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Genova-Blitz antidroga nelle scuole: prevenzione o repressione?

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Continuano i blitz antidroga delle unità cinofile nelle scuole genovesi. Repubblica ha pubblicato un mio articolo, nel blog d’autore “sulle orme di Don Gallo”, che ho piacere di riportare su questo sito per stimolare una riflessione sul ruolo che la scuola dovrebbe avere per contrastare realmente le situazioni di disagio che affrontano gli adolescenti.

L’uso di sostanze stupefacenti e l’aumento dei comportamenti a rischio all’interno delle scuole è un argomento che merita grande attenzione e che dovrebbe portare ad un maggiore investimento di risorse nella scuola pubblica oltre che ad un ripensamento del ruolo che questa dovrebbe ricoprire per far fronte a tali disagi, considerato che ad oggi gli insegnanti devono fronteggiare situazioni sempre più a rischio con classi numerosissime, un minor numero di insegnati di sostegno e di mediatori culturali, mentre i presidi ricoprono sempre meno il ruolo di leader educativo a causa della progressiva burocratizzazione della professione e del numero elevato di istituti che si trovano a dover gestire. Ma di fronte ai blitz antidroga nelle scuole superiori di questi giorni è importante che altri pensieri e visioni in città trovino spazio e voce per dire che non deve e non può essere questo il modo per fronteggiare il tema dell’uso e abuso di sostanze stupefacenti tra gli adolescenti.

Quello che più lascia basiti infatti di fronte all’ennesima iniziativa repressiva dei militari che hanno fatto irruzione nelle scuole della nostra città, è il tentativo di far passare questa modalità di approccio al tema delle dipendenze come “azione di tipo preventivo”. Chiariamoci quindi sul termine prevenzione: prevenzione vuol dire informare i ragazzi sui rischi e gli effetti dell’uso di sostanze, ancor prima dell’età sensibile, prevedere incontri con persone uscite da percorsi di disintossicazione, offrire un reale servizio di ascolto e supporto psicologico, strutturare dialogo con le famiglie incapaci di aiutare figli che mostrano segnali di disagio, fare corsi di formazione agli insegnanti sulle nuove sostanze diffuse e sul riconoscimento dei comportamenti sintomatici e sintomi somatici.

Se questo è per me l’unico tipo di prevenzione ad avere cittadinanza, a maggior ragione in un istituto di minorenni, cosa sono allora questi blitz antidroga? Altro non sono che una spettacolarizzazione dell’inutile guerra alla droga e ai drogati in atto da anni nel nostro paese, strascico della Fini-Giovanardi, una legge illegittima che in questi anni ha causato morti, i tanti Stefano Cucchi e Aldo Bianzino, il sovraffollamento delle carceri e ha rafforzato e favorito mafie e narcotraffico. Allora chiamiamoli con il loro nome: questi sono interventi punitivi e repressivi, “una vasta operazione antidroga “, come è stato spiegato dai militari; ma se si voleva aggredire la vendita di sostanze illegali, entrare nelle scuole e beccare al massimo una manciata di ragazzini con qualche grammo, che sono l’ultimo anello della catena, è un’operazione che non va ad intaccare in nessun modo problema, ovvero il narcotraffico e le mafie locali, su cui sì che bisognerebbe intervenire con così tanta solerzia.

Gli effetti di questa operazione saranno invece due: serviranno a ghettizzare ed etichettare ancora di più i ragazzi problematici, sottoposti ad una perquisizione e inquisizione pubblica davanti ai compagni e, paradossalmente, ad incrementare il fascino del proibito. In tanti crediamo che vada invertita rotta in materia di droghe, che vada restituito alle scuole un sistema pedagogico di informazione e prevenzione (da fresca ex liceale posso dire di aver assistito sporadicamente o non aver proprio assistito a tali attività), che vada investito nell’integrazione sociosanitaria e nei servizi sociali, tutti settori sacrificati sull’altare della spending review ma che portano ad un miglioramento della qualità della vita e ad un risparmio economico esponenziale. Oggi più che mai è importante affermare che certi approcci puntivi e inquisitori non devono varcare la soglia dei portoni scolastici, ma che invece l’educazione alla vita deve entrare con convinzione all’interno delle attività curriculari ed extracurriculari.

Marianna Pederzolli

fonte: – http://ttp//sulleormedidongallo-genova.blogautore.repubblica.it/2014/03/13/quei-blitz-nelle-scuole/

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Said, undici volte Cie

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Aspetta. Aspetta è la risposta a tutte le domande. Aspetta è un invito. A volte un ordine. Aspetta è una condanna. O meglio una parte di questa condanna senza reato che sono i Cie.

Oggi, 3 marzo, a Ponte Galeria sono 72 uomini e 15 donne (tra loro anche una somala, quindi in diritto di ricevere asilo) ad aspettare. Aspettano di uscire. Di tornare alle proprie famiglie, al proprio lavoro, alla propria casa. O di essere espulsi. Aspettano notizie dall’avvocato, la decisione del giudice o della commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Aspettano di essere visitati dal medico, di essere ascoltati dal magistrato, di ricevere visite o lettere dai familiari. Said (nome di fantasia di un recluso reale come il suo sorriso e la stretta di mano), aspetta che il vento cambi e la ruota della fortuna inizi a girare senza schiacciarlo. Ha tra le mani una plico di documenti. Come tutti gli altri reclusi. Ma la sua pila di carte è più’ alta. Le raccoglie da più tempo. Quando lo incontro nei corridoi tutti lo salutano chiamandolo per nome. All’inizio penso che sia un dipendente dell’ente gestore. E’ un bel ragazzo, parla un perfetto italiano colorato da un misto di accenti del nostro sud. Ha festeggiato da poco il suo compleanno. Tra queste sbarre. Tra le sue carte ci sono diplomi e attestati. È pescatore, marinaio, bagnino. E’ loquace e ha mantenuto intatte eroicamente speranza e ironia. Ileana Piazzoni deputata di Sel che mi accompagna in questa visita, gli parla a lungo e mi dice che le ricorda qualcuno. E’ vero, Said ha un viso assolutamente familiare. Mi domando se le nostre strade si siano già incontrate in altri Cie o all’aria aperta. Said ha “accumulato” undici Cie in neanche nove anni. «Gli operatori mi dicono che all’inizio sospettavano che fossi Fabrizio Gatti in incognita, sa, il giornalista dell’Espresso che entra nei centri e poi li fa chiudere». Invece è “solo” un lavoratore tunisino che ha perso il permesso a causa di uno dei tanti tranelli burocratici della normativa sull’immigrazione, è tornato nel suo paese, ha aspettato un decreto flussi e la formale assunzione da parte del suo datore di lavoro, ha diligentemente chiesto e ottenuto il visto di ingresso dall’ambasciata italiana ed è tornato in Italia. E’ andato in questura ha lasciato nuovamente le sue impronte digitali, ha intascato la ricevuta di permesso di soggiorno. E ha iniziato ad aspettare. Ma in questura hanno stabilito che il suo visto di ingresso era falso, gli hanno ritirato la ricevuta e il passaporto e gli hanno contestato un po’ di reati. Dopo tre anni di processi e irregolarità’ forzata è stato assolto. Ma il visto (vero!) era ormai scaduto. E cosi ha continuato a lavorare, in nero, per lo più sulle barche. Ma ogni volta che ci sono controlli gli notificano decreti di espulsione e trattenimento e lo rinchiudono. Ogni volta in un Cie diverso. Il suo ultimo datore di lavoro continua a chiamarlo e lui si è’ inventato la scusa di una malattia per giustificare l’improvvisa e prolungata assenza perché non vuole dire che sta dietro le sbarre come un criminale. Ma dato che è coscienzioso ha trovato un sostituto perchè lo rimpiazzasse. Una vita, undici Cie. Leggo che nei giorni scorsi è stata approvata una mozione che impegna il sindaco e la giunta capitolina… ad esprimere formalmente al governo nella sua interezza il proprio giudizio fortemente critico nei confronti della struttura ospitata all’interno del territorio ritenendolo soprattutto un luogo sospensivo dei diritti fondamentali… ne chiede la chiusura e l’elaborazione di altre forme di accoglienza di carattere non reclusivo. Bene! I diritti fondamentali di Said oggi sono sospesi per l’undicesima volta. Sarebbe davvero l’ora di smetterla. Parliamo con gli altri trattenuti. Oggi sembra di stare in un ospedale da campo. C’è’ un signore senza un occhio, un ragazzo con la spalla rotta, il profugo libico che la settimana scorsa era quasi riuscito ad uccidersi impiccandosi ben imbottito di tranquillanti che vaga incerto e un altro giovanissimo appena trasferito dal Cie di Torino che deve essere operato per delle cisti dolorose e intime. Nessuna bocca cucita oggi. Oggi si parla e tutti chiedono quando potranno uscire. E a tutti viene risposto di aspettare. Aspettare che i diritti nel nostro bel Paese smettano di essere sospesi. Mentre scrivo il più’ affezionato dei reclusi di Ponte Galeria mi chiama quasi piangendo dalla gioia. Il gruppo di profughi sbarcati a Lampedusa a dicembre e rinchiusi nel Cie romano da oltre tre mesi è stato finalmente liberato. Gli chiedo di lui: ha ottenuto finalmente la sospensiva dal giudice. “Forse.” Non osiamo finire la frase per scaramanzia. Oggi è stata una buona giornata per chi è uscito ma non per chi è entrato e ha davanti a se 18 mesi di incubo. Lassad mi chiede di fare qualcosa per un suo amico algerino rinchiuso insieme a lui e portato via dalla moglie e da due bambini piccoli uno dei quali malato. Dico che posso solo scriverne. E allora scrivi, mi ordina. Il giorno più’ bello per me, mi confida, sarà quando il mio amico uscirà e potrà riabbracciare la sua famiglia. Confidenza per confidenza, gli svelo che il giorno più bello per me sarà quando i Cie verranno definitivamente chiusi. Intanto perché l’esperienza di Said come collaudatore di Cie non vada perduta lo nominerei subito sottosegretario al Ministero degli Interni. Oppure costringerei ministri e sottosegretari a farsi rinchiudere almeno undici volte nei Cie. Solo per capire. Perché chiunque li visiti se ancora conserva buona fede, onesta e lucida coscienza e rispetto dei diritti, non può che volerli chiudere.

Alessandra Ballerini

Da Corriere delle migrazioni. http://www.corrieredellemigrazioni.it/2014/03/10/said-il-trattenuto-esperto/

8 marzo – storia di donne

La tradizione popolare racconta che l’8 marzo 1908 Mr. Johnson , proprietario dell’industria “Cotton” chiude a chiave all’interno della sua azienda le lavoratrici impegnate in una rivendicazione sindacale e che un incendio farà perire, arse vive, 129 lavoratrici.
Ricerche negli archivi di quel tempo non avvalorano questa storia.
Alcuni anni dopo, il 25 marzo 1911, alla Triangle Shirtwaist Company, situata nel cuore di Manhattan, che produce abbigliamento, un incendio  causa la morte di 146 operai della Triangle, in gran parte giovani donne immigrate di origini italiane ed ebree, perlo più di età compresa fra i 13 e i 22 anni.
In diversi paesi, ci furono in quegli anni iniziative che cercavano di mettere al centro la questione femminile ma in date diverse dall’8 marzo a secondo dei paesi e dai gruppi organizzati femminili. L’8 marzo 1917 a San Pietroburgo una grande manifestazione di donne chiedeva con forza la fine della guerra. Quella manifestazione e successive determineranno il crollo del regime zarista. Per questo motivo, il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, su proposta di Rosa Luxemburg fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia», trasformata in:
“La Giornata Internazionale della Donna.” 
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teresa mattei…Celebrando l’8 marzo è inevitabile pensare alla mimosa.
A proporre questo fiore per la giornata internazionale della donna fu Teresa Mattei, figura molto forte di quella militanza politica al femminile che attraversa le fasi cruciali del riscatto e della costruzione della nostro Stato democratico.
Dalla Resistenza, all’essere la più giovane donna eletta nell’assemblea Costituente fino alle sue scelte all’interno del PCI, si riscontra quel travaglio e quella determinazione che diventerà un punto di forza del movimento delle donne.
Dirigente nazionale dell’Unione Donne Italiane, è stata l’inventrice dell’uso della mimosa per l’otto marzo: Luigi Longo le chiese se sarebbe stato opportuno scegliere le violette, come in Francia, per celebrare quel giorno; Teresa Mattei gli suggerì la mimosa, un fiore più povero e diffuso nelle campagne.
Col patrocinio della Regione Toscana e della Commissione regionale per le pari opportunità, Patrizia Pacini ha curato una biografia di Teresa Mattei che questo blog propone in formato pdf.
Grazie Teresa! Grazie Partigiana Chicchi
clicca sull’immagine o sul link sotto la stessa
mattei pdf

LA GERARCHIA DELLE SFORTUNE

Essere migrante nella fortezza Europa e nell’Italia dei vari “pacchetti sicurezza” già di per sé non è una buona sorte. Se poi il colore della pelle non consente di celare la propria “extracomunitarietà” il minimo che possa capitare è di essere fermati con una certa frequenza per controlli dei documenti e/o possesso del biglietto dei mezzi di trasporto, oppure essere guardati con diffidenza o scostati per evitare contatto, o peggio venire esclusi da posti di lavoro o stipule di contratti di affitto.
Se poi sei migrante e irregolare, la sorte può essere insopportabile. La diffidenza e la discriminazione diventa istituzionalizzata perché avvallata dalla legge. I controlli di polizia possono comportare la contestazione dell’odioso quanto inutile reato di clandestinità, la notifica del decreto di espulsione e, se proprio butta male, il trattenimento fino a 18 mesi in uno dei 6 Cie ancora rimasti aperti.
Se poi sei migrante e donna le sfortune si mescolano e si accumulano.
Se sei rom, se sei velata o comunque troppo palesemente straniera, accedere a un posto di lavoro può diventare impossibile e chiedere giustizia è spesso inutile.
Se sei irregolare la legge non solo non ti difende dai soprusi e dalle discriminazioni ma ti condanna perché colpevole di esistere e respirare sans papier.
Rischi, quando il datore di lavoro ti molesta, quando il “nonno” al quale fai da badante, infermiera e figlia, non più troppo lucido, ti prende a bastonate, quando ti viene negato il giorno di riposo e la maternità, di non ottenere mai giustizia. Perché la voce di una donna irregolare o viene filtrata e amplificata da sindacati o avvocati o raramente viene ascoltata.
E se è vero che recenti normative dovrebbero proteggere gli irregolari dallo sfruttamento sul lavoro e le donne dai maltrattamenti è altrettanto reale ad oggi la loro difficile applicazione e scarsa efficacia.
E cosi se sulla carta (costituzionale in primis) anche le irregolari sono soggette di diritto, in concreto restano spesso sempre e solo “clandestine” da condannare piuttosto che tutelare.

Se poi sei donna, straniera, irregolare e vittima di tratta meriti certamente una buona posizione nel podio delle sfortune.
Le vittime di tratta subiscono violenze e umiliazioni insopportabili anche solo ad ascoltarle. Queste donne sono tra le più fiere che conosca: sono state vendute, violentate e brutalizzate – per chiarire da subito che la vita sarebbe diventata un inferno – e poi di nuovo vendute e vendute. Fino a credere di avere solo un prezzo ma nessun valore.
Come eroine antiche a volte si spezzano (o meglio vengono spezzate) ma non si piegano.
Una parte della loro dignità resta prepotentemente intatta e vigile.
A volte, come per magia, la sorte torna sui suoi passi, non vira del tutto (certe ferite sono insanabili e talvolta progrediscono mute come una cancrena) ma cambia direzione.
A volte, solo a volte, un cliente le guarda negli occhi, ne intuisce il dolore e la dignità, riconosce la donna nella puttana e la aiuta. Come può, come sa. Offrendo una cospicua somma di denaro (ma i soldi non bastano mai per affrancarsi dagli sfruttatori), o aiutandola nella fuga, oppure indirizzandola alle associazioni che si occupano di vittime di tratta.
Ne ho visti tanti, spesso assolutamente insospettabili, di questi clienti “buoni”, venire a chiedermi che la loro “amica” venisse liberata dai protettori e ottenesse un permesso di soggiorno.
A volte la buona sorte si serve e si manifesta attraverso la mano tesa degli operatori dell’unità di strada, di ottime assistenti sociali, di attente quanto rare e divise.
Ma spesso la mala sorte non va che peggiorando. Le violenze ti spezzano, i clienti ti umiliano o ignorano, la legge ti calpesta. Magari, se le botte, le bruciature, i tagli, le malattie non bastano ad abbatterti, finisci in ospedale, o magari ti rinchiudono in un Cie e l’inattività per 18 mesi lo sfruttatore non la perdonerà né a te né alla tua famiglia.
Magari ti rimpatriano. Ti faranno salire a forza su un volo “speciale” insieme a decine di tue connazionali spesso “colleghe”, coi lacci ai polsi e due poliziotti per ciascuna, ai lati, per scorta. Tutte chiedete (ma non supplicate mai, troppo fiere e troppo disilluse) di farvi scendere dall’aereo, di non riportarvi indietro. Inascoltate.
E allora. potrebbe venirvi simultaneamente un’idea. Che non poteva venire in mente a nessun altro se non a voi che avete sopportato tutto: insieme vi alzate in piedi, prima del decollo, e contemporaneamente, sotto lo sguardo attonito di decine di poliziotti, su quell’aereo che voleva riportarvi al mittente come merce avariata, defecate, tutte, insieme.
Un gesto sorprendentemente simbolico e direi sublime. Il pilota ordina di farvi scendere perché evidentemente il viaggio non può proseguire.
Una vittoria breve, l’espulsione è solo rimandata, ma degna di memoria (ed infatti ancora viene narrata con ammirato stupore dai testimoni).
Queste donne meriterebbero forse il primo premio della iattura.

Ma poi penso a chi in Italia non è mai arrivato – sopraffatto dal viaggio, dai trafficanti, dai campi libici, dal mare – o peggio è arrivato orfano di fratelli, genitori o figli inghiottiti dalle onde, dalla burocrazia che ritarda i soccorsi, da pessime leggi. E non immagino possa esserci dolore più grande e incessante di questa sopravvivenza.

Rifletto su un dato che mi colpisce sempre: il numero di persone costrette a scappare dal paese in cui sono nate (23 mila al giorno nel 2012 secondo il rapporto Unar) e a quante di loro non arrivano mai.
Se pensiamo alle nostre di vite, cresciute nella salda Europa, nella pacifica (ma non sanissima) Italia, senza guerre né sistematiche calamità naturali, dove non è il clima ma semmai la cementificazione a uccidere nella stagione della pioggia, dove, ancora, vige la migliore Costituzione al mondo, non possiamo non ritenerci baciati dalla sorte. Nascere qui è stata una fortuna, non un diritto.
E se i diritti (di tutti) vanno difesi, la fortuna va condivisa.

Alessandra Ballerini

Fonte: Corriere Immigrazione

L’amore non è per propaganda: Arde la fiaccola arcobaleno contro l’omofobia a Postdamer Platz

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Berlino, Postdamer Platz, un luogo che fino al 1989 era reciso in due da un muro, questa piazza è la sede ufficiale fino alla mezzanotte di oggi (23 febbraio) di una fiaccola arcobaleno che ricorda al mondo che l’amore (anche quello omosessuale) non è una propaganda politica. Il movimento europeo “open your mounth” con una fiamma, una canzone (http://youtu.be/MfGyUG5q9m8) e tanti eventi culturali sta manifestando da giorni contro la campagna omofobica promossa dal Governo di Putin. Lo fa in antitesi con le Olimpiadi invernali che Putin ha tanto preteso e durante e dopo la prestigiosa Berlinale (uno dei più importanti festival del cinema europei) presentando eventi di sensibilizzazione internazionale. L’impero di Putin in Russia sembra doversi difendere da una rivoluzione creativa fatta di tanti artisti che manifestano contro l’attuale regime. Di pochi giorni fa è anche la notizia dell’ultima repressione violenta da parte dei cosacchi verso il gruppo punk rock femminista Pussy Riot a Sochi ( http://www.youtube.com/watch?v=ZLdT1yl_UW8 ). Naturalmente la Russia di Putin non è l’unico Paese che in questi anni ha prodotto leggi restrittive omofobiche ma quella russa è forse una delle situazioni più gravi nel continente europeo. Il Presidente Putin ha siglato una legge che proibisce perfino di parlare in pubblico (anche in modo neutrale) di omosessualità. Contestualmente in tutta la Russia si muovono ronde notturne di estrema destra per individuare sospetti omosessuali, il tutto con la complicità del Governo che sostiene movimenti di repressione violenta come “Children 404” che dietro al paravento di una task force contro la pedofilia e la gerontofilia nascondono vere e proprie ronde neo-naziste, La torcia arcobaleno ha richiamato l’attenzione dei turisti, dei berlinesi e degli operatori del festival del cinema per 17 giorni nella speranza che questo aiuti il mondo ad aprire gli occhi su quello che sta succedendo in Russia.

Daniele Clementi

Il Cie di Bari come Auschwitz

Auschwitz1_1545294c-300x187Il paragone è del Tribunale di Bari, che si è recentemente pronunciato in merito alla class action che metteva in discussione la legittimità del Cie locale. Non chiede la chiusura ma ne censura pesantemente il funzionamento. Il commento di Alessandra Ballerini.

Sto leggendo con attenzione l’innovativa decisione del Tribunale di Bari che ha parzialmente accolto la richiesta di misure cautelari proposta ex art. 700 cpc in corso di causa dagli ottimi avvocati Paccione e Carlucci nella qualità di attori popolari in sostituzione degli enti territoriali. Nell’atto di citazione, con il quale veniva precedentemente instaurato il giudizio di merito, i colleghi avevano, tra le varie istanze, richiesto al tribunale di accertare e dichiarare “che la reclusione delle persone nel Cie di Bari, secondo le rilevate caratteristiche di tipo carcerario, integrano condotta materiale lesiva dei diritti universali dell’uomo…” e dunque “ordinare l’immediata chiusura del Cie nella città di Bari per violazione dei diritti umani” o in subordine condannare la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell’Interno e la Prefettura di Bari “alla esecuzione di tutte le opere necessarie indicate dal Ctu…”

Più o meno le stesse richieste erano contenute nel ricorso d’urgenza ex art. 700 cpc. In particolare si richiedeva al Tribunale di “ordinare l’immediata cessazione di ogni forma di detenzione carceraria delle persone trattenute nel Cie di Bari” e in subordine “ordinare in via d’urgenza alle amministrazioni statali suddette l’esecuzione immediata di tutti i necessari interventi correttivi indicati dal Ctu”.
Nel giudizio si costituivano, aderendo all’azione popolare proposta, anche il Comune di Bari e la Regione Puglia.
E questo, è da sottolineare, sembra già un primo ottimo risultato!
Il Tribunale di Bari il 3 gennaio di quest’anno scioglie la riserva assunta dopo aver sentito testi e disposto perizia, con una decisione dettagliata e per molti versi coraggiosa.

Preliminarmente, nell’affermare la competenza giurisdizionale del giudice ordinario (anziché di quello amministrativo) il Tribunale richiama la nota sentenza 105/2001 della Corte Costituzionale e ne cita uno dei passaggi più significativi: “si determina dunque nel caso del trattenimento, anche quando non sia disgiunto da finalità di assistenza, quella mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all’altrui potere e che è indice sicuro dell’attinenza della misura alla sfera della libertà personale… Né potrebbe dirsi che le garanzie dell’art. 13 della Costituzione subiscano attenuazioni rispetto agli stranieri… Non può risultare minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.
Lettura interessante è anche la parte in cui il tribunale, nel confermare la legittimazione attiva dei Colleghi nella loro qualità di cittadini attori popolari, spiega il funzionamento dell’azione popolare. Di fatto, l’art. 9 D.lgs. 267/2000, conferisce al cittadino elettore dell’ente locale una forma di legittimazione speciale ad adire il giudice “ancorché la titolarità delle posizioni giuridiche che si intendono tutelare è dell’ente locale”.
Gli enti locali, a loro volta, sono enti che rappresentano le proprie comunità, ne curano gli interessi e ne promuovono lo sviluppo (art. 3 D.lgs 267/2000).
E gli enti locali in questione, ovvero il comune e la provincia di Bari, pur essendo sprovvisti di competenze amministrative dirette sui Cie “nondimeno subiscono la presenza di tali centri nei loro territori”.
Veramente coraggioso e condivisibile il passaggio in cui il Tribunale sostanzialmente afferma che la presenza di un Cie (struttura di sofferenza e costrizione) lede l’immagine del territorio in cui si trova (e cita Auschwitz come paragone!)

“Anche per quanto concerne la città di Bari la produzione degli attori popolari e le risultanze processuali ben comprovano come ormai da alcuni anni il Cie ivi presente, da un lato, ha formato oggetto, ad esempio, di interrogazioni parlamentari e pubbliche denunce di esponenti politici, relative alle condizioni del trattamento di coloro che vi sono ospitati, oltre che di articoli di stampa e, dall’altro, ha visto accadere reiterati fatti di protesta, se non di rivolta, dei trattenuti… E persino nelle more dello svolgimento della presente riserva i media, sia locali che nazionali, hanno dato conto di altra protesta insorta nel centro di Bari la sera della vigilia di Natale, legata sempre alle condizioni del trattamento dei migranti…”
A leggere queste righe non possiamo trattenere la soddisfazione di vedere che le “loro” proteste e le “nostre” denunce non sono passate inosservate e iniziano a dare qualche frutto.
Qualcosa cambia.
Ed ancora, utile, anche dal punto di visto mediatico, è il ragionamento a pag. 29 laddove è scritto “l’adozione di un determinato lessico, per così dire, non carcerario, non è decisiva, e può anzi apparire ipocrita, nella misura in cui ciò che non si chiami o non si voglia chiamare carcere o detenzione risulti di fatto ancor più mortificante degli istituti così ufficialmente denominati, per come disciplinati”. E a pag. 30 dove si ammette che i trattenuti sono meno “garantiti” dei carcerati.
La Ctu richiamata dal tribunale di fatto ribadisce che nel Cie di Bari (ma noi sappiamo che se fosse fatta una perizia in ogni Cie i risultati sarebbero analoghi) le condizioni del centro sono tali da ledere la dignità dei migranti e dunque “il quomodo del trattamento attuale dei trattenuti nel centro trasmoda nell’illegalità”. E anche questo è un ottimo risultato.
Il vero punto dolente di questa decisione è che, in concreto, vengono disposti per ora “solo” lavori di risanamento del Cie ma non la sua chiusura (che viene anzi, almeno in fase cautelare, esclusa).
Si tratta di una decisione comunque importante che, quantomeno nelle parti indicate, si potrebbe senz’altro utilizzare per far comprendere, a chi ancora ha dei dubbi, che i Cie ledono la dignità di chi vi è trattenuto e con ciò i diritti della comunità tutta.

Non per niente i diritti dell’uomo si chiamano universali. Perché se sono violati quelli di un solo uomo o donna sono violati quelli di tutta la comunità. E alla fine non solo quegli uomini e quelle donne “violati” si ribellano, ma con loro tutta l’intera comunità. E tutta la comunità chiede giustizia.

Alessandra Ballerini (Campagna LasciateCIEntrare)

su corrieredellemigrazioni.it

Sciopero generale, quegli storici cinque giorni al porto – di Paolo Arvati

Succede a volte di iniziare una ricerca e di imbattersi  in pezzi scritti da persone conosciute o eventi di cui si è a conoscenza.
Aprire questa pagina di Repubblica del 2000 è stato casuale, ma consente di ricordare un amico e compagno come Paolo Arvati e ricordare una pagina di storia del movimento politico e sindacale genovese.

Loris

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Paolo Arvati

Nasce da un ordine del prefetto di Genova, Camillo Garroni, il primo sciopero generale in Italia. Nasce per un decreto che impone la chiusura della Camera del lavoro. Un covo di sovversivi, pensano le autorità, mentre il Governo nazionale lascia fare. Non gli operai, non i sindacalisti o i deputati socialisti, repubblicani e radicali. Così si decide per la protesta. Ecco che cosa accadde. Martedì 18 dicembre 1900. Il Prefetto ordina la chiusura della Camera del Lavoro. Il giorno dopo, 19 dicembre, viene notificato il decreto ai due segretari, nella sede di via delle Grazie. I mobili, i registri e tutti i documenti sono sequestrati e i locali vengono chiusi. Nella stessa giornata, vengono sciolte altre sedi sindcali e popolari a Sampierdarena e Sestri ponente. La vicenda assume subito un rilievo nazionale. Si tratta dell’ultimo colpo di coda di un lungo periodo di direzione politica, iniziata nel dicembre 1893 con il ritorno al governo di Francesco Crispi, l’uomo «forte» voluto dagli agrari e da una parte della borghesia. A Crispi, caduto sotto il peso dei fallimenti coloniali, seguono Antonio Di Rudinì e poi il generale Luigi Pelloux, l’uomo delle cannonate di Bava Beccaris a Milano. Tra il 1898 e il 1900 prende corpo in Parlamento e nel Paese una strategia reazionaria, che trova il suo tragico epilogo nella vendetta anarchica di Gaetano Bresci: la vittima è re Umberto I. Il colpo di mano di Genova rappresenta, dunque, 1′ ultimo atto di una lunga strategia «muro contro muro». Esistono anche ragioni locali, prima di tutte la situazione del porto. L’importanza dello scalo ligure per 1′ economia nazionale non può essere condizionata dalle nascenti organizzazioni operaie che hanno il torto di voler difendere i salari e soprattutto di voler sottrarre la forza lavoro portuale al controllo dei «confidenti». Torniamo agli avvenimenti di quella storica settimana. La sera del 19 dicembre i dirigenti della Camera del Lavoro e delle Leghe si riuniscono in un’osteria detta del «Manentaccio», presso piazza Tommaseo, allora alla periferia della città. Sono centotrentanove i partecipanti. La discussione è lunga e animata. A un certo punto Ludovico Calda, giovane tipografo e promettente organizzatore, chiude la porta della sala, si mette in tasca la chiave e dichiara che nessuno uscirà prima che venga presa una decisione. Alla fine viene proclamato all’unanimità lo sciopero generale. Giovedì 20 dicembre: è totale l’astensione dal lavoro dei portuali, degli operai dei bacini di carenaggio e di quelli degli stabilimenti metallurgici situati nell’ambito del porto. Nel pomeriggio, lo sciopero si estende agli operai di Sampierdarena e di Sestri. E’ la prima volta che lo sciopero generale viene attuato in una città italiana. La notizia si diffonde in un baleno in tutto il paese e anche all’estero. La mattina stessa dei 20, Pietro Chiesa, primo deputato operaio della Liguria, telegrafa al capo del Governo: «Urge provvedere per ripresa lavoro, per pacificazione animi». Risponde Saracco: «Ricevo suo telegramma. Sono disposto a concessioni». Nel pomeriggio del 20 sulla spianata di Castelletto si riunisce un’assemblea di ottocento operai: si decide di proseguire la lotta. Venerdì 21 dicembre entrano in sciopero decine di fabbriche. Quasi completa è l’astensione dal lavoro negli stabilimenti di Sampierdarena, Cornigliano e Sestri Ponente. Per mezza giornata scioperano anche i tranvieri. Vengono poste le principali condizioni per la sospensione dell’agitazione: 1) restituzione dei documenti sequestrati 2) elezione di una commissione per una nuova Camera del Lavoro. La mattina del 21 dicembre avviene l’incontro con il Prefetto che prima resiste, poi concede l’elezione di un nuovo comitato esecutivo della Camera del Lavoro. L’ipotesi di accordo viene portata in una assemblea di quindicimila lavoratori che affollano via Milano e le terrazze dei Magazzini Generali. La sera alle 23, la commissione operaia si reca nuovamente dal Prefetto per comunicargli la convocazione delle elezioni per il comitato, come da accordo. Nuovo colpo di scena: il Prefetto non permette la rielezione degli otto membri appartenenti al Comitato della disciolta Camera del Lavoro «perchè deferiti all’autorità giudiziaria». Lo sciopero continua. Ancora una volta l’astensione è pressochè totale. Intanto a partire da mezzogiorno di sabato 22 dicembre, nell’ex oratorio di San Filippo, iniziano le votazioni per la Commissione Esecutiva. Sfilano fino a sera quasi diecimila lavoratori: i voti validi sono 9200. Tutti i candidati presentati dalle Leghe vengono eletti, compresi i segretari messi all’indice dal Prefetto. La dimostrazione di forza e di straordinaria compostezza è impressionante. Il Governo cede, lo sciopero è finito. Domenica 23 dicembre al Carlo Felice avviene la solenne proclamazione degli eletti. Roma, 24 gennaio 1901: inizia il dibattito sui fatti di Genova. Il governo Saracco è messo sotto accusa da destra e da sinistra. Nello schieramento liberale giganteggia Giovanni Giolitti che nel suo discorso alla Camera il 4 febbraio 1901 afferma: «Purtroppo persiste ancora nel Governo, la tendenza a considerare come pericolose tutte le associazioni dei lavoratori. Rivela che ancora non si è compreso che l’organizzazione degli operai cammina di pari passo col progresso della civiltà. La tendenza, della quale ora ho parlato, produce il deplorevole effetto di rendere nemiche dello Stato le classi lavoratrici». A conclusione del dibattito, il governo cade. Grazie al primo sciopero generale di Genova, si apre una diversa stagione politica nazionale

Paolo Arvati – Repubblica Genova – 10 Novembre 2000

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