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Camilla Ravera racconta – 8 marzo – Giornata Internazionale della Donna – Perché non è una festa

La tradizione popolare racconta che l’8 marzo 1908 Mr. Johnson , proprietario dell’industria “Cotton” chiude a chiave all’interno della sua azienda le lavoratrici impegnate in una rivendicazione sindacale e che un incendio farà perire, arse vive, 129 lavoratrici. Ricerche negli archivi di quel tempo non avvalorano questa storia. Alcuni anni dopo, il 25 marzo 1911, alla Triangle Shirtwaist Company, situata nel cuore di Manhattan, che produce abbigliamento, un incendio causa la morte di 146 operai della Triangle, in gran parte giovani donne immigrate di origini italiane ed ebree, prevalentemente di età compresa fra i 13 e i 22 anni. In diversi paesi, ci furono in quegli anni iniziative che cercavano di mettere al centro la questione femminile ma in date diverse dall’8 marzo a secondo dei paesi e dai gruppi organizzati femminili. L’8 marzo 1917 a San Pietroburgo una grande manifestazione di donne chiedeva con forza la fine della guerra. Quella manifestazione e successive determineranno il crollo del regime zarista. Per questo motivo, il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, su proposta di Rosa Luxemburg fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia», trasformata in:“La Giornata Internazionale della Donna.”

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(Tratto da “Camilla Ravera racconta la sua vita” di Rita Palombo – Rusconi editore)
…Nel 1898 andammo a Valenza. Papà veniva continuamente trasferito, specie dove era necessario istituire nuovi uffici del Ministero delle Finanze. In quegli anni lo Stato neonato si estendeva per dare vita alle strutture periferiche (….……..) Così come ad Acqui, a Valenza assistetti ad un fatto che mi rimase scolpito nella memoria. Per molto tempo appartenne ai ricordi della mia infanzia. Ma dopo, quando la mia scelta politica fu compiuta, ciò che successe quel giorno divenne un riferimento storico della mia battaglia per 1’emancipazione e la liberazione della donna.
Non ricordo più quanti anni avessi, forse frequentavo la seconda elementare, quindi sette o otto.
Mi piaceva andare a scuola, perché ero contenta di stare con gli altri bambini.
La mamma mi accompagnava ogni mattina e spesso si spazientiva perché mi fermavo ad osservare qualsiasi cosa colpisse l’attenzione. Eravamo arrivati da poche settimane in quella cittadina e avevo ancora molte cose da scoprire.
Mentre chiacchieravo con la mamma, sentii all’improvviso delle voci alterate, arrabbiate e subito dopo, da un angolo, vidi comparire tantIssime donne che avanzavano verso di noi. Ebbi paura. Strinsi la mano di mia madre e lei mi obbligò a fermarmi.
Era un corteo di lavoratrici. Prima ancora che chiedessi chi fossero e perché urlassero in quel modo la mamma, accortasi dello spavento che provavo, mi disse che erano le pulitrici dell’oro che protestavano, guidate da un uomo, un socialista che si chiamava Filippo Turati, perché con la loro paga, guadagnata lavorando dodici ore al giorno, non riuscivano a comprarsi nemmeno il pane. Mi invitò poi ad osservare le loro mani. Io le guardai: erano completamente rose dall’ acido che serviva a pulire l’oro. Erano scalze, malvestite e smunte.Chiesi dove andassero e perché quell’uomo le guidasse.
Lei rispose che forse erano dirette alla Lega delle lavoratrici e che Turati, anche se non era povero, era alla testa del corteo perché era un socialista. E per questo era ammirevole.
Poco dopo scomparvero in una via e mia madre mi spiegò che non bisognava aver paura dei lavoratori che probabilmente avrei visto altre volte camminare urlando per strada.
In quel modo la mamma mi insegnò ad amare i deboli e innanzi tutto a rispettarli. Allora mi chiesi: “Chi ha soldi non potrebbe darli a chi non li ha?”. Questa domanda mi frullò nella testa per giorni e giorni. Anch’io, pensavo, potevo far qualcosa per coloro che soffrivano. 
Inutile sottolineare l’importanza che quelle lavoratrici ebbero nella formazione politica di Camilla, che si tranquillizzò sulla sorte di quelle donne solo quando la mamma le disse:
«Le ripulitrici dell’ oro hanno ottenuto 1’aumento del salario.
Ora lavorano e sono contente».
Dopo un anno, nel 1899, i Ravera si trasferirono a Casale Monferrato. Lì Camilla assistette ad un altro episodio che influì molto sulle sue scelte politiche.
Andavamo spesso ai giardini pubblici, di fronte ai quali si stava costruendo un palazzo.
Io osservavo con interesse quel lavoro. Un giorno, oltre ai muratori, notai delle donne che trasportavano calce ed attrezzi pesanti sulle spalle e si arrampicavano su precarie scale di legno.
Mi fu spiegato che erano le mogli di quei muratori, che aiutavano i mariti a guadagnare quel tanto in più che rendeva sufficiente il salario per portare avanti la famiglia.
Fu allora che nacque in me coscientemente l’interesse per la condizione della donna lavoratrice, per i suoi problemi e per la lotta per l’emancipazione femminile.
Camilla intanto aveva terminato le scuole elementari e poi quelle complementari. Per continuare gli studi fu costretta a frequentare !’Istituto Magistrale, perché a Casale Monferrato c’era solo un ginnasio maschile in un collegio privato.
Quella scuola era nata grazie alle battaglie di alcune insegnanti, quasi tutte giovanissime, che prima avevano dato vita all’istituto privato, poi, con il tempo, grazie anche, se non soprattutto, all’ ottimo insegnamento che impartivano, apprezzato da studentesse e genitori, ottennero la convenzione a trasformarlo in una scuola parificata e successivamente da parificata a statale.
Erano quelli gli anni in cui si cominciava anche in Italia a parlare di emancipazione femminile. E furono belli.

Camilla Ravera

Nata ad Acqui Terme (Alessandria) il 18 giugno 1889, deceduta a Roma il 14 aprile 1988, insegnante.
È stata la prima delle due donne italiane sinora nominate senatore a vita (la seconda è Rita Levi Montalcini). Quando, il 26 gennaio 1982, fece il suo primo ingresso a Palazzo Madama, i senatori, riuniti in assemblea plenaria, l’accolsero tutti in piedi. Aveva 96 anni quando fu ancora chiamata a presiedere l’Assemblea. Un altro suo record: è stato il primo caso, nella storia dei movimenti politici del mondo, di una donna nominata (era il 1927), segretaria del suo partito. Era il Partito Comunista d’Italia (del quale era stata uno dei fondatori nel 1921 e nel quale aveva subito assunto la guida dell’organizzazione femminile, fondando anche il periodico La compagna). Camilla Ravera resse la segreteria del PCdI sino al 1930 quando, rientrata clandestinamente in Italia dalla Francia, fu arrestata e condannata a quindici anni e mezzo, trascorsi tra carcere e confino sino alla caduta del fascismo. Con Umberto Terracini, fu l’ultima dei confinati a lasciare Ventotene (“una ciabatta in mare”, come ebbe a descrivere l’isola). Lì ebbe a conoscere Alessandro Pertini (che l’avrebbe poi scelta, quarantaquattro anni dopo, per il laticlavio) e lì, con Terracini, fu espulsa dal suo partito per aver condannato il patto Ribbentrop-Molotov. 
Riacquistata la libertà, Camilla Ravera riuscì a raggiungere dopo molte peripezie i suoi famigliari, che erano sfollati a San Secondo di Pinerolo. Dopo l’8 settembre 1943, sapendo di essere di nuovo ricercata, la Ravera riparò in un casolare sulle colline, che diventò presto luogo di incontri politici clandestini. Dovette abbandonarlo quando i fascisti cominciarono a dare alle fiamme tutti i casolari della zona. Rientrata a Torino dopo la Liberazione, Camilla Ravera, riammessa nel PCI, divenne consigliere comunale. Nel 1947, con Ada Gobetti, del Partito d’Azione, fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane. Nel 1948 fu eletta deputato per il PCI. Aveva intanto ripreso le battaglie di sempre, cominciate idealmente quando lei, di famiglia borghese, aveva assistito, ancora bambina, ad uno sciopero di operaie a Valenza. Soprattutto si è impegnata nelle battaglie per la pace. Camilla Ravera ha lasciato molte pubblicazioni. Al suo libro Diario di trent’anniè andato, nel 1973, il “Premio Prato”. Nel 1978 la sua Breve storia del movimento femminile in Italia ha avuto il “Premio Viareggio”. Nel 1979 gli Editori Riuniti hanno raccolto in volume le Lettere al Partito e alla famiglia.Nel 1992 la Fondazione Istituto Gramsci ha acquisito l’Archivio Storico delle donne “Camilla Ravera”, costituito nel 1987 dalla Commissione femminile del PCI. Alla Ravera sono intitolate, tra l’altro, strade a Roma e in Toscana, la Federazione di Torino dei DS, Società cooperative, alcuni circoli del PRC.

Fonte Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

 

 

 

 

 

 

Ventimiglia, resistere nel 2015

A Ventimiglia, al confine con la Francia, è accaduto e sta accadendo qualcosa di insopportabile, per la coscienza e per la politica. L’immagine che pubblichiamo si riferisce ai momenti, carichi di tensione, in cui le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare i profughi.  Mentre prepariamo il prossimo Corriere delle Migrazioni, che in larghissima parte sarà dedicato ai profughi e alla morte del diritto d’asilo in Europa, vi proponiamo la testimonianza di Alessandra Ballerini, l’avvocata-attivista che scrive spesso per noi. Alessandra era a Ventimiglia.

«Manca all’appello ancora l’ultimo treno, quello delle 23, e i profughi in stazione a Ventimiglia sono già almeno 400. Sudanesi, etiopi, eritrei, ghanesi, profughi del Togo, del Mali e della Guinea, tutti approdati sulle nostre coste nei giorni scorsi. La nostra piccola Africa ligure.
Tra loro, numerose donne anche giovanissime, stremate, stese per terra con occhi e corpi quasi inermi. Bellissime, nonostante tutto. Le osservi e ti domandi quanto sarà costata loro, nelle notti di prigionia in Libia, la loro bellezza acerba e indifesa, la loro solitudine, la loro determinata fragilità.
Vagano nella piazza antistante la stazione anche tantissimi ragazzini, “minori stranieri non accompagnati”, come vengono definiti col linguaggio tecnico dei giuristi. E anche dei bimbi piccoli. Nessuna traccia dei venti minori afghani che lunedì scorso erano comparsi in stazione.
Mi avvicino all’uniforme che, tra le tante presenti, annoiate e distratte, mi sembra più affabile e attenta. Gli chiedo informazioni sulla situazione. Lui è gentile e preparato. Esclude che i colleghi francesi abbiano notificato qualsiasi sorta di atto ai profughi respinti di fatto molto più che di diritto, alla frontiera di Mentone. Non crede comunque che lagendarmerie abbia usato la forza contro i migranti, basta la minaccia esplicita del loro schieramento lungo la strada. Un confine di uomini, anzi di divise.
Mentre parla s’indigna. «Queste sono persone che chiedono asilo – mi dice mentre una bimba eritrea di neppure due anni gli gira intorno – e non clandestini, come vengono chiamati dai giornalisti».
Io sgrano gli occhi, sorpresa nei miei pregiudizi da un’analisi così precisa e, visti i tempi, affatto banale. Lui si accorge del mio stupore e immediatamente aggiunge: «io porto questa divisa per difendere la democrazia nel mio paese, per tutelare lo stato di diritto. Un po’ come lei che fa l’attivista». Io veramente mi ero presentata come avvocata consulente di diverse associazioni umanitarie, ma lui da bravo “sbirro”, mi ha subito calato la maschera.
Mi siedo. Sull’aiuola, insieme ai migranti. Scambiamo con loro pochissime parole. Sono troppo stanchi, non voglio sottoporli anche al mio, seppure benevolo, interrogatorio, che si sommerebbe a quelli più implacabili dei tantissimi giornalisti presenti e armati di microfoni e telecamere.

Serena, l’operatrice della Caritas, si siede accanto a me e mi presenta alcuni richienti asilo conosciuti nei giorni precedenti. Mi mostrano i segni della scabbia. All’inizio fa come una S bianca sul polso, mi spiegano, e ripenso immediatamente a una frase geniale scritta su fb come risposta dissacrante contro gli idioti allarmisti che urlano all’untore: “ho scritto t’amo sulla scabbia”.
E poi prude tra le dita, mi raccontano. Nulla di terribile o inguaribile. Basta una pillola o una pomata e passa in tre giorni.
Si potesse fare lo stesso con la scabbia ben peggiore e decisamente più contagiosa e resistente del razzismo!

Mi sposto lungo la linea di passaggio con la Francia per capire, ancora una volta, come i diritti si possano sospendere con il semplice uso della forza.
Il “confine” è presidiato dalla gendarmerie. I respingimenti sono sommari, collettivi e informali. Pare non vengano notificati atti nè fornite spiegazioni o tantomeno ascoltate istanze. Agli agenti francesi basta agitare il manganello e il respingimento è fatto. E non risparmia nessuno neppure donne incinte o minori. La croix rouge sta al di qua del confine, in suolo italico, come a dire che soccorsi in Francia non se ne danno perchè in Francia è di fatto vietato ai profughi posare il piede. E cosi una parte di loro si assiepa sugli scogli e aspetta. Che le cose cambino, che le guardie si distraggano. che i diritti vengano ristabiliti. Ma non succede. Da giorni non succede nulla.
E cosi i profughi fanno avanti e indietro tra la stazione e gli scogli/confine. Sei chilometri all’andata e sei al ritorno. A volte, come in queste ore domenicali, sotto l’acqua, spesso sotto il sole cocente. Di sera si torna in stazione a prendere il pasto distribuito dai volontari della caritas e dalla crocerossa e poi a dormire dentro la stazione o sul piazzale antistante.

A Ventimiglia infatti non è stato ancora allestito alcun rifugio sicuro, da poco sono state montate delle docce e ai pasti pensano i volontari. Nessuno pensa alla salute e neppure chiamando il 118 si è ottenuto l’intervento di personale sanitario. Domenica le autorità avrebbero dovuto decidere quale immobile destinare a rifugio di queste persone esposte, oggi, pure alle scorribande di xenofobi francesi e nostrani e a fragorosi acquazzoni, ma ancora non sembra essersi trovata un soluzione neppure provvisoria.
La stazione intanto è presidiata da un’indifferente polizia italiana e nessuno viene identificato nè condotto in commissariato per l’identificazione.
Chi offre loro ascolto, vestiti ,medicine e cibo non ha bisogno di prendere le impronte per sapere chi sono, a loro basta guardarli negli occhi.
E quegli occhi ogni ora che passa si moltiplicano: lunedi sera i profughi sono circa 600 e tra loro sempre più minori e almeno venti tra neonati e bambini piccoli; intanto fortunatamente in stazione hanno aumentato gli spazi a disposizione dei profughi.
I giornali più gentili li chiamano transitanti: in realtà non transitano, non vagano, non invadono e non contagiano, semplicemente si ostinano, seppure sempre più stanchi, a esistere e a resistere, nonostante le nostre procedure ottuse e ingiuste, come il regolamento Dublino, o crudeli e fallaci, come la mancata previsione dei canali umanitari, nonostante i nostri confini e le nostre paure (prima tra tutte quella di dover scoprire che a vivere in un paese in pace non c’è alcun diritto ma solo immeritata fortuna).
Non transitano, semmai vengono loro malgrado allontanti, trasferiti, respinti.
Come succede anche oggi, che è già martedi, con la nostra polizia che decide inopinatamente di trascinare a forza un gruppo di profughi presenti al confine, verso la stazione. Un’operazione violenta nella sua assoluta insensatezza e umiliante per chi la subisce come per chi la esegue.
In stazione intanto gli instancabili volontari tornano a distribuire cibo e consigli anche ai nuovi giunti tra i quali una dozzina di giovanissimi afghani.
Respinti ma decisamente non vinti.
Ecco si, sono giorni che cerco la parola esatta per descriverli, questi giovani esuli, scacciati da tutti, esclusi dai diritti che pure si dicono inviolabili e universali, esausti di fughe, soprusi e umiliazioni, li guardi negli occhi e la parola che sale alle labbra, è invincibili, come gli eroi.

Alessandra Ballerini

fonte:http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/06/16/ventimiglia-resistere-nel-2015/

LA VERGOGNOSA LEZIONE DI SCHETTINO E I VERI EROI CHE SANNO STARE A GALLA

di Alessandra Ballerini

migrantiPERCHÉ non l’hanno chiesto al dott. Jammo, il medico siriano che ha visto il mare inghiottire due dei suoi figli nel naufragio del 11 ottobre scorso in cui hanno perso la vita 268 persone in fuga dalla guerra, come ha saputo controllarsi nelle ore passate sul natante che imbarcava acqua a richiedere, con continue telefonate satellitari, disperatamente ma invano soccorsi arrivati solo sei ore più tardi?

Oppure avrebbero potuto consultare Sameh e gli altri prigionieri rinchiusi nei Cie (centri identificazione ed espulsione) che sfidando, oltre al naturale spirito di autoconservazione, orrore e paura, hanno impugnato ago e filo e si sono trapassati le labbra fino a cucirsele. Estremo atto di disperata protesta dei reclusi che implica la rinuncia alla parola e alla nutrizione e quindi alla vita.

O, ancora, si poteva interrogare uno a caso degli oltre 6000 minori stranieri non accompagnati, ovvero piccoli completamente soli, arrivati sulle nostre coste vivi, ma non illesi, in questi primi otto mesi dell’anno. E chiedergli cosa si prova a essere rinchiusi sottoterra dalle bande criminali libiche, torturati e violentati nell’attesa che qualcuno paghi il «riscatto», caricati in centinaia su una barca marcia, incastrati gli uni negli altri fino a quando si spezzano le ossa, senza mangiare, né bere, né dormire per giorni e notti, guardando impotenti morire compagni di sventura e combattere con onde, scafisti, buio e sete.

O, senza andare lontani, si poteva domandare ad una delle tante donne che si rivolgono ai nostri centri antiviolenza, di spiegare pubblicamente come riescono a gestire terrore, delusione e rabbia quando il padre dei loro figli le afferra alla gola, le percuote con calci il ventre, taglia pelle e capelli con coltelli da cucina, pesta occhi e labbra con furia incontenibile, pretendendo di essere chiamato padrone.

O magari, per non turbare la sensibilità dei più impressionabili, si poteva semplicemente intervistare uno qualsiasi tra le decine di migliaia di licenziati, esodati, cassintegrati, precari a tempo indeterminato. Loro hanno imparato a loro spese come gestire l’ansia di non riuscire a farcela. Di non stare più a galla, se non su zattere precarie offerte dalla Caritas e da altri volontari.

Riescono, molti ma non tutti, a non impazzire di paura, a controllare il panico da fallimento, a non annegare definitivamente sotto il peso di cartelle esattoriali, debiti non onorati e promesse offerte in tempi migliori agli affetti più cari e oggi impossibili da mantenere, solo conservando incredibilmente intatto lo spirito di sopravvivenza e riscoprendo a beneficio di sé e dei propri congiunti una straordinaria quanto eroica resilienza.

O forse, per farla ancora più semplice, si poteva chiedere a una delle nostre divise ancora «sana» o anche a medici, infermieri, assistenti sociali, giudici o insegnanti e persino ad avvocati, come riescono a tenere in equilibrio il brivido di onnipotenza che deriva naturalmente dall’avere un’esistenza ed il potere di salvarla o anche solo modificarla tra le mani e la paura di non esserne all’altezza, o l’ansia, il dubbio e la rabbia di non avere strumenti o possibilità per compiere il salvataggio o anche solo offrire il supporto necessario e doveroso.

Ecco, leggo, come tutti, la notizia della lezione universitaria tenuta alla Sapienza da Schettino (indagato per la morte di 32 passeggeri della Costa Concordia) sul tema della «gestione del panico » e, dopo la doverosa dose di indignazione, mi domando: ma non potevano chiedere a uno qualsiasi di questi eroi del quotidiano di spiegare agli studenti romani cosa vuol dire stare a galla, nonostante tutto? Se quella vergognosa lezione fosse una scena di un remake del film «L’aereo più pazzo del mondo », apparirebbe di certo alla fine della schettiniana spiegazione, la liberatoria scritta»ok panico ».

Fonte Repubblica.it

Potevano chiedere ai migranti come si riesce a non morire Licenziati ed esodati potrebbero spiegare la gestione dell’ansia

Monster Food: Il cibo cattivo nel Cinema

MONSTER FOOD
MERCOLEDI’ 23 APRILE ORE 21.00
Circolo ARCI RANDAL, Via Latiro 21 Sestri Levante (GE)

MONSTER FOOD: IL CIBO CATTIVO NEL CINEMA

CONFERENZA A CURA DI DANIELE CLEMENTI
Presidente UICC – Unione Italiana Circoli Cinema.

Si chiama “Monster Food: Il cibo cattivo nel Cinema” la conferenza che Daniele Clementi, Presidente della UICC – Unione Italiana Circoli Cinema presenterà il 23 aprile presso il Circolo ARCI RANDAL in via Latiro 21 a Sestri Levante (GE) in collaborazione con la R@P (Rete di Acquisto popolare del Tigullio), il Circolo del Cinema Dodes’ka-den, l’Unione Italiana Circoli Cinema ed il Circolo Arci Randal. La conferenza fa parte del ciclo “ATLANTE CINEMATOGRAFICO: Cinema, cultura e società fra patrimonio storico e costruzione del futuro politico” che prosegue ormai nel Tigullio da tre anni grazie allo sforzo del GAP Tigullio (Gruppo di Acquisto Popolare)

Il nostro rapporto con il cibo dagli anni 60 in poi è radicalmente cambiato, le nuove regole del marketing, l’industrializzazione e la più recente globalizzazione hanno trasformato il modo con cui i consumatori percepiscono e desiderano il cibo. La conferenza racconterà tali trasformazioni attraverso segmenti di classici del cinema ed opere contemporanee con alcune sorprese inedite nei cinema italiani. Il percorso si snoderà fra fast food, prodotti ogm, effetti collaterali del marketing e dell’alimentazione spazzatura dei giorni nostri alla ricerca di un nuovo e più armonioso rapporto con il cibo e la nostra terra

“Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni. Un vincitore.”

8…sono passati tre anni dal pomeriggio del 14 aprile 2011 quando fece irruzione nelle nostre menti e nei nostri cuori la notizia del rapimento di Vittorio Arrigoni.
A tre anni di distanza però quel sentimento di smarrimento e di incredulità rimane invariato, come se fosse oggi che ci viene portato via un compagno, un riferimento, un amico.
Quelle ore passate davanti al pc facendo rimbalzare ogni barlume di notizia che riguardasse Vittorio. Una telefonata a Luisa Morgantini in partenza in quelle ore per la Palestina, l’appello del mondo dell’associazionismo e i singoli. Una mail che purtroppo è andata perduta di Haidi Gaggio Giuliani  in cui manifestava la sua preoccupazione con una sinteticità e profondità che solo una “madre”può esternare.
Il tutto continuando a pestare i tasti nella consapevolezza che in quel momento l’unica cosa che aveva senso era sollevare  da ogni parte del mondo un urlo che voleva nuovamente Vittorio libero.
Intorno alle due di notte infine la notizia che non avremmo mai voluto ricevere…. “Lo hanno ucciso”.
Dopo……le lacrime, e ti accorgi che non è cambiato niente da quella notte perché quelle si ripresentano anche oggi.
Vittorio, ci manchi
Loris

 

da una mail di quella notte oggetto “lo hanno ucciso” alle 02.48

Luisa Morgantini Scrive:
che la terra ti sia lieve Vittorio.
E’ un baratro ma continuiamo
Luisa Morgantini

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risponde Patrizia Sentinelli:
E’ una cosa terribile! Ancora un morto sulla strada della pace. E’ un colpo per il popolo palestinese e per tutti coloro che si battono per la libertà e i diritti. Sento il peso della morte ingiusta, inumana. ma tutti insieme dobbiamo continuare a lottare.Stringiamoci nel cordoglio e nella denuncia dell’orrore.
Patrizia Sentinelli

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E’ stato scritto 14 aprile Appello alla liberazione
e il giorno 15 aprile  Vittorio Arrigoni…e ti ricordo così

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A Carlo, a proposito di Carlo

Un post su facebook sugli “zingari mi ha sollecitato il ricordo per un post dedicato a Carlo Cuomo sul blog http://a-sinistra.blogspot.it/
Nel maggio 2009 Haidi Gaggio Giuliani nel visitare quel mio blog rimase colpita da un link permanente riportato: “Carlo Cuomo una brava persona” perchè pure lei aveva conosciuto Carlo. Ci fu un rapido scambio di mail e mi inviò questo scritto fatto precedentemente per la FIOM di Sesto San Giovanni che io pubblicai con molto piacere.

A Carlo, a proposito di Carlo

di Haidi Gaggio Giuliani

Non vi siete mai conosciuti, e chissà se ti ho parlato di lui. Eppure lui è entrato nella tua vita prima ancora che tu venissi al mondo, con la scelta del nome. Un nome breve, per non complicarti le relazioni sociali, senza riferimenti a nonni o antenati, per non suscitare gelosie familiari. Anche in un nome di cinque lettere, tuttavia, si possono racchiudere affetti e speranze, l’esempio di una vita, la ricchezza umana di una persona vera, di un vero compagno.

L’avevo conosciuto negli anni della mia giovinezza, agli incontri di partito, ai dibattiti, alle feste de l’Unità: lui era più grande di me, per età, intelligenza, cultura, esperienza; ci univa una visione più di ‘sinistra’, rispetto al Pci milanese, l’avere radici in terre lontane, l’essere ‘cittadini del mondo’; ci univano i canti della Resistenza e del lavoro, le canzoni dialettali italiane o quelle francesi, latinoamericane, greche…

Soprattutto ci univano la comune convinzione che la battaglia più importante da giocare fosse quella per una scuola pubblica rinnovata, efficiente, aperta ai problemi e alla vita della società; una scuola capace di ‘formare’ i propri alunni, più che ‘informarli’ in modo sterile e nozionistico, e di aprire un dialogo educativo e costruttivo con le famiglie.

In quegli anni lui lavorava attivamente – come era sua abitudine – nella commissione scuola in Federazione; io preparavo, ricca solo di entusiasmo, progetti di elementari a tempo pieno in un quartiere dormitorio che prevedeva doppi o tripli turni senza mensa per i figli degli operai immigrati.

Lo tenevo per ore davanti a un bicchiere disegnando nell’aria fumosa di una cantina, sezione di partito o trattoria che fosse, libere classi di bambine e bambini felici di giocare, manipolare, sperimentare; felici di sviluppare la loro innata curiosità; liberi dalla frustrazione del fallimento, dalla sfiducia in se stessi che spegne ogni entusiasmo; felici di imparare.

Lui cercava di trascinarmi a convegni dove, improvvisamente muta, io non riuscivo a superare la mia timidezza. Ci sarei riuscita dopo più di trent’anni: sei stato tu a darmi il coraggio della disperazione.

Una sera mi telefona, ha bisogno di me, c’è in visita la sorella di un’esule greca: erano anni di colonnelli. La sorella, insegnante in una scuola privata, era venuta in Italia per conoscere i nuovi metodi, le nuove tecniche didattiche: insiemistica, psicomotricità; superamento del manuale e del libro di testo uguale per tutti con l’adozione alternativa; creazione delle biblioteche di classe…

Lui fa da interprete, attento, gentile, competente come al solito.

L’altra, fuggita dal carcere e dalla dittatura fascista, dovrà restare nel nostro paese ancora per qualche anno e diventerà, come tu sai bene, anche una mia sorella.

Il tempo passa, e passano i colonnelli, fortunatamente: la mia ‘famiglia greca’ riprende la strada di casa, lasciando molto vuota la mia.

Se ci siamo amati? Beh sì, naturalmente, lui ci amava tutte, ed era l’unico da cui non ci siamo mai sentite tradite, era l’unico che non ci rubava la libertà.

Diceva, quando mi lamentavo della mia scarsa statura: ‘Ora sei carina; poi diventerai una qualsiasi donnetta di mezza età; ma infine, oh, sarai una deliziosa nonnina!’. E insisteva con la voce su quel ‘deliziosa’, mentre gli spuntavano mille rughine agli angoli degli occhi che socchiudeva, ridendo.

E’ lui che mi ha fatto conoscere vostro padre, allora segretario di una sezione del partito che si trovava dall’altra parte di Milano. E’ lui che, da assessore, ci avrebbe sposati, quando Elena aveva cinque anni.

Il dopo lo conosci, lo hai sentito raccontare tante volte: sposati per otto punti, per riuscire ad avere io il trasferimento a Roma, dove Giuliano lavorava già da più di due anni; l’unica persona a prendere seriamente quella cerimonia, Elena: attenta ad ogni parola, col suo mazzolino di fiori in mano, appena l’assessore Cuomo aveva finito di parlare ‘…e il fratellino?’, mi aveva chiesto, perentoria. Glielo avevo promesso da tempo, il fratellino; ‘quando sposeremo papà’, le avevo ripetuto spesso.

Il fratellino, tu.

In seguito ho incontrato raramente Carlo Cuomo.

Ricordo un giorno: ci eravamo già trasferiti da Roma a Genova, seguendo gli incarichi sindacali di papà; ero arrivata con gli altri compagni a Milano con un treno della Cgil, non so più per quale manifestazione. Mentre siamo lì, nella solita confusione di bandiere e striscioni da srotolare, prima di formare il corteo, sento alle mie spalle una voce inconfondibile. Lo abbraccio e poi ‘…di che cosa ti occupi adesso?’ domando, indicando i giornali e i volantini nelle sue mani ‘Di quelli che non piacciono a nessuno’, risponde ‘…immigrati?…tossicodipendenti?… malati di Aids?’

Lui scuote la testa ridendo, come per dire che no, che di quelli qualcuno si occupa, mentre c’è chi è antipatico anche alle persone apparentemente più aperte… Mi arrendo, e lui mentre si allontana: ‘Zingari!’.

Già, gli zingari; tutte le volte che, in seguito, ne ho incontrato qualcuno non ho potuto fare a meno di pensare a lui; ad ogni film di Kusturica che mi è capitato di vedere, era lui che rideva, che cantava alzando il bicchiere a salutare la vita, perfettamente a suo agio tra un gatto nero e un gatto bianco come a un convegno alla Casa della cultura; in un’assemblea di quartiere come tra i libri di una biblioteca; nelle stanze di Palazzo Marino o nei labirinti della politica.

Già, la politica: raramente ho conosciuto qualcuno così profondamente partecipe e nello stesso tempo assolutamente immune da sirene e intrighi, da tutti quei giochi squallidi che hanno allontanato te e continuano ad allontanare tanti giovani come te dal valore di occuparsi della cosa pubblica, del bene della comunità: perché questo dovrebbe essere la politica.

Purtroppo lo è per pochi, sicuramente lo era per Carlo.

Un compagno vero.

Carlo Cuomo

…………………………………………………………………..
Ho avuto il privilegio di conoscere Carlo Cuomo verso la fine della prima metà degli anni 70. Parlo di privilegio perché ritengo che siano poche le persone che attraversano la nostra vita, anche se per poco tempo, e riescono a trasmettere un rigore morale e politico con la serenità che aveva Carlo Cuomo. Una casa sempre aperta a tutti, una cultura messa senza ostentazione al servizio degli altri.

Per anni ho ripensato a lui, alla sua famiglia, ai compagni milanesi come forse un periodo idealizzato dalla mia fantasia di indefesso sinistroide comunista .

Non avevo idealizzato, Haidi mi da la conferma che quello che per me è rimasto un ricordo mai sopito oggi lo traduco in un insegnamento di come la politica possa assumere spessori morali che rimangono immutati nel tempo e scrive la storia di tutti i giorni.

Grazie Carlo

Loris

Libertà per Leonard Peltier, indiano d’America, da 38 anni nelle carceri di massima sicurezza statunitensi

Un amico di Barcellona mi ha segnalato questo appello che faccio mio nella difesa dei diritti dei nativi americani
Loris
Fonte: Reset Italia

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Leonard Peltier è un nativo americano in carcere da 38 anni per difendere i diritti del suo popolo. Nasce nel 1944 e già dalla sua infanzia capisce che la vita per i nativi d’America è dura, tra miseria, razzismo, emarginazione. Cresce anche in un istituto dove conosce la prima “istituzione totale”, ma ha un buon carattere e la sua gioventù è carica di socialità, mentre impara a riparare vecchie automobili. Ma sono gli anni in cui la comunità indiana comincia ad alzare la testa e si organizza. Nasce l’AIM, American Indian Movement, di cui dopo poco Peltier entra a far parte. Nel 1973 oltre trecento indiani d’America tengono testa agli uomini del governo, che per scacciare i Lakota dal loro territorio, si erano alleati con il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi. Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, agli Stati Uniti. Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti. E’ un periodo durissimo, per due anni quella regione vede una presenza spropositata di agenti dell’FBI, e i morti tra i nativi sono almeno 60. Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’AIM perchè qualcuno vada ad aiutarli, la tensione è altissima. Arrivano 17 membri del AIM, di questi solo 6 sono uomini, tra loro c’è Leonard Peltier. Il 26 Giungo 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’FBI: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali.

E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda con centinaia di agenti e militari.
Gli Oglala Lakota si difendono, rispondono al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’FBI e un indigeno. Tutta la comunità riesce a scappare e a nascondersi, si scatena una caccia all’uomo di dimensioni impressionanti. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone. I primi due arrestati vengono processati ed assolti sulla base della legittima difesa, rimane il terzo accusato, Leonard Peltier,  il quale nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa tutta la rabbia dell’FBI, è il capo espiatorio. Viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze, tanto che successivamente il governo canadese protesterà per i modi in cui si ottenne l’estradizione. Ma oramai Leonard Peltier è nelle mani dei coloro che vogliono letteralmente vendicare i due agenti morti. Questa volta il processo viene organizzato diversamente: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo. Il processo prende ben altra piega e Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie. Dopo cinque anni, accurati esami balistici riuscono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI. A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza. Non gli è stato nemmeno permesso di presenziare ai funerali di suo padre, di sua madre, dei suoi zii. Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili. Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltier resiste e non rinnega nulla della sua lotta. A settembre Leonard compirà 70 anni.

Mentre tu stai leggendo Peltier è ancora in prigione. Fino a quando?

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”. Peltier in Italia è praticamente sconosciuto, la sua storia non riempie le pagine dei giornali. Eppure è una storia che merita attenzione, perché ci parla dell’apartheid oggi, che non si esprime più nelle forme feroci che si sono vissute in Sudafrica, ma che continua ad esistere anche nei paesi cosiddetti civili. L’apartheid non è soltanto brutale e gratuita violenza verso chi ha la pelle di diverso colore. Oggi è diventato qualcosa di più morbido e subdolo ma, proprio per questo, è estremamente pericoloso.

In passato ci sono state numerose campagne nazionali e internazionali per la sua liberazione. Si sono espressi Nelson Mandela, Desmod Tutu, il Dalai Lama, madre Teresa di Calcutta, Rigoberta Menchù, Michail Gorbaciov, ma anche musicisti come Sting, Paul Mc Cartey, Madonna. Quando Bill Clinton stava per firmare la sua liberazione, vi fu una manifestazione di 500 agenti dell’FBI. Clinton non firmò. Ora è la volta di Obama, una sua firma è la sola soluzione, diversamente Leonard Peltier potrà uscire solo oltre i 90 anni.
Per questo il 26 Marzo a Bruxelles si manifesterà in occasione della visita di Obama, e lo stesso faremo ill giorno dopo, il 27 Marzo a Roma, per chiunque volesse avere maggiori informazioni, può  scrivere a bigoni.gastone@gmail.com

Dice Leonard Peltier: “la mia colpa è essere indiano, e la tua?”

Andrea De Lotto

A Barcellona si manifesta ogni settimana davanti al consolato Usa: www.cslpbarcelona.wordpress.com

Firma le petizioni, e se puoi fai girare:
http://www.leonardpeltier.info/petition
https://secure.avaaz.org/en/petition/Freedom_for_Leonard_Peltier_Grant_Clemency_Now/

Per saperne di più:

http://www.youtube.com/watch?v=mBrb0ae3rEI#t=463

http://www.youtube.com/watch?v=2eECw5p3J8M

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