Alluvioni e politica : da dove si riparte?

Genova – 16-nov-2014
Gli eventi di ieri in Liguria credo che impongano più di una riflessione.
Mai, credo, ci siamo sentiti così fragili e rassegnati all’evolversi dei capricci degli Dei falsi e bugiardi.
A sera resta la lettura del bollettino di guerra che parla di un morto, di sfollati, di famiglie isolate di miriadi di smottamenti e frane, nonché della paura che resta nei confronti di rivi e torrenti dal comportamento imprevedibile.
Se la pioggia c’é sempre stata nella storia dell’umanità, compresi gli eventi alluvionali, è anche vero che l’uomo ha imparato la convivenza con questi eventi curando argini e rispettando le aree in cui le acque sfogavano la loro irruenza.

Da un po troppi anni in virtù di una cultura “sviluppista” si è preteso di costruire in modo indiscriminato su un territorio sicuramente difficile come quello Ligure, tombando, deviando ma soprattutto impermeabilizzando con colate di cemento praticamente pressoché tutto il territorio regionale.

L’effetto di questa politica sono che in presenza di eventi a volte eccezionali, ma in virtù anche delle evidenti mutazioni climatiche, sempre più frequenti, il territorio Ligure reagisce con immancabili disastri con conseguente conta dei danni e purtroppo anche di vite umane.

E’ evidente che questo sistema non regge più.

La risposta viene affidata alla politica, perché è la politica che determina come rapportarsi col territorio: se spremerlo come un limone sino alle estreme conseguenze o se, considerando che è un bene comune, risanarlo e utilizzarlo rispettosi delle sue dinamiche e delle sue esigenze.
La politica delle “Grandi opere” e della cementificazione selvaggia ha miseramente fallito e sicuramente serve un cambio di passo, una inversione di tendenza se l’obbiettivo è quello di restituire alle generazioni future un territorio in cui vivere, crescere, studiare e lavorare in sicurezza.
Nei giorni scorsi la novità che si è presentata nel quadro politico ligure è la candidatura di Sergio Cofferati. Novità in quanto dalle sue dichiarazioni la Liguria è in una situazione emergenziale a cui vanno date risposte che chi ha governato sino ad ora è impossibilitato a dare, risposte che ci riportino a “sicurezze” che oggi non ci sono evidentemente più.
Non essendo contenute all’interno di un “programma politico” le considerazioni di Cofferati restano sul piano delle enunciazioni che, per quanto significative, restano al momento attuale prive dei contenuti specifici sui quali confrontarsi, sui quali dissentire o condividere.
Penso che oggi esprimerci nei confronti di questa candidatura in termini di tifoseria, favorevoli o contrari, sarebbe un cattivo servizio al territorio al quale teniamo e a cui vorremmo dare un futuro diverso dal presente attuale, e, credo che ad oggi, la candidatura Cofferati possa rappresentare una risorsa nel momento in cui dipanati i contenuti, la visione futura possa indirizzarsi al riassetto idrogeologico, la messa in sicurezza e il rilancio del lavoro su tutto il territorio Ligure. Un patto sul territorio.
Questi sono gli elementi su cui oggi abbiamo il potere di ragionare e che come “Sinistra” dobbiamo avere il coraggio di affrontare “laicamente” senza preconcetti e senza interessate accondiscendenze.

Loris

Annunci

Burlando, così in trent’anni ha distrutto la Liguria – Il Fatto Quotidiano

di Ferruccio Sansa

Questa volta parlerò di me. Un giornalista non dovrebbe mai farlo. Mi rincresce doppiamente perché Genova in questo momento ha bisogno di tutto fuorché di polemiche. Ma credo di doverlo a me stesso, al legame che ho con Genova e alla mia famiglia. E a voi lettori.Nei giorni scorsi Claudio Burlando, Governatore della Liguria al potere da trent’anni, ha attribuito la responsabilità delle alluvioni e dei morti a mio padre, Adriano Sansa, sindaco di Genova dal 1993 al 1997. Una calunnia – il metodo Sansa invece del metodo Boffo – per salvare la poltrona: Burlando e la sua combriccola sono allarmati dalla voce di una mia candidatura alle elezioni regionali ma di questo parlerò poi. Ma la politica, come diceva il socialista Rino Formica, “è sangue e merda”. Forse in quella ligure oggi c’è poco sangue. Perciò sono costretto a rispondere. Mi limiterò ai fatti: 1. Burlando è stato vicesindaco e sindaco di Genova dal 1990 al 1993. In quei tre anni ci sono state due alluvioni 1992 e 1993. Come assessore all’Urbanistica, sarà un caso, Burlando scelse un architetto che negli anni successivi ha firmato operazioni immobiliari da centinaia di migliaia di metri cubi realizzate da costruttori oggi latitanti.2. Mio padre è stato sindaco dal 1993 due mesi dopo l’alluvione al 1997. Quando arrivò in Comune la realizzazione dello scolmatore incriminato era resa impossibile dai processi pendenti. Non fu lui, come invece afferma Burlando, a voler bloccare i lavori. Non solo: mio padre fu il primo sindaco che scelse uno stimatissimo geologo – Sandro Nosengo – come assessore all’Urbanistica. La priorità era chiara: basta cemento furono fermate le nuove edificazioni in collina, puntiamo sul risanamento del territorio e dei fiumi. Così si fece: i geologi consigliarono di investire in un piano complessivo che risanasse il bacino idrico di tutti i torrenti non solo del Bisagno. Per i piani di bacino dei corsi d’acqua, per la loro risistemazione e per la pulizia lavoro indispensabile che, ahimé non porta voti, né tagli di nastri furono investiti molti miliardi di lire. Il risultato, come ricordano i genovesi, fu che non si verificarono più alluvioni per diciotto anni.

leggi tutto l’articolo>>Burlando, così in trent’anni ha distrutto la Liguria – Il Fatto Quotidiano.

LA VERGOGNOSA LEZIONE DI SCHETTINO E I VERI EROI CHE SANNO STARE A GALLA

di Alessandra Ballerini

migrantiPERCHÉ non l’hanno chiesto al dott. Jammo, il medico siriano che ha visto il mare inghiottire due dei suoi figli nel naufragio del 11 ottobre scorso in cui hanno perso la vita 268 persone in fuga dalla guerra, come ha saputo controllarsi nelle ore passate sul natante che imbarcava acqua a richiedere, con continue telefonate satellitari, disperatamente ma invano soccorsi arrivati solo sei ore più tardi?

Oppure avrebbero potuto consultare Sameh e gli altri prigionieri rinchiusi nei Cie (centri identificazione ed espulsione) che sfidando, oltre al naturale spirito di autoconservazione, orrore e paura, hanno impugnato ago e filo e si sono trapassati le labbra fino a cucirsele. Estremo atto di disperata protesta dei reclusi che implica la rinuncia alla parola e alla nutrizione e quindi alla vita.

O, ancora, si poteva interrogare uno a caso degli oltre 6000 minori stranieri non accompagnati, ovvero piccoli completamente soli, arrivati sulle nostre coste vivi, ma non illesi, in questi primi otto mesi dell’anno. E chiedergli cosa si prova a essere rinchiusi sottoterra dalle bande criminali libiche, torturati e violentati nell’attesa che qualcuno paghi il «riscatto», caricati in centinaia su una barca marcia, incastrati gli uni negli altri fino a quando si spezzano le ossa, senza mangiare, né bere, né dormire per giorni e notti, guardando impotenti morire compagni di sventura e combattere con onde, scafisti, buio e sete.

O, senza andare lontani, si poteva domandare ad una delle tante donne che si rivolgono ai nostri centri antiviolenza, di spiegare pubblicamente come riescono a gestire terrore, delusione e rabbia quando il padre dei loro figli le afferra alla gola, le percuote con calci il ventre, taglia pelle e capelli con coltelli da cucina, pesta occhi e labbra con furia incontenibile, pretendendo di essere chiamato padrone.

O magari, per non turbare la sensibilità dei più impressionabili, si poteva semplicemente intervistare uno qualsiasi tra le decine di migliaia di licenziati, esodati, cassintegrati, precari a tempo indeterminato. Loro hanno imparato a loro spese come gestire l’ansia di non riuscire a farcela. Di non stare più a galla, se non su zattere precarie offerte dalla Caritas e da altri volontari.

Riescono, molti ma non tutti, a non impazzire di paura, a controllare il panico da fallimento, a non annegare definitivamente sotto il peso di cartelle esattoriali, debiti non onorati e promesse offerte in tempi migliori agli affetti più cari e oggi impossibili da mantenere, solo conservando incredibilmente intatto lo spirito di sopravvivenza e riscoprendo a beneficio di sé e dei propri congiunti una straordinaria quanto eroica resilienza.

O forse, per farla ancora più semplice, si poteva chiedere a una delle nostre divise ancora «sana» o anche a medici, infermieri, assistenti sociali, giudici o insegnanti e persino ad avvocati, come riescono a tenere in equilibrio il brivido di onnipotenza che deriva naturalmente dall’avere un’esistenza ed il potere di salvarla o anche solo modificarla tra le mani e la paura di non esserne all’altezza, o l’ansia, il dubbio e la rabbia di non avere strumenti o possibilità per compiere il salvataggio o anche solo offrire il supporto necessario e doveroso.

Ecco, leggo, come tutti, la notizia della lezione universitaria tenuta alla Sapienza da Schettino (indagato per la morte di 32 passeggeri della Costa Concordia) sul tema della «gestione del panico » e, dopo la doverosa dose di indignazione, mi domando: ma non potevano chiedere a uno qualsiasi di questi eroi del quotidiano di spiegare agli studenti romani cosa vuol dire stare a galla, nonostante tutto? Se quella vergognosa lezione fosse una scena di un remake del film «L’aereo più pazzo del mondo », apparirebbe di certo alla fine della schettiniana spiegazione, la liberatoria scritta»ok panico ».

Fonte Repubblica.it

Potevano chiedere ai migranti come si riesce a non morire Licenziati ed esodati potrebbero spiegare la gestione dell’ansia

FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli

 

FISCHIA IL VENTO:layout… Un sapiente doppio binario viene percorso, da Donatella Alfonso nel suo libro “FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli” : uno che percorre la parte aneddottica legata al canto Partigiano l’altro legato all’autore di quelle parole “Felice Cascione” prima figlio, poi studente, sportivo, medico e comandante Partigiano.

Se viene accostato alla figura di “Che Guevara” per le peculiarità di essere medico per tutti, soprattutto per chi in quegli anni il medico non se lo poteva permettere e nel contempo comandante partigiano, ho sentito molto l’accostamento tra i due in quel valore che è la coerenza, nel momento delle scelte di vita, sino alle estreme conseguenze.

L’aver descritto, attraverso il rapporto con la madre, un percorso formativo di integrità morale e politica, rende la figura di Felice Cascione un autentico esempio di quella gioventù che seppe scegliere con risolutezza da quale parte bisognava stare, per affermare quei valori di libertà e giustizia di cui era privata l’Italia.

Risulta quindi più semplice interpretare le parole e il contenuto della canzone partigiana “Fischia il vento”, con le condizioni di vita ambientali vissute dai giovani partigiani, e con le loro aspettative, dopo aver vinto contro il fascismo (a conquistare la rossa primavera) .

E’ la notte di Natale del 43 quando viene cantata per la prima volta all’uscita della messa di mezzanotte nella frazione di Curenna nell’estremo ponente ligure, e ad ascoltarla c’erano quegli stessi contadini e boscaioli che sostenevano i partigiani .

Il testo subirà durante la sua diffusione adattamenti a secondo delle zone e della collocazione politica delle diverse formazioni partigiane, trovando nella madre di Felice, Maria Baiardo, una ferma difenditrice, anche dopo la fine della guerra, dello spirito e contenuto espresso nel testo originario del figlio.

Sono trascorsi settant’anni dalla morte di Cascione, la Resistenza ha vinto, è stata scritta una Costituzione che si rifaceva ai valori della Resistenza ed oggi ci ritroviamo di fronte al tentativo di riscrivere quel patto tra Stato e cittadini, incuranti di chi diede tutto affinché fossimo in grado di scegliere.

Non nascondo che nella lettura è insorto spesso un senso di fastidio e rabbia considerando quanto lontani siamo nella nostra quotidianità politica da quelle aspettative che per molti di quei ragazzi significò la morte e risulta pertanto inaccettabile ogni forma di revisionismo di quella storia.
Loris

 

Michael Ledeen

Se non avete la memoria corta vi dovreste ricordare dei falsi documenti nigerini usati da Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush, per giustificare la guerra contro l’Iraq.

In questa faccenda sporca il nostro paese è stato ampiamente coinvolto.
Nella notte tra il 29 dicembre del 2000 e l’1 gennaio del 2001, e notate bene che 11 settembre era ancora da venire, l’ambasciata del Niger a Roma viene messa a soqquadro. L’incursione è abbastanza bizzarra; perché rischiare tanto per un orologio e qualche boccetta di profumo? I ladri non portano via altro. In realtà durante quel furto vennero sottratti all’ambasciata nigerina carta intestata e timbri necessari per confezionare il falso dossier che qualche anno dopo fu usato come conferma che Saddam aveva comprato uranio impoverito al Niger, uranio necessario ovviamente per un ipotetico armamento nucleare. La guerra contro l’Iraq era già stata progettata molto prima dell’11 settembre ma comunque necessitava di prove per motivarne l’attacco e attirare la popolazione al pieno consenso.
Tutta la storia è descritta ampiamente in questo eccellente dossier a cura di Carlo Bonini e Giuseppe D’avanzo della Repubblica che mi confermano che ottimi giornalisti che svolgono egregiamente il loro mestiere ci sono. Il punto è che bisogna leggerli.

Doppiogiochisti e dilettanti tutti gli italiani del Nigergate

Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull’Iraq

Nigergate, il Grande Inganno sulle centrifughe nucleari

La vicenda andrebbe letta tutta per capire la loro autorevole fondatezza. Da parte mia concentro la vostra attenzione sull’incontro tra l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e Michael A. Ledeen, avvenuto nell’autunno del 2001 e consigliato dall’allora ministro della Difesa Antonio Martino. “L’amico americano”, così come viene chiamato Ledeen negli ambienti governativi italiani, è una vecchia volpe dell’intelligence “parallela” Usa, già dichiarato dal nostro Paese “indesiderabile” negli anni Ottanta ma riabilitato dalla presidenza Berlusconi. Ledeen nel 2001 è a Roma per conto dell’Office for Special Plans, creato al Pentagono da Paul Wolfowitz per raccogliere intelligence che sostenga l’intervento militare in Iraq. Non si sa che cosa mosse Michael Ledeen a Washington. Ma, all’inizio del 2002, Paul Wolfowitz convinse Dick Cheney che la pista dell’uranio intercettata dagli italiani andava esplorata fino in fondo.
Il 28 gennaio 2003 George W. Bush annunciò ufficialmente nel discorso “State of the Union” (“Stato dell’Unione”) che il governo britannico era in possesso di prove che avrebbero confermato la presenza in Iraq di uranio utile per armi di distruzione di massa. Due mesi dopo inizierà la guerra contro l’Iraq. Poco importa se poi scoppiò lo scandalo Nigergate e se le subdole tattiche strategiche vennero alla luce; sta di fatto che l’Italia prese parte attiva nella falsa costruzione di prove e che il tramite tra USA e il nostro paese per legittimare questo imbroglio fu Michael Ledeen di cui per l’appunto volevo parlare.

Perché proprio adesso parlare di questo personaggio? Perché Michael Ledeen intrattiene contatti diretti con Matteo Renzi.

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/6-settembre-2012/quella-rete-americana-asse-clinton-blair-2111718004332.shtml

Non si prendano queste mie ricerche come dietrologia o come teorie da complottisti. Quello che scrivo è documentato dai tanti link allegati nei quali potete trovare conferma; link che ho confrontato accuratamente per non incorrere in qualche bufala o informazioni di poco conto.

ledeennewfixedweb

Negli anni sessanta del secolo scorso Ledeen prese un dottorato di ricerca (Ph.D.) in Storia e Filosofia dell’Europa Moderna presso University of Wisconsin–Madison. Studiò con il prof. George Mosse, il quale poi ammise che quel promettente allievo aveva finito per abbracciare e fare proprie le teorie del fascismo. Mosse lo incoraggiò ad andare a studiare a Roma dove nel 1965 Ledeen finì sotto l’ala protettrice di due personaggi molto influenti: il prof. Renzo De Felice (storico del fascismo di cui Ledeen dirà: ”Gran parte del merito della sconfitta dell’ideologia comunista in Italia, in campo culturale, è da ascrivere a un assennato e coraggioso professore dell’università di Roma, Renzo De Felice’‘), che monopolizzava gli studi sul fascismo all’Università La Sapienza, e il conte Vittorio Cini, ex ministro delle Comunicazioni di Mussolini. Cini fu con Giuseppe Volpi uno dei principali esponenti del cosiddetto “gruppo veneziano” quell’insieme cioè di finanzieri, imprenditori e capitali che nel corso dei primi sette decenni del Novecento costituì un impero finanziario tra i più importanti a livello nazionale e internazionale. Volpi e Cini erano le colonne portanti del gruppo veneziano nel fascismo, e poi nel mondo dell’industria e della finanza del dopo guerra. Erano così potenti da emergere indenni alla fine del regime mussoliniano, con tutta l’Italia post-fascista che fece finta di credere che col fascismo non c’entravano nulla.
Ledeen, in quel periodo romano e veneziano, passato tra de Felice e Cini, cominciò a scrivere libri e articoli, da solo e con altri, per promuovere un rigurgito di fascismo, ma in una veste nuova, con una formula inedita. “Non sembrerà irragionevole sostenere che il fascismo contenesse delle potenzialità e che avrebbe potuto benissimo svilupparsi in un’altra direzione”, diversa cioè dalle “avventure straniere” e dall’alleanza con Hitler, scrisse Ledeen nel suo libro “Fascismo universale” pubblicato nel 1972, ora fuori stampa e omesso dalle biografie più recenti di Ledeen. Il libro, sua tesi di laurea, fu il primo lavoro per esplorare gli sforzi di Benito Mussolini nel creare un’internazionale fascista verso la fine degli anni 20 e i primi anni 30. A questo ne seguirono altri sullo stesso tema come “D’Annunzio a Fiume” del 1975, “Intervista sul nazismo” del 1978. Non va dimenticata la più nota Intervista sul fascismo” di De Felice, pubblicata da Laterza nel 1975 e curata dallo stesso Ledeen, una svolta decisiva nel dibattito culturale italiano. Secondo Ledeen, ”L’intervista sul fascismo” avrebbe fornito ”i puntelli intellettuali del collasso del partito comunista italiano, che si verificò infine dopo il crollo dell’impero sovietico. La battaglia sulla storia si rivelò decisiva nella guerra per il futuro italiano”.

$T2eC16JHJF8E9nnC6U0,BRHRZ4GC!w~~60_1

Ledeen è quindi sostenitore del fascismo delle origini, quello dannunziano appoggiato anche da Renzo De Felice: un fascismo universale, non nazionalista: “Lo stile politico dannunziano, la politica della manipolazione di massa, la politica dei miti e dei simboli, è diventata la norma del mondo moderno”. Con questo intende dire che le celebrazioni e le cerimonie tipiche del periodo fascista, ma anche di quello nazista, avevano una funzione importante nel creare l’illusione della realizzazione dell’individuo infondendo la convinzione ai cittadini di essere sempre partecipi alla causa politica.

E questo è solo l’inizio.

A Ledeen il nostro paese dovette piacere parecchio visto che ci restò per molti anni. Chissà che non avesse fiutato che il seme del fascismo in Italia era ben sotterrato ma pronto a germogliare di nuovo alla minima stagione favorevole. Certo era necessario seguire altri mezzi. Innanzitutto bisognava distruggere il comunismo, non solo come partito, ma anche proprio come idea. C’era parecchio da fare, ma il terreno prometteva bene. E come dargli torto alla luce dei fatti odierni?
Comunque dopo questi primi esordi di studio Ledeen per tutti gli anni settanta lavora anche come corrispondente dall’Italia per The New Republic. In quegli anni Ledeen figurava sul libro paga del Sismi, all’epoca in cui il nostro servizio militare era diretto da Giuseppe Santovito, membro della P2. Fu Ledeen a commissionare al SISMI, tramite Francesco Pazienza, le intercettazioni che portarono allo scandalo “Billygate” contro il fratello del Presidente Jimmy Carter, durante la campagna presidenziale 1980.

“Nei primi anni ottanta Ledeen, corrispondente da Roma per “The New Republic”, ricevette, secondo il faccendiere Francesco Pazienza (P2, Sismi, che per la vicenda venne condannato) almeno 120.000 dollari dal Sismi per un lavoro di disinformazione ai danni del presidente Carter che metteva in mezzo il fratello di questi, Billy, e Gheddafi. Risultato: Regan vinse le elezioni. Ledeen ha ammesso che una sua società di consulenza, la ISI, lavorava per il Sismi ma definisce quelle di Pazienza bugie.” (fonte “The Wall Street Journal” articolo di Jonathan Kwitny, 8 agosto 1985)

Jim Lobe, un veterano osservatore dei neoconservatori, ha dichiarato che Ledeen ebbe collegamenti con l’ala della destra italiana inclusi presunti legami con la setta massonica P2 di Licio Gelli. Ovviamente Ledeen ha negato ogni coinvolgimento con Propaganda Due e con il suo venerabile maestro. Però al settimanale Vanity Fair ha dichiarato di essere stato pagato dal Sismi $ 10,000 tra il 1979 e il 1980 come consigliere in materia di estradizione tra Italia e US. “Ho conosciuto Pazienza ma non ho mai pensato che la P2 esistesse. Credevo fosse tutta un’assurda fantasia tipica degli italiani”. In quel periodo comunque Ledeen fu tra i più accesi sostenitori della “pista bulgara” che voleva collegare Alì Agca al Kgb. “Gli esecutori di questa elaborazione vennero individuati in quello che veniva chiamato il Sismi “deviato”, o “Supersismi”, con in primo piano il capo del servizio Giuseppe Santovito, il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte, e alle spalle la Loggia P2 di Licio Gelli. E il solito Francesco Pazienza, che – da battitore libero – gestisce disinvoltamente i rapporti con gli “americani” grazie ai suoi fili diretti con l’establishment repubblicano di Washington: il generale Haig (per un certo periodo segretario di Stato), Robert Kooperman, direttore del Centro internazionale di studi strategici della Georgetown University, del quale è collaboratrice Claire Sterling, e Michael Ledeen, definito dal generale Lugaresi (che sarà capo del Sismi) “agente di influenza del dipartimento di Stato americano”, un gentiluomo che ne ha fatte tante da essere dichiarato “indesiderabile” in Italia.” (da Polizia e Democrazia – Il ritorno della “pista bulgara” con qualche ruga e poca memoria.)
Ledeen sostenne la tesi della “pista bulgara” promuovendola in TV e sui giornali di tutto il mondo.
Qualche anno prima Ledeen venne associato alle manovre di depistaggio nel rapimento Moro.
Nella “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” avvenuta in data mercoledì 15 luglio 1998, il senatore di Forza Italia Umberto Giovine, ascoltato in merito alle dichiarazioni da lui rilasciate ad Adnkronos riguardanti il caso Moro, ha dichiarato la propria convinzione che all’epoca non si volesse trovare la prigione di Moro e che il comunicato del Lago della Duchessa fosse una costruzione dei Servizi, convinzione molto solida che trovò conferma in tutte le istanze dei processi successivi. Insomma gli apparati di sicurezza erano interessati solo ad impedire le trattative e a non rintracciare il luogo di prigionia di Moro. A tal proposito tra i possibili personaggi coinvolti in tale faccenda di depistaggio Giovine parla di Michael Ledeen:

“….Pensiamo al ruolo di Michael Ledeen, che entrava e usciva dal Viminale in quei giorni. Michael Ledeen non è uno qualsiasi, ma è forse il più esperto, non teorico ma pratico, della disinformazione americana. Michael Ledeen peraltro è anche un intellettuale apprezzato: è lui per esempio l’autore dell’intervista a De Felice sul fascismo. All’epoca del caso Moro era uno dei più abili giocatori di poker a Roma. È l’uomo che ha congegnato il cosiddetto «Billygate», cioè che ha incastrato il fratello del presidente Carter con una operazione in Libia di altissima scuola fra i cosiddetti «dirty tricks»………Pazienza è un ragazzo di bottega rispetto a Michael Ledeen, e io ho citato solo una delle sue imprese. E poi chi troviamo all’altro capo del telefono quando Craxi parla col presidente Reagan la notte di Sigonella? Michael Ledeen, che traduce per Reagan. Ho citato solo due episodi: Ledeen è un uomo di punta di tutto l’ambiente che girava intorno al generale Alexander Haig, personaggio cruciale dell’ambiente nixoniano, uomo poi caduto sull’affare Iran-Contras, il cui ruolo è centrale. ……….Ledeen, ripeto, ha contatti con il giro di Alexander Haig, che è un giro particolare, di una massoneria particolare e di Servizi di un certo tipo, come del resto è noto alle cronache. Michael Ledeen è uomo che il ministro Cossiga fa entrare direttamente nella vicenda Moro: non mi interessano i rabdomanti e la corte dei miracoli, ma che, all’interno di questi vi sono anche gli uomini forti. Michael Ledeen è un uomo forte in questo tipo di azione. È mai stato chiesto il suo ruolo? È mai stato chiesto a Cossiga perché si è rivolto a Michael Ledeen? Perché lo ha mandato, con quale scopo? Scusatemi questa valutazione politica, ma altri come lui possono essere stati coinvolti da Cossiga, di cui neanche sappiamo i nomi……” (www.senato.it pag. 11)

Moro_20_aprile_1978

Oltre a questa vicenda il nome di Ledeen ricorre di frequente anche nei depistaggi della strage di Bologna e nella liquidazione di Roberto Calvi, come colui che era lì in qualche modo a dirigere il corso degli eventi. Dalle indagini sulla strage di Bologna risulta che gli insabbiamenti furono coordinati dalla P2, soprattutto con i suoi uomini nel SISMI. Gelli e Francesco Pazienza sono stati condannati per le loro responsabilità nella vicenda. Nella sentenza d’appello del 1994 si legge: “L’impressione… era che Pazienza fosse un’agente d’influenza americano, vale a dire che egli fosse stato inserito, per conto di ambienti americani, presso corrispondenti ambienti italiani. In proposito, si citano gli stretti legami dell’imputato con un personaggio come Michael Ledeen, sicura emanazione dell’amministrazione statunitense”.

Tutti questi sotterranei coinvolgimenti con gli affari più sporchi degli anni settanta e le sue continue ingerenze nella politica di casa nostra, convinsero l’Ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi dal 1984 al 1991, a chiedere all’ambasciata americana di non fare entrare Ledeen in Italia. Martini esterna le sue preoccupazioni riguardo all’americano presso una sede istituzionale altamente qualificata come il Comitato Interparlamentare di Controllo sui Servizi di Informazione. A rivelare i contenuti dell’audizione fu il settimanale “L’ Espresso”, nel suo numero in edicola il 30 Luglio 1984. (La Repubblica 1984)

“Intanto quando Ledeen veniva in Italia andava direttamente dal Presidente della Repubblica, che aveva conosciuto quando era Ministro dell’interno. E la cosa non mi piaceva. Secondo, perché Ledeen aveva avuto da uno dei miei predecessori 100.000 dollari per fare delle conferenze sul terrorismo, che erano assolutamente rubati. E poi perché era un individuo che lavorava a margine della CIA, e la cosa non mi piaceva. Era un professore dell’Università di Georgetown negli Stati Unti………..Il problema è che poi questo nome di Ledeen lo vediamo riemergere nella vicenda Moro come uno dei possibili consiglieri di quello che si poteva fare per salvare Moro.” (Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. – 54a seduta – mercoledì 6 ottobre 1999 – Presidenza Del Presidente Pellegrino)

Considerando il grande silenzio che ancor oggi accompagna i fatti successi in quegli anni settanta e primi ottanta in Italia, il continuo emergere del nome di un personaggio come Michael Ledeen, anche se non ci sono prove per una accusa formale, non può essere sottovalutato e non promette niente di buono. Gianni Flamini nel suo “Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere” lo definisce un redivivo Rasputin e mi pare un paragone credibile, anche se il finale non è stato, e ancor par lungi dall’esserlo, alla pari del monaco russo.

Rasputin-Big-photos-3

Con lo scandalo P2 Ledeen intuisce che è meglio starsene lontani un po’ dall’Italia o per lo meno tenere un profilo basso in attesa di venti più favorevoli. Ma non si tiene di sicuro lontano da quella che lui definisce “guerra al terrore” rivolta al popolo islamico. Diventa consulente e consigliere speciale del Dipartimento di Stato Americano e del Consiglio di Sicurezza Nazionale poco dopo l’elezione di Ronald Reagan. Secondo le indagini ufficiali agì nelle prime fasi dell’affare Iran-Contra come intermediario per l’amministrazione Reagan e la spia israeliana David Kimche per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi a Beirut attraverso un trafficante d’armi iraniane, Manucher Ghorbanifar. Ledeen fu uno dei più grandi promotori a Washington del cosiddetto Afghansi mujahideen — tra cui Osama bin Laden — propagandandoli come “combattenti per la libertà” e “campioni della lotta democratica contro il comunismo totalitario”.

Herblock-Iran-Contra

Ledeen era anche un forte fautore delle teorie del libro The Terror Network scritto da Claire Sterling ove si sosteneva che l’URSS fosse la fonte di gran parte del terrorismo internazionale nel mondo.

Tra le sue tante attività fu membro, nella veste di studioso di libertà sino al 2008, dell’American Enterprise Institute, culla del movimento «neocon», un centro studi molto vicino ai gruppi industriali dell’«establishment» conservatore. In teoria l’AEI è una istituzione privata, no-partisan (figuriamoci….è di estrema destra) e no-profit (in termini economici forse ….ma di profitti politici sì, che poi si traducono in moneta sonante) che si dedica alla ricerca e all’educazione da impartire a governanti, politici, economisti e social welfare think tank. Nella sua amministrazione sono state nominate oltre una dozzina di persone da George Bush W., quando era presidente. Tra gli innumerevoli personaggi che compongono il consiglio di amministrazione della AEI troviamo amministratori delegati di grandi aziende, tra cui ExxonMobil, Motorola, American Express, State Farm Insurance e Dow Chemicals. (1)

Oggi Ledeen è membro della Foundation for Defense of Democracies fondata dopo 11 settembre 2001 da un gruppo di filantropi e politici visionari che lavorano per difendere i “popoli liberi” (America, Israele e Occidente) dai loro nemici. La fondazione ha una linea “pro Israele” con l’obbiettivo di spronare un’aggressiva guerra al terrore in medio oriente e colpire il dissenso nelle università americane. La fondazione dichiara di essere finanziata da tutti coloro che sono interessati a difendere le società democratiche del mondo dai loro acerrimi nemici. Ma una relazione risalente all’agosto 2013 pubblicata dalla rivista on line Salon rivela un’inedita schedatura finanziaria ove si evince che la FDD è stata finanziata principalmente da un manipolo di repubblicani, convinti critici della politica estera della Casa Bianca di Obama. In questo modulo che la rivista ha reso di pubblico dominio si scoprono le origini di più di $ 20 milioni in contributi tra il 2008 e il 2011. Buona parte dei donatori però restano tutt’ora anonimi.

La FDD ha alle spalle un’accurata esperienza nella retorica allarmista e nel generare la paura. Ad esempio nel 2002 FDD mandò in onda una serie di annunci che associavano Osama bin Laden, Yasser Arafat e Saddam Hussein. Tutto ciò contribuì a promuovere la “dottrina Bush”, che portò all’invasione dell’Iraq. Colpito e affondato con il beneplacito di tutto il mondo.
L’attività della FDD è aumentata notevolmente dopo il 2008 con l’adesione alla fondazione dei falchi Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht in seguito alla loro uscita dall’AEI. Prima del 2011 furono lanciati tre progetti incentrati sull’Iran. Il progetto Iran/Hezbollah, il progetto Iran Energy, e il progetto Iran Human Rights. Il direttore esecutivo della FDD, Mark Dubowitz, ha dichiarato nel 2011 in un suo scritto sul giornale neoconservatore Weekly Standard che “si sta progettando un isolamento politico ed economico per nutrire violente contraddizioni interne nell’Iran”. Nel 2012 la FDD ha aggiunto un quarto progetto finanziato dalla fondazione Targum Shlishi Foundation chiamato “Iran Corruption and Social Media Project.” “Il progetto utilizzerà tecnologia informatica di tipo militare per spulciare centinaia di migliaia di conversazioni dei social media allo scopo di determinare se le sanzioni economiche imposte dagli USA stiano amplificando la rabbia contro il regime iraniano.” Tattiche da rivoluzioni colorate. Seminano odio per poi farci fare la guerra tra di noi (come è successo anche recentemente in Ucraina), tra il popolo, una guerra tra poveri, per poi arrivare loro e arraffare, depredare ogni cosa in nome della democrazia.

“L’Iran è una minaccia esistenziale per Israele, e il tempo sta scadendo,” ha osservato Aryeh Rubin, direttore del Targum Shlishi. “Mentre le sanzioni sono state un duro colpo, non sono sufficienti. Speriamo che questo progetto FDD fornirà informazioni preziose su cosa sta succedendo nelle menti e nei cuori del popolo iraniano e che aiuterà anche ad per identificare esempi di corruzione di regime — in ultima analisi, speriamo che questo progetto contribuirà a contrastare la minaccia che il nucleare iraniano rappresenta per Israele. Ci complimentiamo con l’uso tecnologico che sta facendo la FDD per promuovere la causa della democrazia, di tutte le persone di buona volontà e di Israele e il popolo ebraico.”

E questo per spiegare che razza di organizzazione è la FDD al cui interno opera Ledeen. Non voglio dire che l’Iran è il paese dove voglio andare a vivere, ovviamente, ma ritengo assolutamente anti democratico l’uso che gli americani fanno del loro potere sempre e solo per gli interessi di pochi occidentali.
Comunque negli ultimi anni il principale sbocco ideologico di Ledeen è stato il suo blog chiamato “Faster, Please” dove potete andare a leggere tranquillamente il suo pensiero anche in ambito di politica italiana; ironicamente, ma forse nemmeno tanto, definisce Renzi un neoconservatore.
Insomma tutto questo peregrinare per illustrare un personaggio ambiguo e a mio parere pericoloso che sostiene le nuove politiche italiane in una più vasta operazione internazionale che ci vede come burattini in balia di poteri economici che indirizzano il pensiero comune verso scopi contro i quali siamo convinti di combattere, nell’illusione di un libero arbitrio democratico.

Sì è parlato molto dei rapporti di Ledeen con Renzi in occasione dell’elezione di quest’ultimo a Presidente del Consiglio incaricato lo scorso febbraio. Per questo mi sono mossa alla ricerca di informazioni su questo personaggio americano che, benché spesso nominato, non veniva mai descritto ampiamente. Adesso che ho una visione più dettagliata di ciò che sta succedendo sono più cosciente ma anche più amareggiata e percepisco un senso di impotenza devastante sia verso l’alto che verso il basso. In entrambe le direzioni sento di sbattere la testa contro un muro. Da una parte un potere sterminato che, allo stato dei fatti attuali, sembra impossibile da scalfire. Dall’altro l’ignoranza globalizzata delle masse pilotate, manipolate e plagiate per ottenere il consenso anche là dove esse sono convinte di dissentire.

Riuscire a ragionare in maniera autonoma è molto più difficile di quanto si possa immaginare. Occorre innanzitutto abbandonare la presunzione di essere immuni ai manipolatori. Io stessa arrivo a dubitare che la conoscenza della realtà dei fatti possa essere veramente d’aiuto per una risoluzione sociale. E con ciò intendo dire che potrebbe invece risultarci addirittura fatale o essere essa stessa un fraintendimento per condurci su una determinata via. O forse più semplicemente, finché questa strada della verità resterà impervia e non molto battuta, ci sarà ancor data la possibilità di conoscerla, diversamente sarà manipolata anch’essa. E’ una conclusione paralizzante e se vogliamo anch’essa in linea con gli auspici del potere. Mostri che generano mostri. Forse non c’è speranza per l’essere umano.

Paola Mangano

Note
1) Tra i grandi donatori dell’AEI la Smith Richardson Foundation, (è finanziata dalla Vicks Vaporub e nel 2007 aveva un patrimonio di quasi 570 milioni dollari. Bill Stetson, pronipote della Vicks, funge da fiduciario e governatore per la Smith Richardson Foundation. Ha deciso che sia il gruppo Rockefeller & Co. il gestore patrimoniale per i piani finanziari della famiglia. (tratto da http://goliath.ecnext.com/coms2/gi_0199-2299183/Rockefeller-uses-name-to-reach.html) la John M. Olin Foundation, (I soldi della Olin Foundation, creata nel 1953, furono donati da John M. Olin per difendere le ‘libere istituzioni americane’ e la ‘libera impresa’. Da subito ha iniziato a fornire sostegno finanziario alle iniziative volte a promuovere il capitalismo e respingere quello che era visto come invadente socialismo. La famiglia Olin fece fortuna nella prima guerra mondiale con la chimica di base per esplosivi e con le munizioni per gli Alleati, ovvero con le commesse pubbliche. La Olin continua tuttora a produrre proiettili sotto il marchio Winchester. (tratto da http://it.peacereporter.net/articolo/2392/Impero+e+libert%E0   ). Olin è stato anche un importante sponsorizzatore delle politiche militariste nell’era post-Guerra Fredda. Secondo gli studiosi Jean Štefanić e Richard Delgado, nei primi anni novanta, Olin ha ritirato il sostegno dal Cato Institute) la Scaife Foundation (della famiglia Mellon Scaife le cui quattro fondazioni (Scaife Family, Sarah Scaife, Carthage, e Allegheny) ammontavano nel 2001 a 478,4 milioni di dollari: i Mellon sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell’Alcoa (alluminio), potenti nell’uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è «nientemeno che l’arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore». Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gringrich (che negli anni `90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gringrich stesso definisce Scaife come una delle persone «che hanno davvero creato il moderno conservatorismo»).e il Lynde e Harry Bradley Foundation (La Fondazione Bradley è stato creata nel 1985 con 290 milioni dollari dalla vendita di una attività elettrica del Milwaukee iniziata nel 1903 dai fratelli Lynde e Harry Bradley. Con la missione di “rafforzare la democrazia e il capitalismo americano, i principi delle istituzioni e dei valori che lo sostengono e lo alimentano,” i soldi della fondazione sostengono una vasta gamma di attività, tra le arti, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Ma ha anche finanziato una serie di organizzazioni di destra, tra cui la American Enterprise Institute , il Centro per lo Studio della Cultura Popolare , la Free Congress Foundation e l’ Istituto di Rockford . La Free Congress Foundation ha ricevuto più di $ 6 milioni, secondo MediaTransparency.com. (vedi qui) Secondo il Milwaukee Journal Sentinel la fondazione regala più di $ 30 milioni all’anno. “L’obiettivo generale della Fondazione Bradley, però, è quello di ritornare, sia negli Stati Uniti – e nel mondo – ai giorni prima che le aziende furono costrette a fare concessioni ad una forza lavoro organizzato. (vedi qui) Di tutti gli esempi di finanziamento che la Bradley Foundation ha progettato per aprire la strada a destra, il più noto è il libro “The Bell Curve:. Intelligence and Class Structure in American Life” di Charles Murray e Richard Hernstein. In questo libro ci si chiede se ci sono differenze di intelligenza tra neri e bianchi che aiutino a spiegare le differenze nella loro posizione economica e sociale. In altre parole; ci sono milioni di persone di colore, poveri e oppressi a causa del razzismo istituzionale e storico, o perché c’è qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’essere nero? Alla fine si arriva alla conclusione finale che i poveri sono poveri perché sono nati con difetti; con geni inferiori. (vedi qui)) Le suddette fondazioni sono tutte ONG (organizzazioni non governative non aventi fini di lucro, finanziate da donatori privati) ma non sono proprio degli enti di beneficenza senza scopo alcuno. Partendo da esse si divaricano una tale quantità di reti che risulta spesso impossibile raggiungere la vera fonte primaria. Ed è questo il loro scopo, confondere ramificando il più possibile per disperdere le tracce.

Bibliografia
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-e-il-novecento-2-la-societa-veneziana-gli-uomini-capitali-il_(Storia-di-Venezia)/
https://deeppoliticsforum.com/forums/showthread.php?11687-Michael-Ledeen
http://pjmedia.com/michaelledeen/
http://archivio.antimafiaduemila.com/notizie-20072011/33-terzomillennio/2516-cinque-anni-fa-la-guerra-in-iraq-da-una-bugia-mediatica-nasceva-un-conflitto.html
– http://www.movisol.org/Ledeen.htm
http://rightweb.irc-online.org/profile/Ledeen_Michael
http://www.movisol.org/ulse315.htm
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=main
http://www.senato.it/documenti/repository/leggi_e_documenti/raccoltenormative/30 – stragi/Leg. XIII/resoconti/38.pdf
http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1236.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/10/23/organizzarono-il-billygate.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/07/31/lo-storico-ledeen-si-tenga-lontano-dall.html
http://www.controappuntoblog.org/2012/05/27/il-grande-faccendiere-francesco-pazienza-e-i-4-amici-al-bar/
http://www.larouchepub.com/eiw/public/1984/eirv11n31-19840814/eirv11n31-19840814_049-report_from_italy.pdf
http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1998/11/14/Cultura/STORICI-MICHAEL-LEDEEN-DE-FELICE-HA-SPEZZATO-EGEMONIA-PCI_150200.php
Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere – Di Gianni Flamini
http://revolutionaryflowerpot.blogspot.it/2009/06/mir-hossein-mousavis-irancontra.html
– traduzione http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26679
http://www.rightwingwatch.org/content/american-enterprise-institute
http://www.terrasantalibera.org/TFP-kelebek.htm
http://thinkprogress.org/security/2011/07/19/271431/fdd-donors/
 http://www.salon.com/2013/08/05/home_depot_founder’s_quiet_10_million_right_wing_investment/
http://www.movisol.org/12news193.htm

La nostra storia – 30 giugno 1960 (6) Tutti a De Ferrari

b30

Giovedì 30 giugno

L’APPELLO DEI SINDACATI
E DEI PARTITI DEMOCRATICI

La Commissione esecutiva della Camera confederale del lavoro della provincia di Genova in occasione della proclamazione dello sciopero generale contro il congresso del MSI rivolge ai cittadini e ai lavoratori il seguente appello:

Cittadini, lavoratori,

Alle ore 14 di oggi, 30 giugno, e fino alle ore 20, i lavoratori di tutte le categorie della provincia di Genova scenderanno in sciopero generale per elevare ulteriormente la loro indignata protesta contro il congresso dei fascisti del MSI che si dovrebbe tenere nella nostra città nei prossimi giorni di luglio.

I lavoratori e i cittadini genovesi sanno, per loro dolorosa esperienza, quanto funesta sia stata per il popolo italiano la dittatura fascista.

Oggi, a quindici anni dalla Liberazione, i torturatori e i massacratori di partigiani, i manganellatori, coloro che hanno consegnato il Paese alle orde naziste, dovrebbero tornare, tracotanti, ad infangare i grandi valori della Resistenza genovese,

Contro questo oltraggio, da ogni luogo di lavoro, dalle officine, dai cantieri, dalla calate del porto, dalle navi, dagli uffici,  si levi ammonitrice la protesta di quanti hanno a cuore l’avvenire del paese.

Memori delle battaglie sostenute perché l’Italia dovesse essere libera e democratica, i genovesi sappiano manifestare la loro ferma volontà di fare progredire nella democrazia e nella pace la nostra giovane Repubblica.

Cittadini, lavoratori!

Partecipate compatti allo sciopero generale provinciale proclamato dalla Camera Confederale del Lavoro. Manifestate contro qualsiasi rigurgito fascista, contro il congresso dei fascisti a Genova.

I partiti democratici esortano a loro volta la popolazione a partecipare allo sciopero generale:

I partiti antifascisti hanno altamente apprezzato la decisione della classe lavoratrice genovese di testimoniare con lo sciopero generale la sua inalterata fede antifascista e democratica.

Essi rivolgono agli operai, agli impiegati, ai tecnici ed agli operatori, così come a tutto il popolo genovese, il fraterno invito a partecipare a questa solenne dimostrazione di protesta che travalica i confini ideologici e politici dei Partiti e delle organizzazioni per assurgere ad espressione dell’intero popolo genovese.

Partito Socialista Italiano

Partito Socialdemocratico Italiano
Partito Comunista Italiano

Partito Repubblicano Italiano
Partito Radicale

La nostra storia – 30 giugno 1960 (5) Il Sindacato

30g

LA PROCLAMAZIONE
DELLO SCIOPERO GENERALE

 

La Segreteria della CCdL comunica:

 

Domani dalle ore 14 alle ore 20 tutte le categorie di lavoratori della Provincia di Genova scenderanno in sciopero generale, in segno di protesta contro l’annunciata adunanza a Genova.

Eventuali particolari modalità sullo svolgimento dello sciopero saranno specificate dai rispettivi Sindacati di categoria.

 Nel periodo dello sciopero i dirigenti sindacali di ogni istanza membri delle Commissioni Esecutive della Camera Confederale del Lavoro e delle Camere del Lavoro succursali, dei Direttivi dei sindacati Provinciali e di Lega, membri confederali di Commissione interna, Sezioni sindacali di Azienda, collettori attivisti e lavoratori, si concentreranno nei locali di via Balbi da dove, unitamente alle delegazioni delle Camere del Lavoro della Liguria e di altre provincie, si recheranno a rendere omaggio al Sacrario dei Caduti partigiani in via XX Settembre.

Alle ore 19, un’ora prima della cessazione dello sciopero, negli stessi locali di via Balbi, è convocata in seduta straordinaria, l’attivo generale allo scopo di esaminare la situazione prendere eventuali altre importanti decisioni.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: