Archivio | Cultura RSS for this section

Camilla Ravera racconta – 8 marzo – Giornata Internazionale della Donna – Perché non è una festa

La tradizione popolare racconta che l’8 marzo 1908 Mr. Johnson , proprietario dell’industria “Cotton” chiude a chiave all’interno della sua azienda le lavoratrici impegnate in una rivendicazione sindacale e che un incendio farà perire, arse vive, 129 lavoratrici. Ricerche negli archivi di quel tempo non avvalorano questa storia. Alcuni anni dopo, il 25 marzo 1911, alla Triangle Shirtwaist Company, situata nel cuore di Manhattan, che produce abbigliamento, un incendio causa la morte di 146 operai della Triangle, in gran parte giovani donne immigrate di origini italiane ed ebree, prevalentemente di età compresa fra i 13 e i 22 anni. In diversi paesi, ci furono in quegli anni iniziative che cercavano di mettere al centro la questione femminile ma in date diverse dall’8 marzo a secondo dei paesi e dai gruppi organizzati femminili. L’8 marzo 1917 a San Pietroburgo una grande manifestazione di donne chiedeva con forza la fine della guerra. Quella manifestazione e successive determineranno il crollo del regime zarista. Per questo motivo, il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, su proposta di Rosa Luxemburg fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia», trasformata in:“La Giornata Internazionale della Donna.”

*****

(Tratto da “Camilla Ravera racconta la sua vita” di Rita Palombo – Rusconi editore)
…Nel 1898 andammo a Valenza. Papà veniva continuamente trasferito, specie dove era necessario istituire nuovi uffici del Ministero delle Finanze. In quegli anni lo Stato neonato si estendeva per dare vita alle strutture periferiche (….……..) Così come ad Acqui, a Valenza assistetti ad un fatto che mi rimase scolpito nella memoria. Per molto tempo appartenne ai ricordi della mia infanzia. Ma dopo, quando la mia scelta politica fu compiuta, ciò che successe quel giorno divenne un riferimento storico della mia battaglia per 1’emancipazione e la liberazione della donna.
Non ricordo più quanti anni avessi, forse frequentavo la seconda elementare, quindi sette o otto.
Mi piaceva andare a scuola, perché ero contenta di stare con gli altri bambini.
La mamma mi accompagnava ogni mattina e spesso si spazientiva perché mi fermavo ad osservare qualsiasi cosa colpisse l’attenzione. Eravamo arrivati da poche settimane in quella cittadina e avevo ancora molte cose da scoprire.
Mentre chiacchieravo con la mamma, sentii all’improvviso delle voci alterate, arrabbiate e subito dopo, da un angolo, vidi comparire tantIssime donne che avanzavano verso di noi. Ebbi paura. Strinsi la mano di mia madre e lei mi obbligò a fermarmi.
Era un corteo di lavoratrici. Prima ancora che chiedessi chi fossero e perché urlassero in quel modo la mamma, accortasi dello spavento che provavo, mi disse che erano le pulitrici dell’oro che protestavano, guidate da un uomo, un socialista che si chiamava Filippo Turati, perché con la loro paga, guadagnata lavorando dodici ore al giorno, non riuscivano a comprarsi nemmeno il pane. Mi invitò poi ad osservare le loro mani. Io le guardai: erano completamente rose dall’ acido che serviva a pulire l’oro. Erano scalze, malvestite e smunte.Chiesi dove andassero e perché quell’uomo le guidasse.
Lei rispose che forse erano dirette alla Lega delle lavoratrici e che Turati, anche se non era povero, era alla testa del corteo perché era un socialista. E per questo era ammirevole.
Poco dopo scomparvero in una via e mia madre mi spiegò che non bisognava aver paura dei lavoratori che probabilmente avrei visto altre volte camminare urlando per strada.
In quel modo la mamma mi insegnò ad amare i deboli e innanzi tutto a rispettarli. Allora mi chiesi: “Chi ha soldi non potrebbe darli a chi non li ha?”. Questa domanda mi frullò nella testa per giorni e giorni. Anch’io, pensavo, potevo far qualcosa per coloro che soffrivano. 
Inutile sottolineare l’importanza che quelle lavoratrici ebbero nella formazione politica di Camilla, che si tranquillizzò sulla sorte di quelle donne solo quando la mamma le disse:
«Le ripulitrici dell’ oro hanno ottenuto 1’aumento del salario.
Ora lavorano e sono contente».
Dopo un anno, nel 1899, i Ravera si trasferirono a Casale Monferrato. Lì Camilla assistette ad un altro episodio che influì molto sulle sue scelte politiche.
Andavamo spesso ai giardini pubblici, di fronte ai quali si stava costruendo un palazzo.
Io osservavo con interesse quel lavoro. Un giorno, oltre ai muratori, notai delle donne che trasportavano calce ed attrezzi pesanti sulle spalle e si arrampicavano su precarie scale di legno.
Mi fu spiegato che erano le mogli di quei muratori, che aiutavano i mariti a guadagnare quel tanto in più che rendeva sufficiente il salario per portare avanti la famiglia.
Fu allora che nacque in me coscientemente l’interesse per la condizione della donna lavoratrice, per i suoi problemi e per la lotta per l’emancipazione femminile.
Camilla intanto aveva terminato le scuole elementari e poi quelle complementari. Per continuare gli studi fu costretta a frequentare !’Istituto Magistrale, perché a Casale Monferrato c’era solo un ginnasio maschile in un collegio privato.
Quella scuola era nata grazie alle battaglie di alcune insegnanti, quasi tutte giovanissime, che prima avevano dato vita all’istituto privato, poi, con il tempo, grazie anche, se non soprattutto, all’ ottimo insegnamento che impartivano, apprezzato da studentesse e genitori, ottennero la convenzione a trasformarlo in una scuola parificata e successivamente da parificata a statale.
Erano quelli gli anni in cui si cominciava anche in Italia a parlare di emancipazione femminile. E furono belli.

Camilla Ravera

Nata ad Acqui Terme (Alessandria) il 18 giugno 1889, deceduta a Roma il 14 aprile 1988, insegnante.
È stata la prima delle due donne italiane sinora nominate senatore a vita (la seconda è Rita Levi Montalcini). Quando, il 26 gennaio 1982, fece il suo primo ingresso a Palazzo Madama, i senatori, riuniti in assemblea plenaria, l’accolsero tutti in piedi. Aveva 96 anni quando fu ancora chiamata a presiedere l’Assemblea. Un altro suo record: è stato il primo caso, nella storia dei movimenti politici del mondo, di una donna nominata (era il 1927), segretaria del suo partito. Era il Partito Comunista d’Italia (del quale era stata uno dei fondatori nel 1921 e nel quale aveva subito assunto la guida dell’organizzazione femminile, fondando anche il periodico La compagna). Camilla Ravera resse la segreteria del PCdI sino al 1930 quando, rientrata clandestinamente in Italia dalla Francia, fu arrestata e condannata a quindici anni e mezzo, trascorsi tra carcere e confino sino alla caduta del fascismo. Con Umberto Terracini, fu l’ultima dei confinati a lasciare Ventotene (“una ciabatta in mare”, come ebbe a descrivere l’isola). Lì ebbe a conoscere Alessandro Pertini (che l’avrebbe poi scelta, quarantaquattro anni dopo, per il laticlavio) e lì, con Terracini, fu espulsa dal suo partito per aver condannato il patto Ribbentrop-Molotov. 
Riacquistata la libertà, Camilla Ravera riuscì a raggiungere dopo molte peripezie i suoi famigliari, che erano sfollati a San Secondo di Pinerolo. Dopo l’8 settembre 1943, sapendo di essere di nuovo ricercata, la Ravera riparò in un casolare sulle colline, che diventò presto luogo di incontri politici clandestini. Dovette abbandonarlo quando i fascisti cominciarono a dare alle fiamme tutti i casolari della zona. Rientrata a Torino dopo la Liberazione, Camilla Ravera, riammessa nel PCI, divenne consigliere comunale. Nel 1947, con Ada Gobetti, del Partito d’Azione, fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane. Nel 1948 fu eletta deputato per il PCI. Aveva intanto ripreso le battaglie di sempre, cominciate idealmente quando lei, di famiglia borghese, aveva assistito, ancora bambina, ad uno sciopero di operaie a Valenza. Soprattutto si è impegnata nelle battaglie per la pace. Camilla Ravera ha lasciato molte pubblicazioni. Al suo libro Diario di trent’anniè andato, nel 1973, il “Premio Prato”. Nel 1978 la sua Breve storia del movimento femminile in Italia ha avuto il “Premio Viareggio”. Nel 1979 gli Editori Riuniti hanno raccolto in volume le Lettere al Partito e alla famiglia.Nel 1992 la Fondazione Istituto Gramsci ha acquisito l’Archivio Storico delle donne “Camilla Ravera”, costituito nel 1987 dalla Commissione femminile del PCI. Alla Ravera sono intitolate, tra l’altro, strade a Roma e in Toscana, la Federazione di Torino dei DS, Società cooperative, alcuni circoli del PRC.

Fonte Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

 

 

 

 

 

 

Annunci

Dal cyberfemminismo al postumano

“Il cyberfemminismo è anche una lotta per accrescere la consapevolezza dell’impatto provocato dalle nuove tecnologie sulla vita delle donne, e sulle insidie delle divisioni di genere della tecno cultura nella vita quotidiana. Il cyberspazio non esiste in un vuoto, ma è intimamente connesso alle numerose istituzioni del mondo reale e ai sistemi che fioriscono sulle divisioni e le gerarchie di genere” (CAE e Faith Wilding, Notes on the political condition of cyberfeminism)

Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9'19'')

Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9’19”)

 La situazione socio-politica degli ultimi anni ’80 innescò una riflessione sull’impatto delle innovazioni nelle telecomunicazioni e nella micro-elettronica.
Donna Haraway, classe 1944, biologa, filosofa e ora Professore Emerito di Storia della Consapevolezza in California, iniziò in quegli anni ad occuparsi del rapporto tra il pensiero, le attività femminili e le nuove tecnologie. Nel 1991 pubblicò il saggio “Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature”, tradotto in italiano come “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”. Con un linguaggio dirompente e visionario, proponeva un’alternativa futurista, immaginando assemblaggi di corpi con innesti di hardware da cui sarebbero scaturiti tecnomostri mitologici. In parte esseri umani e in parte robot, ma senza il marchio del genere sessuale. In poco tempo il pensiero del Manifesto cyborg si diffuse in tutto il mondo e le cyberfemministe fecero breccia nell’immaginario tecnologico, dominio tradizionalmente maschile, resettando i codici culturali, destrutturando i canoni estetici e soprattutto scatenando la creatività.

9781853431395

Un collettivo di videomaker e fotografe australiane militanti tra il 1991 e il 1997 fondò il collettivo VNS Matrix, presentandosi come «il virus del nuovo disordine mondiale, le terminator del codice morale». La novità stava nella tecnofilia che permeava le azioni e i proclami del gruppo, intento a dirottare i giocattoli dei tecnocowboys e rimappando il cyberspazio servendosi di quegli stessi giocattoli tecnologici.
L’opera più nota del gruppo, All New Gen (1994) è un gioco interattivo che funziona come una parodia dei giochi vai e uccidi, in cui il partecipante deve sabotare la banca dati del Big Daddy Mainframe con l’aiuto delle DNA Sluts, una sorta di supereroine ibride con laser che sparano dai genitali. L’obiettivo era riuscire a riprogrammare il codice patriarcale tramite la diffusione del virus del nuovo disordine mondiale. Julianne Pierce, a diversi anni di distanza dallo scioglimento del gruppo, dichiarò: “Dietro il divertimento c’era soprattutto il desiderio di lottare per un maggiore coinvolgimento delle donne nella datasfera… ecco dove interviene il cyberfemminismo… Si tratta di diventare attivi e promuovere il cambiamento, se necessario in modo anche aggressivo. VNS Matrix non era per il separatismo, era perché si riconoscesse che la cybersfera non è uno spazio neutro, ma di privilegio politico e culturale.”

a00089_VNS Matrix - A Cyberfeminist Manifesto for the 21st Century_web

La rivendicazione dell’esperienza corporea e della sessualità femminile delle VNS Matrix ricorda quanto era già accaduto alla fine degli anni ‘60, con fenomeni come quello della cunt art (arte vaginale) e della goddess art (arte delle divinità femminili).

In Italia, il gruppo Cromosoma X rispose con il magazine Fikafutura ricco di argomentazioni che spaziavano dall’arte alla politica, sempre improntate di umorismo e sano cinismo uterino, come il grandioso fumetto “Feti in Faccia“. Ovunque nel mondo, studiose, attiviste e artiste (da Sadie Plant a Rosi Braidotti, dalle Guerrilla Girls alle SubRosa) si confrontarono con le tecnoscienze, per disintegrare i ruoli femminili. Tutti movimenti pochissimo conosciuti e che varrebbe la pena approfondire. Pensandoci bene è possibile, se non più che probabile che il loro tanto dirompente quanto sotterraneo loro agire abbia permesso a una come me di potermi esprimere in tutti i modi che ho sperimentato in questi anni.

pag1

Fondamentalmente i temi che avvicinavano tutte le attiviste e che sono ancora attuali sono quesiti come “Le nuove tecnologie, in particolare Internet, modificano la rappresentazione che le donne danno di sé?” e “In che modo il Web può contribuire a veicolare una immagine della donna affrancata dai vecchi stereotipi?”.

Le esponenti del cyberfemminismo furono tra le prime a riconoscere le potenzialità di questi strumenti, ma anche il pericolo in essi nascosto. L’obbiettivo primario fu quello di avvicinare le donne alle nuove tecnologie, affinché non ne fossero escluse e non restassero solo semplici spettatrici ma soggetti attivi in grado di creare nuove informazioni da diffondere nella rete e conseguentemente nel mondo.

Vent’anni dopo le technodiscepole la celebrano a modo loro: vedi Make More Monsters di Deborah Kelly (all’Artspace di Sidney), una serie di animazioni digitali, create insieme al pubblico, in cui gambe femminili sorreggono teste di mantide assassina.

Le cyberfemministe continuano a esistere nell’ombra del cyberspazio in quella che io ormai definisco la nuova realtà. Che ci piaccia o no tutta la nostra vita si sta trasferendo nel web, la politica, la finanza, guerre e rivoluzioni, persino i sentimenti primari dell’uomo; amore e odio per non parlare del sesso. Noi stessi con i nostri blog, profili e quant’altro ne facciamo già massicciamente parte. Il postumano è iniziato.

Paola Mangano

hqdefault

 

FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli

 

FISCHIA IL VENTO:layout… Un sapiente doppio binario viene percorso, da Donatella Alfonso nel suo libro “FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli” : uno che percorre la parte aneddottica legata al canto Partigiano l’altro legato all’autore di quelle parole “Felice Cascione” prima figlio, poi studente, sportivo, medico e comandante Partigiano.

Se viene accostato alla figura di “Che Guevara” per le peculiarità di essere medico per tutti, soprattutto per chi in quegli anni il medico non se lo poteva permettere e nel contempo comandante partigiano, ho sentito molto l’accostamento tra i due in quel valore che è la coerenza, nel momento delle scelte di vita, sino alle estreme conseguenze.

L’aver descritto, attraverso il rapporto con la madre, un percorso formativo di integrità morale e politica, rende la figura di Felice Cascione un autentico esempio di quella gioventù che seppe scegliere con risolutezza da quale parte bisognava stare, per affermare quei valori di libertà e giustizia di cui era privata l’Italia.

Risulta quindi più semplice interpretare le parole e il contenuto della canzone partigiana “Fischia il vento”, con le condizioni di vita ambientali vissute dai giovani partigiani, e con le loro aspettative, dopo aver vinto contro il fascismo (a conquistare la rossa primavera) .

E’ la notte di Natale del 43 quando viene cantata per la prima volta all’uscita della messa di mezzanotte nella frazione di Curenna nell’estremo ponente ligure, e ad ascoltarla c’erano quegli stessi contadini e boscaioli che sostenevano i partigiani .

Il testo subirà durante la sua diffusione adattamenti a secondo delle zone e della collocazione politica delle diverse formazioni partigiane, trovando nella madre di Felice, Maria Baiardo, una ferma difenditrice, anche dopo la fine della guerra, dello spirito e contenuto espresso nel testo originario del figlio.

Sono trascorsi settant’anni dalla morte di Cascione, la Resistenza ha vinto, è stata scritta una Costituzione che si rifaceva ai valori della Resistenza ed oggi ci ritroviamo di fronte al tentativo di riscrivere quel patto tra Stato e cittadini, incuranti di chi diede tutto affinché fossimo in grado di scegliere.

Non nascondo che nella lettura è insorto spesso un senso di fastidio e rabbia considerando quanto lontani siamo nella nostra quotidianità politica da quelle aspettative che per molti di quei ragazzi significò la morte e risulta pertanto inaccettabile ogni forma di revisionismo di quella storia.
Loris

 

Michael Ledeen

Se non avete la memoria corta vi dovreste ricordare dei falsi documenti nigerini usati da Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush, per giustificare la guerra contro l’Iraq.

In questa faccenda sporca il nostro paese è stato ampiamente coinvolto.
Nella notte tra il 29 dicembre del 2000 e l’1 gennaio del 2001, e notate bene che 11 settembre era ancora da venire, l’ambasciata del Niger a Roma viene messa a soqquadro. L’incursione è abbastanza bizzarra; perché rischiare tanto per un orologio e qualche boccetta di profumo? I ladri non portano via altro. In realtà durante quel furto vennero sottratti all’ambasciata nigerina carta intestata e timbri necessari per confezionare il falso dossier che qualche anno dopo fu usato come conferma che Saddam aveva comprato uranio impoverito al Niger, uranio necessario ovviamente per un ipotetico armamento nucleare. La guerra contro l’Iraq era già stata progettata molto prima dell’11 settembre ma comunque necessitava di prove per motivarne l’attacco e attirare la popolazione al pieno consenso.
Tutta la storia è descritta ampiamente in questo eccellente dossier a cura di Carlo Bonini e Giuseppe D’avanzo della Repubblica che mi confermano che ottimi giornalisti che svolgono egregiamente il loro mestiere ci sono. Il punto è che bisogna leggerli.

Doppiogiochisti e dilettanti tutti gli italiani del Nigergate

Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull’Iraq

Nigergate, il Grande Inganno sulle centrifughe nucleari

La vicenda andrebbe letta tutta per capire la loro autorevole fondatezza. Da parte mia concentro la vostra attenzione sull’incontro tra l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e Michael A. Ledeen, avvenuto nell’autunno del 2001 e consigliato dall’allora ministro della Difesa Antonio Martino. “L’amico americano”, così come viene chiamato Ledeen negli ambienti governativi italiani, è una vecchia volpe dell’intelligence “parallela” Usa, già dichiarato dal nostro Paese “indesiderabile” negli anni Ottanta ma riabilitato dalla presidenza Berlusconi. Ledeen nel 2001 è a Roma per conto dell’Office for Special Plans, creato al Pentagono da Paul Wolfowitz per raccogliere intelligence che sostenga l’intervento militare in Iraq. Non si sa che cosa mosse Michael Ledeen a Washington. Ma, all’inizio del 2002, Paul Wolfowitz convinse Dick Cheney che la pista dell’uranio intercettata dagli italiani andava esplorata fino in fondo.
Il 28 gennaio 2003 George W. Bush annunciò ufficialmente nel discorso “State of the Union” (“Stato dell’Unione”) che il governo britannico era in possesso di prove che avrebbero confermato la presenza in Iraq di uranio utile per armi di distruzione di massa. Due mesi dopo inizierà la guerra contro l’Iraq. Poco importa se poi scoppiò lo scandalo Nigergate e se le subdole tattiche strategiche vennero alla luce; sta di fatto che l’Italia prese parte attiva nella falsa costruzione di prove e che il tramite tra USA e il nostro paese per legittimare questo imbroglio fu Michael Ledeen di cui per l’appunto volevo parlare.

Perché proprio adesso parlare di questo personaggio? Perché Michael Ledeen intrattiene contatti diretti con Matteo Renzi.

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/6-settembre-2012/quella-rete-americana-asse-clinton-blair-2111718004332.shtml

Non si prendano queste mie ricerche come dietrologia o come teorie da complottisti. Quello che scrivo è documentato dai tanti link allegati nei quali potete trovare conferma; link che ho confrontato accuratamente per non incorrere in qualche bufala o informazioni di poco conto.

ledeennewfixedweb

Negli anni sessanta del secolo scorso Ledeen prese un dottorato di ricerca (Ph.D.) in Storia e Filosofia dell’Europa Moderna presso University of Wisconsin–Madison. Studiò con il prof. George Mosse, il quale poi ammise che quel promettente allievo aveva finito per abbracciare e fare proprie le teorie del fascismo. Mosse lo incoraggiò ad andare a studiare a Roma dove nel 1965 Ledeen finì sotto l’ala protettrice di due personaggi molto influenti: il prof. Renzo De Felice (storico del fascismo di cui Ledeen dirà: ”Gran parte del merito della sconfitta dell’ideologia comunista in Italia, in campo culturale, è da ascrivere a un assennato e coraggioso professore dell’università di Roma, Renzo De Felice’‘), che monopolizzava gli studi sul fascismo all’Università La Sapienza, e il conte Vittorio Cini, ex ministro delle Comunicazioni di Mussolini. Cini fu con Giuseppe Volpi uno dei principali esponenti del cosiddetto “gruppo veneziano” quell’insieme cioè di finanzieri, imprenditori e capitali che nel corso dei primi sette decenni del Novecento costituì un impero finanziario tra i più importanti a livello nazionale e internazionale. Volpi e Cini erano le colonne portanti del gruppo veneziano nel fascismo, e poi nel mondo dell’industria e della finanza del dopo guerra. Erano così potenti da emergere indenni alla fine del regime mussoliniano, con tutta l’Italia post-fascista che fece finta di credere che col fascismo non c’entravano nulla.
Ledeen, in quel periodo romano e veneziano, passato tra de Felice e Cini, cominciò a scrivere libri e articoli, da solo e con altri, per promuovere un rigurgito di fascismo, ma in una veste nuova, con una formula inedita. “Non sembrerà irragionevole sostenere che il fascismo contenesse delle potenzialità e che avrebbe potuto benissimo svilupparsi in un’altra direzione”, diversa cioè dalle “avventure straniere” e dall’alleanza con Hitler, scrisse Ledeen nel suo libro “Fascismo universale” pubblicato nel 1972, ora fuori stampa e omesso dalle biografie più recenti di Ledeen. Il libro, sua tesi di laurea, fu il primo lavoro per esplorare gli sforzi di Benito Mussolini nel creare un’internazionale fascista verso la fine degli anni 20 e i primi anni 30. A questo ne seguirono altri sullo stesso tema come “D’Annunzio a Fiume” del 1975, “Intervista sul nazismo” del 1978. Non va dimenticata la più nota Intervista sul fascismo” di De Felice, pubblicata da Laterza nel 1975 e curata dallo stesso Ledeen, una svolta decisiva nel dibattito culturale italiano. Secondo Ledeen, ”L’intervista sul fascismo” avrebbe fornito ”i puntelli intellettuali del collasso del partito comunista italiano, che si verificò infine dopo il crollo dell’impero sovietico. La battaglia sulla storia si rivelò decisiva nella guerra per il futuro italiano”.

$T2eC16JHJF8E9nnC6U0,BRHRZ4GC!w~~60_1

Ledeen è quindi sostenitore del fascismo delle origini, quello dannunziano appoggiato anche da Renzo De Felice: un fascismo universale, non nazionalista: “Lo stile politico dannunziano, la politica della manipolazione di massa, la politica dei miti e dei simboli, è diventata la norma del mondo moderno”. Con questo intende dire che le celebrazioni e le cerimonie tipiche del periodo fascista, ma anche di quello nazista, avevano una funzione importante nel creare l’illusione della realizzazione dell’individuo infondendo la convinzione ai cittadini di essere sempre partecipi alla causa politica.

E questo è solo l’inizio.

A Ledeen il nostro paese dovette piacere parecchio visto che ci restò per molti anni. Chissà che non avesse fiutato che il seme del fascismo in Italia era ben sotterrato ma pronto a germogliare di nuovo alla minima stagione favorevole. Certo era necessario seguire altri mezzi. Innanzitutto bisognava distruggere il comunismo, non solo come partito, ma anche proprio come idea. C’era parecchio da fare, ma il terreno prometteva bene. E come dargli torto alla luce dei fatti odierni?
Comunque dopo questi primi esordi di studio Ledeen per tutti gli anni settanta lavora anche come corrispondente dall’Italia per The New Republic. In quegli anni Ledeen figurava sul libro paga del Sismi, all’epoca in cui il nostro servizio militare era diretto da Giuseppe Santovito, membro della P2. Fu Ledeen a commissionare al SISMI, tramite Francesco Pazienza, le intercettazioni che portarono allo scandalo “Billygate” contro il fratello del Presidente Jimmy Carter, durante la campagna presidenziale 1980.

“Nei primi anni ottanta Ledeen, corrispondente da Roma per “The New Republic”, ricevette, secondo il faccendiere Francesco Pazienza (P2, Sismi, che per la vicenda venne condannato) almeno 120.000 dollari dal Sismi per un lavoro di disinformazione ai danni del presidente Carter che metteva in mezzo il fratello di questi, Billy, e Gheddafi. Risultato: Regan vinse le elezioni. Ledeen ha ammesso che una sua società di consulenza, la ISI, lavorava per il Sismi ma definisce quelle di Pazienza bugie.” (fonte “The Wall Street Journal” articolo di Jonathan Kwitny, 8 agosto 1985)

Jim Lobe, un veterano osservatore dei neoconservatori, ha dichiarato che Ledeen ebbe collegamenti con l’ala della destra italiana inclusi presunti legami con la setta massonica P2 di Licio Gelli. Ovviamente Ledeen ha negato ogni coinvolgimento con Propaganda Due e con il suo venerabile maestro. Però al settimanale Vanity Fair ha dichiarato di essere stato pagato dal Sismi $ 10,000 tra il 1979 e il 1980 come consigliere in materia di estradizione tra Italia e US. “Ho conosciuto Pazienza ma non ho mai pensato che la P2 esistesse. Credevo fosse tutta un’assurda fantasia tipica degli italiani”. In quel periodo comunque Ledeen fu tra i più accesi sostenitori della “pista bulgara” che voleva collegare Alì Agca al Kgb. “Gli esecutori di questa elaborazione vennero individuati in quello che veniva chiamato il Sismi “deviato”, o “Supersismi”, con in primo piano il capo del servizio Giuseppe Santovito, il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte, e alle spalle la Loggia P2 di Licio Gelli. E il solito Francesco Pazienza, che – da battitore libero – gestisce disinvoltamente i rapporti con gli “americani” grazie ai suoi fili diretti con l’establishment repubblicano di Washington: il generale Haig (per un certo periodo segretario di Stato), Robert Kooperman, direttore del Centro internazionale di studi strategici della Georgetown University, del quale è collaboratrice Claire Sterling, e Michael Ledeen, definito dal generale Lugaresi (che sarà capo del Sismi) “agente di influenza del dipartimento di Stato americano”, un gentiluomo che ne ha fatte tante da essere dichiarato “indesiderabile” in Italia.” (da Polizia e Democrazia – Il ritorno della “pista bulgara” con qualche ruga e poca memoria.)
Ledeen sostenne la tesi della “pista bulgara” promuovendola in TV e sui giornali di tutto il mondo.
Qualche anno prima Ledeen venne associato alle manovre di depistaggio nel rapimento Moro.
Nella “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” avvenuta in data mercoledì 15 luglio 1998, il senatore di Forza Italia Umberto Giovine, ascoltato in merito alle dichiarazioni da lui rilasciate ad Adnkronos riguardanti il caso Moro, ha dichiarato la propria convinzione che all’epoca non si volesse trovare la prigione di Moro e che il comunicato del Lago della Duchessa fosse una costruzione dei Servizi, convinzione molto solida che trovò conferma in tutte le istanze dei processi successivi. Insomma gli apparati di sicurezza erano interessati solo ad impedire le trattative e a non rintracciare il luogo di prigionia di Moro. A tal proposito tra i possibili personaggi coinvolti in tale faccenda di depistaggio Giovine parla di Michael Ledeen:

“….Pensiamo al ruolo di Michael Ledeen, che entrava e usciva dal Viminale in quei giorni. Michael Ledeen non è uno qualsiasi, ma è forse il più esperto, non teorico ma pratico, della disinformazione americana. Michael Ledeen peraltro è anche un intellettuale apprezzato: è lui per esempio l’autore dell’intervista a De Felice sul fascismo. All’epoca del caso Moro era uno dei più abili giocatori di poker a Roma. È l’uomo che ha congegnato il cosiddetto «Billygate», cioè che ha incastrato il fratello del presidente Carter con una operazione in Libia di altissima scuola fra i cosiddetti «dirty tricks»………Pazienza è un ragazzo di bottega rispetto a Michael Ledeen, e io ho citato solo una delle sue imprese. E poi chi troviamo all’altro capo del telefono quando Craxi parla col presidente Reagan la notte di Sigonella? Michael Ledeen, che traduce per Reagan. Ho citato solo due episodi: Ledeen è un uomo di punta di tutto l’ambiente che girava intorno al generale Alexander Haig, personaggio cruciale dell’ambiente nixoniano, uomo poi caduto sull’affare Iran-Contras, il cui ruolo è centrale. ……….Ledeen, ripeto, ha contatti con il giro di Alexander Haig, che è un giro particolare, di una massoneria particolare e di Servizi di un certo tipo, come del resto è noto alle cronache. Michael Ledeen è uomo che il ministro Cossiga fa entrare direttamente nella vicenda Moro: non mi interessano i rabdomanti e la corte dei miracoli, ma che, all’interno di questi vi sono anche gli uomini forti. Michael Ledeen è un uomo forte in questo tipo di azione. È mai stato chiesto il suo ruolo? È mai stato chiesto a Cossiga perché si è rivolto a Michael Ledeen? Perché lo ha mandato, con quale scopo? Scusatemi questa valutazione politica, ma altri come lui possono essere stati coinvolti da Cossiga, di cui neanche sappiamo i nomi……” (www.senato.it pag. 11)

Moro_20_aprile_1978

Oltre a questa vicenda il nome di Ledeen ricorre di frequente anche nei depistaggi della strage di Bologna e nella liquidazione di Roberto Calvi, come colui che era lì in qualche modo a dirigere il corso degli eventi. Dalle indagini sulla strage di Bologna risulta che gli insabbiamenti furono coordinati dalla P2, soprattutto con i suoi uomini nel SISMI. Gelli e Francesco Pazienza sono stati condannati per le loro responsabilità nella vicenda. Nella sentenza d’appello del 1994 si legge: “L’impressione… era che Pazienza fosse un’agente d’influenza americano, vale a dire che egli fosse stato inserito, per conto di ambienti americani, presso corrispondenti ambienti italiani. In proposito, si citano gli stretti legami dell’imputato con un personaggio come Michael Ledeen, sicura emanazione dell’amministrazione statunitense”.

Tutti questi sotterranei coinvolgimenti con gli affari più sporchi degli anni settanta e le sue continue ingerenze nella politica di casa nostra, convinsero l’Ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi dal 1984 al 1991, a chiedere all’ambasciata americana di non fare entrare Ledeen in Italia. Martini esterna le sue preoccupazioni riguardo all’americano presso una sede istituzionale altamente qualificata come il Comitato Interparlamentare di Controllo sui Servizi di Informazione. A rivelare i contenuti dell’audizione fu il settimanale “L’ Espresso”, nel suo numero in edicola il 30 Luglio 1984. (La Repubblica 1984)

“Intanto quando Ledeen veniva in Italia andava direttamente dal Presidente della Repubblica, che aveva conosciuto quando era Ministro dell’interno. E la cosa non mi piaceva. Secondo, perché Ledeen aveva avuto da uno dei miei predecessori 100.000 dollari per fare delle conferenze sul terrorismo, che erano assolutamente rubati. E poi perché era un individuo che lavorava a margine della CIA, e la cosa non mi piaceva. Era un professore dell’Università di Georgetown negli Stati Unti………..Il problema è che poi questo nome di Ledeen lo vediamo riemergere nella vicenda Moro come uno dei possibili consiglieri di quello che si poteva fare per salvare Moro.” (Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. – 54a seduta – mercoledì 6 ottobre 1999 – Presidenza Del Presidente Pellegrino)

Considerando il grande silenzio che ancor oggi accompagna i fatti successi in quegli anni settanta e primi ottanta in Italia, il continuo emergere del nome di un personaggio come Michael Ledeen, anche se non ci sono prove per una accusa formale, non può essere sottovalutato e non promette niente di buono. Gianni Flamini nel suo “Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere” lo definisce un redivivo Rasputin e mi pare un paragone credibile, anche se il finale non è stato, e ancor par lungi dall’esserlo, alla pari del monaco russo.

Rasputin-Big-photos-3

Con lo scandalo P2 Ledeen intuisce che è meglio starsene lontani un po’ dall’Italia o per lo meno tenere un profilo basso in attesa di venti più favorevoli. Ma non si tiene di sicuro lontano da quella che lui definisce “guerra al terrore” rivolta al popolo islamico. Diventa consulente e consigliere speciale del Dipartimento di Stato Americano e del Consiglio di Sicurezza Nazionale poco dopo l’elezione di Ronald Reagan. Secondo le indagini ufficiali agì nelle prime fasi dell’affare Iran-Contra come intermediario per l’amministrazione Reagan e la spia israeliana David Kimche per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi a Beirut attraverso un trafficante d’armi iraniane, Manucher Ghorbanifar. Ledeen fu uno dei più grandi promotori a Washington del cosiddetto Afghansi mujahideen — tra cui Osama bin Laden — propagandandoli come “combattenti per la libertà” e “campioni della lotta democratica contro il comunismo totalitario”.

Herblock-Iran-Contra

Ledeen era anche un forte fautore delle teorie del libro The Terror Network scritto da Claire Sterling ove si sosteneva che l’URSS fosse la fonte di gran parte del terrorismo internazionale nel mondo.

Tra le sue tante attività fu membro, nella veste di studioso di libertà sino al 2008, dell’American Enterprise Institute, culla del movimento «neocon», un centro studi molto vicino ai gruppi industriali dell’«establishment» conservatore. In teoria l’AEI è una istituzione privata, no-partisan (figuriamoci….è di estrema destra) e no-profit (in termini economici forse ….ma di profitti politici sì, che poi si traducono in moneta sonante) che si dedica alla ricerca e all’educazione da impartire a governanti, politici, economisti e social welfare think tank. Nella sua amministrazione sono state nominate oltre una dozzina di persone da George Bush W., quando era presidente. Tra gli innumerevoli personaggi che compongono il consiglio di amministrazione della AEI troviamo amministratori delegati di grandi aziende, tra cui ExxonMobil, Motorola, American Express, State Farm Insurance e Dow Chemicals. (1)

Oggi Ledeen è membro della Foundation for Defense of Democracies fondata dopo 11 settembre 2001 da un gruppo di filantropi e politici visionari che lavorano per difendere i “popoli liberi” (America, Israele e Occidente) dai loro nemici. La fondazione ha una linea “pro Israele” con l’obbiettivo di spronare un’aggressiva guerra al terrore in medio oriente e colpire il dissenso nelle università americane. La fondazione dichiara di essere finanziata da tutti coloro che sono interessati a difendere le società democratiche del mondo dai loro acerrimi nemici. Ma una relazione risalente all’agosto 2013 pubblicata dalla rivista on line Salon rivela un’inedita schedatura finanziaria ove si evince che la FDD è stata finanziata principalmente da un manipolo di repubblicani, convinti critici della politica estera della Casa Bianca di Obama. In questo modulo che la rivista ha reso di pubblico dominio si scoprono le origini di più di $ 20 milioni in contributi tra il 2008 e il 2011. Buona parte dei donatori però restano tutt’ora anonimi.

La FDD ha alle spalle un’accurata esperienza nella retorica allarmista e nel generare la paura. Ad esempio nel 2002 FDD mandò in onda una serie di annunci che associavano Osama bin Laden, Yasser Arafat e Saddam Hussein. Tutto ciò contribuì a promuovere la “dottrina Bush”, che portò all’invasione dell’Iraq. Colpito e affondato con il beneplacito di tutto il mondo.
L’attività della FDD è aumentata notevolmente dopo il 2008 con l’adesione alla fondazione dei falchi Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht in seguito alla loro uscita dall’AEI. Prima del 2011 furono lanciati tre progetti incentrati sull’Iran. Il progetto Iran/Hezbollah, il progetto Iran Energy, e il progetto Iran Human Rights. Il direttore esecutivo della FDD, Mark Dubowitz, ha dichiarato nel 2011 in un suo scritto sul giornale neoconservatore Weekly Standard che “si sta progettando un isolamento politico ed economico per nutrire violente contraddizioni interne nell’Iran”. Nel 2012 la FDD ha aggiunto un quarto progetto finanziato dalla fondazione Targum Shlishi Foundation chiamato “Iran Corruption and Social Media Project.” “Il progetto utilizzerà tecnologia informatica di tipo militare per spulciare centinaia di migliaia di conversazioni dei social media allo scopo di determinare se le sanzioni economiche imposte dagli USA stiano amplificando la rabbia contro il regime iraniano.” Tattiche da rivoluzioni colorate. Seminano odio per poi farci fare la guerra tra di noi (come è successo anche recentemente in Ucraina), tra il popolo, una guerra tra poveri, per poi arrivare loro e arraffare, depredare ogni cosa in nome della democrazia.

“L’Iran è una minaccia esistenziale per Israele, e il tempo sta scadendo,” ha osservato Aryeh Rubin, direttore del Targum Shlishi. “Mentre le sanzioni sono state un duro colpo, non sono sufficienti. Speriamo che questo progetto FDD fornirà informazioni preziose su cosa sta succedendo nelle menti e nei cuori del popolo iraniano e che aiuterà anche ad per identificare esempi di corruzione di regime — in ultima analisi, speriamo che questo progetto contribuirà a contrastare la minaccia che il nucleare iraniano rappresenta per Israele. Ci complimentiamo con l’uso tecnologico che sta facendo la FDD per promuovere la causa della democrazia, di tutte le persone di buona volontà e di Israele e il popolo ebraico.”

E questo per spiegare che razza di organizzazione è la FDD al cui interno opera Ledeen. Non voglio dire che l’Iran è il paese dove voglio andare a vivere, ovviamente, ma ritengo assolutamente anti democratico l’uso che gli americani fanno del loro potere sempre e solo per gli interessi di pochi occidentali.
Comunque negli ultimi anni il principale sbocco ideologico di Ledeen è stato il suo blog chiamato “Faster, Please” dove potete andare a leggere tranquillamente il suo pensiero anche in ambito di politica italiana; ironicamente, ma forse nemmeno tanto, definisce Renzi un neoconservatore.
Insomma tutto questo peregrinare per illustrare un personaggio ambiguo e a mio parere pericoloso che sostiene le nuove politiche italiane in una più vasta operazione internazionale che ci vede come burattini in balia di poteri economici che indirizzano il pensiero comune verso scopi contro i quali siamo convinti di combattere, nell’illusione di un libero arbitrio democratico.

Sì è parlato molto dei rapporti di Ledeen con Renzi in occasione dell’elezione di quest’ultimo a Presidente del Consiglio incaricato lo scorso febbraio. Per questo mi sono mossa alla ricerca di informazioni su questo personaggio americano che, benché spesso nominato, non veniva mai descritto ampiamente. Adesso che ho una visione più dettagliata di ciò che sta succedendo sono più cosciente ma anche più amareggiata e percepisco un senso di impotenza devastante sia verso l’alto che verso il basso. In entrambe le direzioni sento di sbattere la testa contro un muro. Da una parte un potere sterminato che, allo stato dei fatti attuali, sembra impossibile da scalfire. Dall’altro l’ignoranza globalizzata delle masse pilotate, manipolate e plagiate per ottenere il consenso anche là dove esse sono convinte di dissentire.

Riuscire a ragionare in maniera autonoma è molto più difficile di quanto si possa immaginare. Occorre innanzitutto abbandonare la presunzione di essere immuni ai manipolatori. Io stessa arrivo a dubitare che la conoscenza della realtà dei fatti possa essere veramente d’aiuto per una risoluzione sociale. E con ciò intendo dire che potrebbe invece risultarci addirittura fatale o essere essa stessa un fraintendimento per condurci su una determinata via. O forse più semplicemente, finché questa strada della verità resterà impervia e non molto battuta, ci sarà ancor data la possibilità di conoscerla, diversamente sarà manipolata anch’essa. E’ una conclusione paralizzante e se vogliamo anch’essa in linea con gli auspici del potere. Mostri che generano mostri. Forse non c’è speranza per l’essere umano.

Paola Mangano

Note
1) Tra i grandi donatori dell’AEI la Smith Richardson Foundation, (è finanziata dalla Vicks Vaporub e nel 2007 aveva un patrimonio di quasi 570 milioni dollari. Bill Stetson, pronipote della Vicks, funge da fiduciario e governatore per la Smith Richardson Foundation. Ha deciso che sia il gruppo Rockefeller & Co. il gestore patrimoniale per i piani finanziari della famiglia. (tratto da http://goliath.ecnext.com/coms2/gi_0199-2299183/Rockefeller-uses-name-to-reach.html) la John M. Olin Foundation, (I soldi della Olin Foundation, creata nel 1953, furono donati da John M. Olin per difendere le ‘libere istituzioni americane’ e la ‘libera impresa’. Da subito ha iniziato a fornire sostegno finanziario alle iniziative volte a promuovere il capitalismo e respingere quello che era visto come invadente socialismo. La famiglia Olin fece fortuna nella prima guerra mondiale con la chimica di base per esplosivi e con le munizioni per gli Alleati, ovvero con le commesse pubbliche. La Olin continua tuttora a produrre proiettili sotto il marchio Winchester. (tratto da http://it.peacereporter.net/articolo/2392/Impero+e+libert%E0   ). Olin è stato anche un importante sponsorizzatore delle politiche militariste nell’era post-Guerra Fredda. Secondo gli studiosi Jean Štefanić e Richard Delgado, nei primi anni novanta, Olin ha ritirato il sostegno dal Cato Institute) la Scaife Foundation (della famiglia Mellon Scaife le cui quattro fondazioni (Scaife Family, Sarah Scaife, Carthage, e Allegheny) ammontavano nel 2001 a 478,4 milioni di dollari: i Mellon sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell’Alcoa (alluminio), potenti nell’uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è «nientemeno che l’arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore». Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gringrich (che negli anni `90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gringrich stesso definisce Scaife come una delle persone «che hanno davvero creato il moderno conservatorismo»).e il Lynde e Harry Bradley Foundation (La Fondazione Bradley è stato creata nel 1985 con 290 milioni dollari dalla vendita di una attività elettrica del Milwaukee iniziata nel 1903 dai fratelli Lynde e Harry Bradley. Con la missione di “rafforzare la democrazia e il capitalismo americano, i principi delle istituzioni e dei valori che lo sostengono e lo alimentano,” i soldi della fondazione sostengono una vasta gamma di attività, tra le arti, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Ma ha anche finanziato una serie di organizzazioni di destra, tra cui la American Enterprise Institute , il Centro per lo Studio della Cultura Popolare , la Free Congress Foundation e l’ Istituto di Rockford . La Free Congress Foundation ha ricevuto più di $ 6 milioni, secondo MediaTransparency.com. (vedi qui) Secondo il Milwaukee Journal Sentinel la fondazione regala più di $ 30 milioni all’anno. “L’obiettivo generale della Fondazione Bradley, però, è quello di ritornare, sia negli Stati Uniti – e nel mondo – ai giorni prima che le aziende furono costrette a fare concessioni ad una forza lavoro organizzato. (vedi qui) Di tutti gli esempi di finanziamento che la Bradley Foundation ha progettato per aprire la strada a destra, il più noto è il libro “The Bell Curve:. Intelligence and Class Structure in American Life” di Charles Murray e Richard Hernstein. In questo libro ci si chiede se ci sono differenze di intelligenza tra neri e bianchi che aiutino a spiegare le differenze nella loro posizione economica e sociale. In altre parole; ci sono milioni di persone di colore, poveri e oppressi a causa del razzismo istituzionale e storico, o perché c’è qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’essere nero? Alla fine si arriva alla conclusione finale che i poveri sono poveri perché sono nati con difetti; con geni inferiori. (vedi qui)) Le suddette fondazioni sono tutte ONG (organizzazioni non governative non aventi fini di lucro, finanziate da donatori privati) ma non sono proprio degli enti di beneficenza senza scopo alcuno. Partendo da esse si divaricano una tale quantità di reti che risulta spesso impossibile raggiungere la vera fonte primaria. Ed è questo il loro scopo, confondere ramificando il più possibile per disperdere le tracce.

Bibliografia
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-e-il-novecento-2-la-societa-veneziana-gli-uomini-capitali-il_(Storia-di-Venezia)/
https://deeppoliticsforum.com/forums/showthread.php?11687-Michael-Ledeen
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://archivio.antimafiaduemila.com/notizie-20072011/33-terzomillennio/2516-cinque-anni-fa-la-guerra-in-iraq-da-una-bugia-mediatica-nasceva-un-conflitto.html
– http://www.movisol.org/Ledeen.htm
http://rightweb.irc-online.org/profile/Ledeen_Michael
http://www.movisol.org/ulse315.htm
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=main
http://www.senato.it/documenti/repository/leggi_e_documenti/raccoltenormative/30 – stragi/Leg. XIII/resoconti/38.pdf
http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1236.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/10/23/organizzarono-il-billygate.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/07/31/lo-storico-ledeen-si-tenga-lontano-dall.html
http://www.controappuntoblog.org/2012/05/27/il-grande-faccendiere-francesco-pazienza-e-i-4-amici-al-bar/
http://www.larouchepub.com/eiw/public/1984/eirv11n31-19840814/eirv11n31-19840814_049-report_from_italy.pdf
http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1998/11/14/Cultura/STORICI-MICHAEL-LEDEEN-DE-FELICE-HA-SPEZZATO-EGEMONIA-PCI_150200.php
Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere – Di Gianni Flamini
http://revolutionaryflowerpot.blogspot.it/2009/06/mir-hossein-mousavis-irancontra.html
– traduzione http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26679
http://www.rightwingwatch.org/content/american-enterprise-institute
http://www.terrasantalibera.org/TFP-kelebek.htm
http://thinkprogress.org/security/2011/07/19/271431/fdd-donors/
 http://www.salon.com/2013/08/05/home_depot_founder’s_quiet_10_million_right_wing_investment/
http://www.movisol.org/12news193.htm

La nostra storia – 30 giugno 1960 (3) “I Ribelli” film documentario

Questo film fu prodotto per il cinquantesimo dai fatti del giugno-luglio 1960 e fu trasmesso dalla Rai.
Dopo alcuni mesi però sparì dagli archivi RAI e i link che facevano riferimento a questo documentario rimasero muti.
Qualche volonteroso frammentandolo in quattro spezzoni lo ha caricato su youtube e ci consente oggi (sino a che durerà) di poterlo rivedere ed avere quindi un’immagine più completa sui fatti del giugno-luglio 1960 nel contesto italiano.

I RIBELLI – di Mimmo Calopresti

Genialità e mercificazione dell’arte

Attitudine e situazione. Può un’opera d’arte esimersi da questa fortuita congiunzione?

Le doti naturali di un individuo non sono l’unica prerogativa dell’artista. Esse devono anche trovarsi in una posizione favorevole, che può assumere connotati sia di carattere sociale che territoriale, inteso proprio come posizione geografica all’interno del pianeta Terra.
Al giorno d’oggi per esempio non è più sufficiente avere capacità artistiche pari a quelle dei grandi maestri del rinascimento. Anzi è assai probabile che un artista dall’eccelsa mano sia completamente ignorato per prediligere e individuare genialità in una tela macchiata di colore, un’istallazione o un mero oggetto d’uso comune. Quindi la genialità è altamente influenzata dal periodo storico in cui essa si manifesta. Deve interpretare il presente e sorpassarlo con i mezzi che esso gli offre. Sarebbe stato impossibile per un uomo del medioevo costruire una navicella spaziale ma allo stesso tempo quell’uomo non avrebbe saputo cosa farsene di un tale strumento. Pertanto, immaginando in assurdo la possibilità che un nostro antenato medioevale potesse arrivare a tanto, sarebbe stato dai suoi contemporanei deriso o considerato pazzo, tutto tranne che geniale. Ecco perché poi spesso la pazzia viene associata alla genialità. In realtà a tutti quelli che circondano il genio mancano gli strumenti adatti per comprenderlo. Accade infatti molto di frequente che un personaggio venga considerato geniale anche molti anni dopo la sua morte e cioè quando si è raggiunta la capacità di capirlo.
Per raggiungere vette di genialità comunque ci dobbiamo trovare in una condizione estranea al nostro libero arbitrio, un’esperienza quindi che ci troviamo a fare senza volerlo; può avvenire attraverso un percorso di studio e di ricerca, oppure no.
Ma il vero genio si rende conto di ciò che gli sta succedendo? Il vero genio non riesce ad essere cosciente di aver superato un limite; per lui è qualcosa di normale, un colpo di fulmine forse ma sempre contestualizzato alla propria esperienza, al proprio pensiero o alla propria attitudine o tutto questo insieme.
Probabilmente non siamo venuti a conoscenza di tutti i geni che hanno attraversato la nostra storia, e oltre ai geni includerei personalità artistiche di spicco, confinati nell’anonimato, dimenticati o più semplicemente ignorati.
Al di là di questo ovvio assunto vi è però tutta una serie di genialità osannata e mistificata allo scopo di persuaderci a leggere la realtà in modo arbitrario. Uno degli esempi più conosciuti è il caso della teoria tolemaica contro quella copernicana, quest’ultima non tollerata dalla chiesa perché in contrasto con le sacre scritture. Se questo era vero in passato ancor di più lo è al giorno d’oggi.
Restringiamo il campo alle arti figurative. Non ci è dato escludere l’esistenza di genialità incomprese che forse un domani sapremo riconoscere.
Il mondo dell’arte – inteso come l’insieme di artisti, teorici, critici e curatori, regole istituzionali, riviste e pubblicazioni, spazi di produzione culturale (i musei) – non può essere valutato senza riflettere anche sulle logiche del capitalismo avanzato. Il potere totalizzante del sistema economico-politico-ideologico del giorno d’oggi mercifica ogni espressione d’arte; tanto più bravo è un artista quanto più riesce a vendersi a caro prezzo.

“L’arte degli affari sta un gradino al di sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama “arte” o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi diedi all’arte degli affari. Dicevano: i soldi sono un male – lavorare è male. E invece fare soldi è arte, e gli affari ben fatti sono la migliore espressione d’arte. […] Era sufficiente per me il fatto che l’arte fosse stata incanalata nel commercio, fuori dal chiuso di certi ambienti, dentro il mondo della realtà.” (Andy Warhol)

Oggi il mecenate dell’arte è il mercato, cioè il denaro. La finanza decreta l’artista e il valore del suo manufatto che vengono scambiati, come qualsiasi altro strumento finanziario, nelle piazze d’affari internazionali.

“Le opere d’arte, che rappresentano il punto più alto della produzione spirituale, incontreranno il favore della società borghese soltanto se saranno considerate capaci di generare direttamente ricchezza materiale.” Karl Marx

Il vero genio oggi è colui che sa o ha le possibilità di vendersi meglio sul mercato. Un enunciato duro da digerire soprattutto per l’artista puro, cioè colui che fa arte per naturale inclinazione e che del mercato, del denaro e della finanza ha una visione così astratta da far sembrare un Mondrian un vero iper-realista.
Vero è che questo è il riflesso di tutta la nostra società. La mercificazione investe ogni settore della nostra vita. E non è un fatto recente; parte già nell’ottocento ma in questo nostro periodo storico rasenta punte di autentica follia. Le avanguardie artistiche del novecento con i loro atteggiamenti di sfida e di provocazione, con lo sberleffo e la polemica vollero contestare il pubblico, la mercificazione della propria arte, prendendolo di mira perché ancora legato al gusto della tradizione e dunque “arretrato”, espressione della borghesia gretta e affarista del periodo. Ovviamente non sfugge agli autori di avanguardia più consapevoli il carattere ambiguo e impotente della propria rivolta: poiché anch’essi producono opere d’arte, queste saranno fatalmente destinate a essere vendute e neutralizzate dal mercato e dal museo. Pensiamo alla famosa “Merda d’artista” di Piero Manzoni; il mercato dell’arte contemporanea è stato pronto ad accettare letteralmente degli escrementi, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità.

Il corso dell’arte oggi mi preoccupa molto; la sua mercificazione sta diventando sempre più espressione di potere e gerarchia sociale all’interno di meccanismi di controllo dei cervelli e dei corpi degli essere umani. L’estetica si pone oggi come nuova frontiera di manipolazione della comunicazione e della vita e se gli artisti non sapranno sciogliersi da questi meccanismi sarà la fine non solo dell’arte ma della dignità di ogni essere umano.

Paola Mangano

Mauro Nicora - Ultima cena - Anno 2013 - Acrilico su tavola cm. 120x90

Mauro Nicora – Ultima cena – Anno 2013 – Acrilico su tavola cm. 120×90

 

 

UNISCITI A NOI: OMOLOGAZIONE E MANIPOLAZIONE NEL CINEMA

UNISCITI A NOI A4

MERCOLEDI’ 28 MAGGIO ORE 21.00
Circolo ARCI RANDAL, Via Latiro 21 Sestri Levante (GE)

UNISCITI A NOI: OMOLOGAZIONE E MANIPOLAZIONE NEL CINEMA

CONFERENZA A CURA DI DANIELE CLEMENTI
Presidente UICC – Unione Italiana Circoli Cinema.

Si chiama “Unisciti a noi: Omologazione e manipolazione nel Cinema” la conferenza che Daniele Clementi, Presidente della UICC – Unione Italiana Circoli Cinema presenterà presso il Circolo ARCI RANDAL in via Latiro 21 a Sestri Levante (GE) in collaborazione con la R@P (Rete di Acquisto popolare del Tigullio), il Circolo del Cinema Dodes’ka-den, l’Unione Italiana Circoli Cinema ed il Circolo Arci Randal. La conferenza fa parte del ciclo “ATLANTE CINEMATOGRAFICO: Cinema, cultura e società fra patrimonio storico e costruzione del futuro politico” che prosegue ormai nel Tigullio da tre anni grazie allo sforzo del GAP Tigullio (Gruppo di Acquisto Popolare)

Il concetto antropologico di omologazione sociale si è sviluppato nel corso del tempo attraverso la moda, il costume e la società, più l’industrializzazione ha omologato i prodotti di consumo che circondano la nostra esistenza e più tale trasformazione ha cominciato ad applicarsi alle persone, il cinema nel corso degli ultimi cinquant’anni ha cercato di capire e sviluppare tale concetto generando spesso opere di altissima qualità sociale ed artistica.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: