’Università di Bologna, presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dell’ ex primo ministro emiliano. (Qui)

L’anno scorso (2013) ad Udine, una giuria di giornalisti “d’assalto” – vedi Milena Gabanelli e Tony Capuozzo – ha assegnato proprio a George Soros il Premio Terzani 2013 per il suo libro ”La crisi globale e l’instabilità finanziaria europea” con la seguente motivazione ufficiale: “Gli articoli raccolti nel suo ultimo libro, “La crisi globale”, scardinano il pensiero economico prevalente e sostengono la necessità di una diversa organizzazione della finanza internazionale. Soros invita a considerare il mercato non un fine, ma piuttosto un mezzo per assicurare un equo benessere al maggior numero di persone possibile, in un quadro di garanzie democratiche. Fa appello alla classe dirigente europea affinché si assuma la responsabilità di ricercare soluzioni condivise che affrontino non solo la riduzione dei debiti, ma anche la crisi valutaria, quella bancaria e il rilancio dell’economia nel rispetto di una più equa redistribuzione delle risorse. Nell’assegnare il Premio a George Soros la giuria intende riconoscere valore alla straordinaria esperienza di un attore economico atipico e contemporaneamente offrire al pubblico una eccezionale occasione di conoscenza, nello spirito di Tiziano Terzani. La sua analisi è persuasiva e autorevole, forgiata in anni di esperienza come manager di fondi e sostenitore dell’integrazione europea. La sua preoccupazione per il futuro dell’Eurozona è palpabile, oggi che i mercati mettono alla prova le banche e i processi politici europei, portandoli sull’orlo del tracollo come mai prima era accaduto – né era stato previsto – fin dalla nascita della Comunità Europea”.

Cosa?….è una presa per il culo evidente stando a quello letto sopra e di cui sono convinta anche i giornalisti siano al corrente. La Gabanelli mi delude profondamente, incredibile quanto siano tutti invischiati in questi traffici. Mi fermo qui adesso perché sto per avere un crollo psichico-emotivo. Ma ho ancora da dire su questo personaggio.

Paola Mangano

http://www.economia.rai.it/articoli/george-soros-la-prospettiva-europea-nella-crisi/16851/default.aspx

http://bastacasta.altervista.org/p11232/

http://www.linkiesta.it/il-finanziere-soros-gioca-col-debito-l-altra-volta-ci-e-costato-20-miliardi

http://it.wikipedia.org/wiki/George_Soros

 

La sinistra si lagna…..tanto per cambiare!!!!

E siamo alle solite. Gli uomini e le donne di sinistra, gli attivisti, movimentisti, social forum, intellettuali, girotondini e via dicendo…..invece di proporre idee, invece di comunicare con il popolo, con coloro che tutti i giorni devono fare i conti con la vita reale che sempre di più li emargina, li rende schiavi del capitalismo, del consumismo, ogni giorno sempre più impoveriti e abbruttiti da una società che ti esclude, cosa fa? Litigano tra di loro nei salotti e in rete, parlano a sigle, SEL, PD, PRC, PDCI, FDS, si intestardiscono su sterili polemiche, su nomi e bandiere, narcisisti intellettuali del cazzo “Questo non lo voto, voto scheda bianca, annullo il mio voto….” e via dicendo. E sempre tutto tra di loro, in quello che si sta trasformando in un ghetto, tra chi infine avrebbe gli stessi ideali, gli stessi fini. Si allontanano ogni giorno sempre di più dalla gente, dai loro problemi urgenti e reali. La gente che guarda sempre e solo la tv e che alle nostre serate non verrà mai; i nostri siti non li leggerà mai; le nostre sigle nemmeno sanno cosa significano (e neanche io a dir la verità e poco importa perché non significano nulla, rappresentano il vuoto della politica). Gran parte della gente però sarebbe pronta a seguire progetti seri, qualcosa in cui credere e per cui possa valer la pena di lottare, di cavalcare l’onda.

E noi di sinistra cosa facciamo? Niente….non sappiamo comunicare con loro. Troppo impegnati a litigare tra di noi? Anche, ma soprattutto abbiamo paura di sembrare populisti. A sì…certo gli intellettuali di sinistra non si possiamo abbassare a dire le cose come stanno, potrebbe sembrare persino un po’ volgare. E la nostra puzza sotto il naso aumenta in misura proporzionale alle nostre sconfitte.

Innanzitutto non sappiamo nemmeno noi cosa vogliamo, coinvolti a nostra insaputa nella dimensione spettrale che si è insinuata nei nostri schemi di pensiero amplificata dai concetti della destra politica della “fine dei tempi delle ideologie”. Sguazziamo in un’onda di risentimento e di pensiero negativo incapaci di riappropriarci di quei valori intellettuali comuni che non possono più esplicarsi attraverso i simboli; una falce e martello non rispecchia nemmeno lontanamente l’impellenza sociale odierna. Il comunismo in Europa ha significato la sconfitta del fascismo e del nazismo e questo rappresenta un significato morale che non va dimenticato ma ricollocato nel presente con le dovute differenze che l’attualità ci impone. Soprattutto le nuove generazioni sentono quest’appartenenza distante dalle loro impellenti urgenze, confusi dall’incapacità di individuare un reale nemico, anche se nel loro profondo sono coscienti che un nemico esista. E il nemico esiste eccome: dal dopo guerra in poi ha avuto l’acume e la capacità di camuffarsi e infiltrarsi ovunque. Il potere non agisce più solo a livello materiale ma trova espressioni in sistemi teorici e culturali. Uno fra tutti e forse anche il più importante è la retorica allarmistica che le estreme destre americane hanno adottato per generare paura e paralizzarci. Ma non dimentichiamoci dello strisciante e continuo lavorio all’interno delle forze di sinistra; il PD attuale ne è addirittura la forma più sfacciata e avrò modo di dimostrarvelo in uno studio che sto portando avanti.

Sono convinta che in questo momento siamo in un periodo di grande transizione. Nello specifico si tratta di decidere se essere protagonisti o tirarsene fuori. Necessario è trovare urgentemente un’interconnessione tra il sé e gli altri che a parer mio esiste in modo evidente ma che ci danniamo di voler negare. Siamo stanchi, è vero, soggiogati da una complessità di contraddizioni che non sono solo frutto dei nostri tempi ma, e soprattutto, di un divenire incerto. Vorrei poter avere delle efficaci ricette che l’urgenza dei tempi richiederebbero. Mi piacerebbe poter dire alla sinistra, a quelli che ancora si sentono comunisti, “restiamo uniti”, ma so già che è tutto fiato sprecato.

La vera sfida sta nell’afferrare le opportunità che ci vengono offerte, fate un po’ voi!

E scusate per lo sfogo……molto trattenuto per la verità. Avrei voluto andarci giù pesante, ma son diventata buona.

Paola Mangano

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